Everest visto dal Lhotse. La foto è stata scattata da Bartek Ziemski durante la sua discesa con gli sci del Lhotse il12/05/2026
Bartosz Ziemski archive

Cronaca dell'Himalaya: Bartek Ziemski, Hillary Dawa Sherpa e le 1008 salite sull'Everest

Mentre nella primavera del 2026 un numero record di 1.008 alpinisti ha raggiunto la vetta dell'Everest, i protagonisti indiscussi della stagione premonsonica in Himalaya sono senz'altro Bartek Ziemski e Hillary Dawa Sherpa. Di Alessandro Filippini.
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Everest visto dal Lhotse. La foto è stata scattata da Bartek Ziemski durante la sua discesa con gli sci del Lhotse il12/05/2026
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La stagione primaverile himalaiana ha avuto due indiscussi e inattesi protagonisti. Più "mezzo", e lo affermo a suo onore. Si tratta infatti del russo Rustam Nabiev, che ha salito l’Everest soltanto con la forza delle braccia, essendo egli totalmente privo di gambe, amputategli nel 2015 dopo il crollo del tetto della caserma nella quale dormiva.

I due protagonisti citati sono colui che il 12 maggio sul Lhotse ha aperto la caccia alle altissime vette del Khumbu e colui che il 4 giugno ai piedi dell’Everest l’ha chiusa con un clamoroso colpo di scena.

Il primo è il polacco Bartek Ziemski, che, come vedremo, ha confermato di essere, prima ancora che un forte sciatore estremo, un vero, grande alpinista. Il secondo è un umile Sherpa: "Hillary" Dawa. La sua vicenda, che abbiamo già ricostruito nel dettaglio, è tanto incredibile da aver fatto il giro del mondo. E da aver oscurato perfino la notizia dell’ennesimo "record" di arrivi in vetta all’Everest in una singola stagione: ben 1008 (contro 5 morti) e tutti dal solo versante nepalese, in attesa di notizie dal "misterioso" versante tibetano (chiuso agli stranieri). Inoltre, come se non bastasse, ci sono stati anche ben 274 arrivi in vetta nell’arco di una sola giornata, il 20 maggio. I due primati precedenti erano di 877 arrivi totali sul Tetto del Mondo, ma dai due versanti, e 223 in giornata, entrambi del maggio 2019.

Di quel migliaio di imbombolati, fra clienti e i loro Sherpa (in maggioranza, compresi Kami Rita Sherpa, alla sua 32esima volta sull’Everest, e Pasang Dawa Sherpa che, salendolo due volte, si è portato a quota 31, mentre il britannico Kenton Cool - autore nel 2011 del primo tweet dal tetto del mondo - ha raggiunto quota 20…), solamente 6 dovrebbero essere coloro che sono arrivati sul Tetto del Mondo senza far uso di ossigeno supplementare. Tuttavia mi sentirei di mettere la mano sul fuoco solamente per il citato polacco Ziemski, giacché era solo e, salendo in totale autonomia, non poteva portare con sé oltre agli sci pure la bombola.

Gli altri di cui si è avuto notizia sono i due ecuadoriani Fredy Inty Tipán (accompagnando un cliente) e Marcelo Segovia, il famoso nepalese Nirmal Purja, che poi ha concatenato di gran carriera la vetta del Lhotse (in sole 13 ore 42 minuti e 17 secondi. Più o meno il doppio del "primato" con le bombole, ma comunque un exploit eccezionale dal punto di vista fisico). Nims ha poi salito anche il Makalu e, secondo i suoi calcoli, con questa vetta aggiunta alla citata doppietta sarebbe arrivato in cima a un Ottomila 56 volte (di cui la metà esatta, 28, senza uso di bombole).

Con lui sull’Everest e senza uso di ossigeno supplementare è arrivata la russa Nikol Kovalchuk. Mentre il sesto arrivo sul Tetto del Mondo senza l’aiuto delle bombole dovrebbe essere quello di chi puntava ad altro, e cioè a un progetto di cui si è fatto molto parlare e che sta diventando di moda, anche se ormai privo di significato strettamente alpinistico. Si tratta della Triple Crown, ovvero la salita in una stagione di Everest, Lhotse e Nuptse.

Ad annunciare questo progetto è stata la "climbinfluencer" per antonomasia, cioè la norvegese Kristin Harila, che avrebbe dovuto essere la prima a realizzarlo appunto senza ossigeno supplementare. Ma, per la serie delle "annunciazioni" a vuoto, ha usato le bombole sul Lhotse. Però dice di averne fatto a meno sull’Everest: curioso. Anche perché era sempre in buona compagnia di Sherpa.

Comunque la "triplice corona", che era stata realizzata per la prima volta nel 2013 dal citato Kenton Cool e che poi aveva visto una decina di ripetizioni, in questa primavera è stata centrata, sulle "piste" preparate dagli Sherpa su tutte e tre le montagne, anche dal vietnamita Ngô Hài Son con Nima Sherpa.

Sempre per la serie degli annunciatori, lo sponsorizzatissimo statunitense Tyler Andrews è tornato anche in questa stagione per tentare – a suo dire – la salita veloce dell’Everest senza ossigeno supplementare. Ma già durante un primo tentativo, giunto a campo 2 ha prontamente cambiato idea e ha usato le bombole fino a quota 8400, dove ha deciso di rinunciare. Per poi tentare pochi giorni dopo il primato di salita veloce, ma con ossigeno in abbondanza (flusso di 4 litri al minuto e già a partire da campo 2)... Tentativo riuscito (in 9 ore e 55 minuti e 43 secondi), ovviamente: sono enormi le differenze rispetto a 23 anni fa, quando Lhakpa Gelu Sherpa, assai meno assistito e con bombole meno performanti e usate solamente da campo 4 in poi, aveva impiegato 10 ore 56 minuti e 46 secondi. Insomma, performance fisiche non paragonabili.

Più "corretto" il tentativo senza ossigeno supplementare dell’ecuadoriano Karl Egloff, senza bombole "di sicurezza" al seguito. Tentativo concluso con la rinuncia a Colle Sud, quando il ritmo era troppo calato e il connazionale e compagno di scalata Nicolás Miranda cominciava ad avere problemi.

E veniamo al primo dei protagonisti veri, citati all’inizio. Bartek Ziemski ha confermato le sue doti di alpinista salendo il Lhotse insieme al connazionale Oswald Rodrigo Pereira e poi l’Everest da solo. In entrambe le occasioni ha poi effettuato discese integrali con gli sci, per le quali è stato celebrato. Bravo, senza dubbio. E d’altra parte sembra proprio un predestinato con un cognome in cui, dopo la radice che richiama la terra (ziem in polacco), brilla quello ski (in realtà, suffisso che in polacco serve per aggettivare i sostantivi)...

Tuttavia la parte più significativa della doppia impresa di Ziemski è stata probabilmente proprio quella alpinistica. Infatti Bartek è salito sul Lhotse prima ancora che le corde fisse fossero piazzate oltre il campo 3. E ancora prima aveva addirittura preso parte all’apertura della via nella Cascata di Ghiaccio, "salvando" così, insieme a cinque volenterosi Sherpa, la stagione degli imbombolati che da giorni e anche settimane scalpitavano delusissimi al campo base. Infatti secondo gli Icefall Doctors non si poteva "aprire" la Cascata di Ghiaccio, perché un seracco minacciava di crollare da un momento all’altro sulla via. Ma Ziemski aveva già fatto in autonomia una perlustrazione verso campo 1, dopo aver controllato con un drone la situazione, e Mingma G., che ha creduto alle sue rassicurazioni, ha fornito con la sua agenzia il nucleo di Sherpa che, insieme a due colleghi di altre agenzie, hanno affiancato il polacco nell’apertura del passaggio più delicato. Il seracco a fine stagione era ancora là, anche se la fusione dei ghiacci è sempre più vistosa pure nell’Icefall.

Poi sull’Everest Ziemski è salito praticamente in solitaria da Colle Sud, in una giornata in cui c’era forte vento a sconsigliare la massa dal muoversi dalle tende e a convincere a farvi ritorno quasi tutti i pochi che avevano provato a tentare di salire verso la vetta. Lui ha insistito lo stesso, fidando in previsioni che stimavano un calo dei venti proprio in altissima quota. E ha avuto ragione. Così, dopo aver avuto la fortuna di trovare nei pressi della vetta uno Sherpa col suo cliente e aver potuto chiedere a loro di scattargli la foto a quota 8848 metri, ha potuto effettuare la sua discesa integrale con gli sci. Senza alcuna assistenza, oltre che senza ossigeno, come già sottolineato. Davvero bravissimo.

Anche se arriva dopo quelle, ben assistite, dello statunitense Jim Morrison (dall’Hornbein Couloir) e del polacco Andrzej Bargiel (sul versante nepalese), la discesa del solitario Ziemski è la più paragonabile a quella pionieristica (e non integrale) effettuata 30 anni fa sul versante tibetano dal sudtirolese Hans Kammerlander.

D’altra parte Bartek ora vanta la discesa con gli sci di ben 9 Ottomila e non va dimenticato che sono state prime assolute quelle da lui fatte su Dhaulagiri e Kangchenjunga, sulla vetta del quale due anni fa lui e il connazionale Oswald Rodrigo Pereira furono i primi a salire, quando non solo ancora non era state piazzate le corde fisse nella parte alta, ma anche c’era stata la rinuncia degli Sherpa a provarci… Altro che annunciatori!

È significativo il fatto che Bartek abbia commentato la discesa dal Tetto del Mondo dicendosene deluso. In particolare per via della vista, mentre scendeva, della lunghissima e fitta coda di scalatori che salivano da campo 3 verso Colle Sud: "L’esperienza di alpinismo sull’Everest è stata completamente distrutta", ha scritto… Evidentemente il polacco cerca emozioni personali e non di vendere le sue discese a sponsor o network pronti a esaltarle come imprese del decennio.

Alessandro FilippiniMilano




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