Il peso della scalata, lo schiaffo gentile di Yvon Chouinard
"Bisogna distinguere tra etica e stile. L’etica esiste per impedirti di rovinare la vita a quelli che verranno dopo di te; lo stile per non illuderti di essere chissà quale gran figo."
Queste poche parole scritte da Yvon Chouinard in un vecchio articolo pubblicato su Climbing Magazine nel 1987 suonano come uno schiaffo gentile.
Lo sono ancora di più oggi, in un tempo in cui tra attrezzature sempre più sofisticate, informazioni immediate e scorciatoie tecnologiche, rischiamo facilmente di perdere la bussola verticale.
Siamo ormai assuefatti a mille abitudini e piccoli aiuti che finiscono per sembrarci naturali. Nessuno escluso.
Nessun proclama, nessun irrigidimento o divieto, s’intende, ma ritrovare un po’ di misura o di riflessione può riportarci con i piedi per terra, continuando a fare ciò che si desidera, ma dopo averci pensato.
Ognuno ha diritto di scalare dove e come gli pare, nello stile che più gli aggrada, magari ricordandosi di tanto in tanto di non alterare i luoghi e di non condizionare, o peggio distruggere, il terreno d’esperienza di chi verrà dopo.
Trapanate fuori misura, scavi, uso di elicottero, corde fisse e certe forme di incuria grossolana fanno parte di questioni, diciamo così, etiche.
Riguardo allo stile il vecchio Chouinard ci viene ancora in soccorso. Introduce una sorta di punteggio, che preferisco chiamare peso, o impronta. Non una classifica, ma una lente attraverso cui guardare ciò che facciamo.
Partiamo da un presupposto semplice, quasi irraggiungibile. Il miglior approccio, senza lasciare tracce, leggero e rispettoso della montagna, sarebbe salire senza nulla, liberi e ignudi. Tolti i nostri progenitori capaci di farlo con naturalezza, noi dobbiamo proteggerci con qualcosa.
E allora iniziamo ad aggiungere peso.
Le scarpe, se le indossiamo, sono già un’impronta in più. La magnesite è un altro peso, da uno a tre, a seconda delle condizioni. Se consultiamo informazioni, guide, telefono, app, georeferenziazione, il peso cresce rapidamente, da uno a cento, soprattutto nei luoghi più remoti.
Un punto per ogni protezione piazzata. Dieci per ogni foro praticato a mano. Cento se praticato con trapano a batteria.
Qui l’impronta aumenta parecchio, forse andrebbe moltiplicata ancora, perché entra in gioco un’energia prelevata altrove, che non è più solo quella dei nostri muscoli. Lo stesso vale per altri strumenti a batteria, come ad esempio ventilatori d’ogni misura ormai in voga tra i boulderisti, non solo di punta, cui si aggiungono altri strumenti come igrometri, aria compressa spray, mini soffiatori portatili ricaricabili…
Oltre a crashpad a dismisura, ginocchiere ormai come indispensabile seconda pelle su vie liberate anni fa senza, e casse a tutto volume…
Partendo da qui, con un po’ di fantasia, possiamo provare a soppesare ogni aiuto, protesi e supporto che da un lato ci aiuta a salire, ma dall’altro ci appesantisce.
Friend sempre più tecnologici, materiali sofisticati, droni che esplorano la via.
Eppure, più ci carichiamo, più qualcosa si allontana. Non la difficoltà, quella cresce, si espande, si reinventa, ma forse il senso di ciò che stiamo facendo, un motivo in meno, talvolta, per essere orgogliosi.
Le scalate sono migliorate a dismisura, su tutti i terreni. Ed è bello.
Ma forse è bello anche recuperare una misura, un peso, appunto, delle nostre scorribande verticali. Non per sminuirle, ma per riconoscere che la nostra capacità di fare arrampicate più difficili e in tempi più brevi, con tecniche e attrezzature sempre più sofisticate, è certo un progresso, ma fino a un certo punto.
Forse esiste un equilibrio fragile tra ciò che aggiungiamo e ciò che togliamo.
E poi ci sono i modelli. C’è una naturale tendenza a guardare ai grandi interpreti dell’arrampicata e a volerli imitare. È umano, quasi inevitabile, ma è anche un terreno scivoloso. I fuoriclasse sono tali proprio perché possono permettersi una dedizione totale, assoluta, che trasforma la loro pratica in qualcosa di radicale e totalizzante. Vale nell’alpinismo come altrove.
Per tutti gli altri, anche molto capaci, la domanda resta aperta: ha davvero senso inseguire quel modello fino in fondo? O si rischia di trasformare una passione in una corsa un po’ sterile, una tensione continua che finisce per somigliare più a un automatismo che a una scelta?
Forse, senza bisogno di nostalgie fuori tempo (le corde di canapa possono restare nei musei), basterebbe iniziare a pesare ciò che facciamo. Misurare la nostra impronta. Per accorgerci che una salita breve, magari su una parete secondaria, affrontata con pochi mezzi e un po’ di attenzione, può avere lo stesso valore, se non di più, di un risultato tecnicamente superiore, ma sostenuto da un apparato sempre più invasivo.
In fondo l’etica riguarda ciò che lasciamo agli altri.
Lo stile, ciò che resta a noi.
Chissà che l’arrampicata non abbia ancora qualcosa da guadagnare proprio lì, nella capacità, ogni tanto, di fermarsi un passo prima. O forse, semplicemente, di salire un po’ più leggeri.
- Michele Comi, Valmalenco (SO)




























