Dawa Sherpa sopravvive miracolosamente sei giorni da solo sull'Everest
La stagione pre-monsonica himalaiana si chiude con una vicenda clamorosa quanto miracolosa sulla montagna più alta della terra, l'Everest. Si tratta della vicenda di Dawa Sherpa, conosciuto come “Hillary” Sherpa, il che, contrariamente a quanto vien da pensare, non ha a che fare con la sua esperienza d’alta quota. Infatti era all’Everest ingaggiato da una agenzia minore, a quanto pare non fra le meglio organizzate.
Dawa, insieme a un collega e ai loro due clienti, un britannico, Chris Thrall, e un polacco, Mariusz Chmielewski, hanno tentato la vetta all’Everest nella notte fra il 28 e il 29 maggio, giorno annunciato come quello di chiusura della stagione, dopo il quale è iniziato il lavoro di smantellamento della via nell’Icefall. Inoltre sono saliti molto lentamente. Tanto che Chmielewski ha rinunciato a proseguire, anche se ormai non era lontano dalla vetta, raggiunta invece da Thrall.
In discesa, con le bombole ormai in esaurimento e con l’altro Sherpa andato avanti, Dawa una volta giunti nella zona della Yellow Band si è seduto, dicendo al britannico e al polacco di andare avanti.
Chmielewski a quel punto accusava congelamenti alle mani e aveva ormai finito l’ossigeno supplementare. Thrall, che ne aveva ancora poco, lo ha dovuto aiutare a scendere verso campo 3. Quando si è girato per vedere se Dawa li raggiungeva, si è accorto che era sempre fermo dove lo avevano lasciato, a circa 7500 m di quota. A quel punto, per non lasciare senza assistenza il polacco non ha potuto far altro che continuare a scendere con lui.
Anche dopo la sosta di alcune ore a campo 3 non sono stati raggiunti da Dawa e nemmeno a campo 2, il giorno dopo. Da lì via radio hanno lanciato l’allarme, ma dalla loro agenzia hanno ricevuto indicazioni soltanto su come scendere e passare l’Icefall. A quanto pare e a quanto afferma Chmielewski dall’ospedale di Kathmandu in cui è ricoverato, nessuna operazione di ricerca e soccorso è stata attivata per Dawa, perché è stato dato per scontato che fosse morto.
Al polacco sarebbe stato chiesto di non parlare con i mezzi d’informazione, ma ora il suo racconto a Kathmandupost è assai duro contro l’agenzia Himalayan Traverse Pvt Ltd. Secondo lui, tutto è stato gestito male, con decisioni prese all’ultimo minuto, scorte di cibo insufficienti, e anche l’impossibilità di fruire di tutte le 7 bombole che gli erano state garantite. E poi la cosa più grave: gli era stato assicurato che l’agenzia utilizzava soltanto Sherpa esperti per la scalata, ma Dawa Sherpa gli avrebbe personalmente confidato di non essere mai stato in vetta all’Everest. Cosa confermata a Kantipur dalla figlia di Dawa, Mendo Lhamu Sherpa.
Dawa Sherpa nei programmi iniziali doveva restare ad assistere i clienti a campo 2, ma poi è stato incaricato di andare con loro nel tentativo di vetta. Tuttavia, ha saputo cavarsela quasi miracolosamente, una volta rimasto solo sulla montagna. Inspiegabilmente, dato che si trattava soltanto di scendere sulle corde fisse fino a campo 2, dove poi è comunque arrivato, senza però riunirsi ai due clienti, che non l’hanno più visto. Egli potrà spiegare quel che gli è realmente successo dopo le cure che sta ricevendo in ospedale, dove, a parte i congelamenti alle mani, gli è stato riscontrata una forte disidratazione e un più che spiegabile stato di grande debolezza e, probabilmente, anche di confusione.
Quando Dawa Sherpa era disperso ormai da oltre 5 giorni, con le nuvole basse che hanno impedito per due giorni i voli degli elicotteri, infine il 3 giugno, organizzato peraltro da 8K Expeditions, c’è stato un sorvolo di ricerca di 30’ (fino a campo 3), che lo Sherpa ormai dato da tutti per morto ha poi dichiarato di aver sentito e visto. Però non è riuscito a farsi individuare nel labirinto di ghiaccio dell’Icefall, dove era anche caduto in un crepaccio, rimanendovi prigioniero per due giorni e mezzo. Fino a che una provvidenziale valanga gli aveva consentito di uscirne, ancora in grado di trovare il modo di continuare a scendere. E incredibilmente, nonostante il grande crepaccio che aveva richiesto addirittura cinque scalette unite per attraversarlo, Dawa è arrivato in fondo all’Icefall.
E anche se in tutti quei giorni di disperazione aveva potuto far conto soltanto su un po’ di cibo trovato a campo 3 e, nei giorni passati nel crepaccio, su un unico pacchetto di biscotti e sul ghiaccio, ha raggiunto autonomamente la zona detta di crampon point, nei pressi del campo base, dove, mentre esausto e con congelamenti alle mani si trascinava quasi strisciando, è stato individuato e soccorso da membri dello staff del Sagarmatha Pollution Control Committee (SPCC), impegnati a raccogliere i rifiuti lasciati dalle spedizioni.
Una dis-avventura, la sua, che ha anche lanciato un ulteriore allarme riguardo alla deriva dello sfruttamento intensivo dell’Everest, al quale il governo nepalese, che incassa milioni dal turismo d’alta quota, non sembra intenzionato a porre un freno.
- Alessandro Filippini, Milano

























