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Coffee Break #26: Enrosadira sulla parete della Schiara
Fotografia di Stefano Cagliani
Coffee Break #26: Anticima Est della Schiara 
Fotografia di Andrea Sartorio
Coffee Break #26: Il guppo degli 'Openjacket' al completo al Rifugio VII Alpini, dopo la discesa dal canale del Marmol
Fotografia di Andrea Sartorio
Coffee Break #26: sosta sulla via del Gran Diedro Sud della Schiara
Fotografia di Stefano Cagliani

Coffee Break #26: Direttissima. Una chiacchierata con Cagia

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L'alpinista bellunese Stefano Cagliani è il protagonista del 26° appuntamento del Coffee Break Interview, il progetto curato da Daniela Zangrando per esplorare sogni, desideri e limiti dei protagonisti dell'arrampicata e dell'alpinismo.

Alpinismo non è solo grado. Non è solo nomi di punta. Ultimo grido. Alpinismo è anche qualcosa di assolutamente normale, quotidiano. Eppure di grande e alta qualità. Dal 2014, con la rubrica Coffee Break, ho cercato di mostrare il mondo caleidoscopico della montagna. Vi ho raccontato di climber certo, ma anche di artisti; vi ho portato con me a scoprire luoghi, così come libri e pensieri. Spesso avete camminato al mio fianco tra figure quasi sconosciute, tra idee ritirate e poco rumorose. Da qualche tempo seguo dei giovani alpinisti. Di cui apprezzo lo spirito, la volontà, la tenacia. Uno di loro è Stefano Cagliani. Bellunese, ha salito negli ultimi anni linee classiche conosciutissime. Ma si è anche perso nei meandri di montagne aspre e quasi dimenticate. Seguitemi a conoscerlo. Non ne rimarrete delusi.

Di Cagia (Stefano Cagliani, Belluno 1988) mi ha colpito subito – nel bombardamento delle foto e dei selfies che scorrono davanti tutti i giorni sui social – lo sguardo. Benevolo e vispo. Quello di un ragazzino garbato e riservato certo, ma con un guizzo continuo di vivacità dirompente e difficilmente trattenibile. Questo è uno che scala anche quando dorme, è sempre pronto a combinarla! – mi son detta. Qualche settimana fa, sfogliando una sorta di portfolio fotografico di vie ed esperienze alpinistiche che ha postato sul suo profilo Facebook, mi sono fermata su una frase con cui chiudeva la lunga didascalia di accompagnamento all’ascensione allo Spiz di Lagunaz per il Diedro Casarotto Radin.

«È molto difficile tornare con i piedi per terra dopo una salita del genere. È molto difficile vivere il dopo, perché ti senti completamente estraneo a qualsiasi ruolo sociale.» Dentro questa estraneità, questa sorta di impossibilità, di consapevolezza seria e severa, ho sentito una forte vicinanza. E ho deciso che era arrivato il momento giusto per intervistarlo.

Daniela Zangrando: E così eccoci, finalmente, Stefano. Questo stop forzato che sta tenendo tutti lontani da pareti e progetti alpinistici se non altro ci da l’agio di pensare. E di sentirci. Seguo te e i tuoi compagni da tempo. E mi colpisce sempre quella che credo sia un’idea di alpinismo molto personale e autonoma, a cui state dando forma in concreto, andando instancabilmente in montagna, con grande entusiasmo e veracità. Non voglio però parlarne io.
Cos’è per te l’alpinismo?
Stefano Cagliani: L’alpinismo in questo momento è la mia vita.

D.Z.: Che spazio occupa nel tuo quotidiano?
S.C.: Purtroppo poco, troppo poco.
Le montagne mi circondano. Ogni sera e ogni mattina ho il privilegio di ritrovarle davanti agli occhi, per rinnovare in me un certo senso della sfida.
La società in cui viviamo ci spinge a cercare in tutte le cose la velocità. Io sono un ragazzo che, invece, ha bisogno di silenzio, cosa molto difficile; ecco perché quando posso cerco di raggiungere le mie cime, i miei riferimenti. Il silenzio è importante per riflettere.
La montagna ti chiama quando vuole.

D.Z.: Come e quando hai iniziato ad andare in montagna?
S.C.: Ho iniziato nel 2012. Con un amico ci siamo iscritti al corso roccia. Il giorno dell’iscrizione dovetti barare inventando un curriculum da “ferratista” e gran camminatore pur di essere accettato.
Il gruppo era giovane e coinvolgente.
Ricordo in particolare una sera. Davanti a qualche birra, si chiacchierava di tutto un po' con Vito che, all’epoca, era direttore del corso: parlava della Civetta, dell’ascensione alla Solleder. In quell’occasione, è stato in grado di farmi sentire lì con lui e mi ha permesso di percepire le sue stesse emozioni.
Se mi chiedessero chi mi ha fatto innamorare della montagna sicuramente farei il suo nome.
Penso sia una persona di animo buono, che ha la capacità di farti sentire sereno e a tuo agio in ogni circostanza.

D.Z.: «È un Gruppo complesso, accidentato, rupestre e impervio in gran parte, pur colle sue elevazioni relativamente modeste, ancora poco frequentato per l’assenza quasi totale sia di vicini centri abitati che di ricoveri.» Così Antonio Berti parla del Gruppo della Schiara nella sua guida, nell’edizione del 1928. Mi piacerebbe guardare queste pareti con i tuoi occhi.
S.C.: Ognuno di noi ha in casa una pergamena del Berti, colui che Dino Buzzati definisce “il Guido Rey Delle Dolomiti”, maestro e poeta dell’alpinismo italiano. D'altronde il Berti ti insegna ad amare le crode. E come puoi non amare La Schiara! Dal mio punto di vista è la montagna esteticamente più bella e romantica della Città di Belluno. Per anni, al sorgere del sole, appena mi svegliavo, dalla finestra della camera scattavo infinite fotografie a quella parete rocciosa che da sempre mi ha incantato.
Di per sé, già il panorama che trovi al Rifugio VII Alpini ti lascia stregato: da vicino la parete si divide in migliaia di piccole guglie aggrovigliate tra loro che, con i primi chiarori dell’alba, si infuocano.
Il silenzio che si percepisce qui è assordante. Forse è proprio questo il motivo per cui La Schiara rimane “la mia montagna”.
Nella primavera del 2019 nove baldi giovani si sono incontrati, ad orario improbabile, scalpitanti, sci in spalla, sul sentiero per il Rifugio VII Alpini. L’idea era quella di salire l’anticima Est della Schiara per il canale del Marmol. Eravamo tutti consapevoli che ci aspettavano 2000 metri di dislivello con gli sci sulle spalle, di cui solo 800 metri realmente sciabili. Ma non erano quei pochi metri il motivo per cui ci trovavamo lì, e tutti ne eravamo ben consapevoli.
È proprio questo che amo dei miei amici: le esperienze con loro vanno oltre la semplice sciata fine se stessa. Quello che percepisco io, quando siamo assieme, è un legame diverso. Per quanto eterogeno, il gruppo ti lascia qualcosa. Ogni componente ti regala un pezzetto di felicità. Quando sei in cima ti senti parte di una famiglia. E la montagna ne è sempre la protagonista. Perché, per quanto tu sia circondato dalle persone che ami, lei ha sempre da donare, da offrire, da dare.
La Schiara è un luogo personale, in cui mi sento bene, perché è familiare, incontaminato. La gente che ha sciato su quei pendii e scalato su quelle pareti la puoi contare sulle dita di una mano, o poco più. Ed è proprio questo che la rende ancora oggi così unica. Adatta ad un alpinismo “romantico” e “ricercato”.

D.Z.: Qual è il limite?
S.C.: È difficile rispondere a questa domanda. Il mio limite è senz’altro la paura. Ma non c’è nulla che non si possa superare. È questo il gioco. Forse spingersi oltre il limite… e vedere che succede. Per quanto cerchi di farlo al meglio, ci saranno delle volte che dirai: «Oh, è troppo per me» e altre in cui magari scoprirai che puoi fare ben di più di quanto credessi. Quando ci sei in mezzo non te ne rendi conto. Ma quando ripercorri il tuo passato, ti accorgi di cose che hai superato, e che mai avresti pensato di riuscire a fare.
Credo che il limite sia dettato da noi stessi, da quanta paura abbiamo di sognare.

D.Z.: Tornare indietro.
S.C.: Dico che è obbligatorio. Sono considerato dagli amici come “il pessimismo cosmico”.
Nelle mie uscite mi piace considerare ogni aspetto e spesso tendo ad essere molto prudente.
Forse è perché mi reputo una persona insicura, ma le esperienze che ho vissuto mi portano sempre a considerare tutti gli aspetti di una salita; mi sento responsabile per me e per il mio compagno.
A volte questo “eccesso di prudenza” può giudicarsi un limite, quel non saper osare quel tanto di più che servirebbe per la riuscita di una salita, ma finora si è rivelato un criterio efficace.

D.Z.: Il tuo sogno.
S.C.: Il mio sogno è un’avventura sulla Civetta con amici che sappiano rendere unica quella giornata.

D.Z.: Cordate e compagni di cordata.
S.C.: Noi uomini abbiamo molti modi di vivere la vita. Ad alcuni piace parlare, ad alcuni tacere. Altre volte non ci sentiamo compiuti se non totalmente soli.
Forse è questa la caratteristica che ha sempre determinato la scelta dei miei compagni.
Due pilastri sono stati e saranno per me i miei grandi maestri: Dino e Massimo.
Uomini schivi, introversi, che giorno per giorno mi hanno saputo spingere e incoraggiare alla scoperta di un tipo di alpinismo “selvaggio”, e “ricercato”, di cui prima ti accennavo.
Il buon maestro è colui che sa trasmettere i valori positivi dell’andare in montagna: certe emozioni sono universali e raggiungibili da chiunque a prescindere dal suo livello tecnico.
Ci vuole la fortuna di trovare le persone giuste.
Altro compagno ed amico che devo assolutamente citare è Matteo. Caratterialmente opposto a me, espansivo, diretto, tagliente, e soprattutto determinato. Con lui ho potuto affrontare salite reputate da me di alto livello. Nella sua semplicità riesce sempre ad abbattere la mia grande dose di pessimismo e a tirare fuori quella grinta che a volte nascondo.
A dire il vero… avrei ancora altri amici da nominare! Potrei andare avanti quasi all’infinito!

D.Z.: Muoio dalla voglia di terminare con una domanda difficile. E forse cruciale. Uno dei primi libri d’alpinismo che ho letto è Scalate nelle Alpi, di Giusto Gervasutti. Nell’ultimo capitolo, che si intitola “Perché?”, troviamo Gervasutti seduto in treno, a ragionare su cosa lo spinga lassù e a far progetti per l’avvenire. Lo vediamo passare in rassegna i motivi che avevano portato in montagna illustri Tizio e Caio e ritrovarsi a dire che forse lui si accontenta di andarci a sfogare il malumore accumulato nelle ore monotone trascorse in città. Poi continua a cercare il suo perché, e si ha la netta impressione che il centro sia sempre fuori fuoco e che lui ne sia pienamente consapevole. Non mi resta che da chiedere anche a te: Perché?
S.C.: Anche a me viene da associare la montagna ad uno sfogo, ad una liberazione. Ma non credo sia l’unico motivo che mi spinge lassù.
La società di oggi ci pone regole, obblighi, responsabilità. Quando sei in parete la montagna ti “ruba” i pensieri e ti ritrovi proiettato solo sul prossimo appiglio da catturare. Sei un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà.
I pensieri che riempiono la nostra mente lasciano spazio alle sensazioni positive, alla bellezza che ci circonda, alla gioia. Parlo di quella gioia che viviamo solo stando in parete, che ha le porte per condurci in alto, nel nostro mondo, tra le nostre amate montagne.
Quelle poche ore fuori dal mondo giustificano qualsiasi follia.

Daniela Zangrando 

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