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Alex Puccio
Fotografia di Immagine grafica © archive Alberto Tadiello
Coffee Break Interview: Alex Puccio / Edu Marin
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Edu Marin
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Coffee Break Interview: Alex Puccio / Edu Marin

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Si chiude, per ora, Coffee Break Interview di Daniela Zangrando, il progetto della curatrice d’arte che esplora i sogni, desideri e limiti dei protagonisti dell'arrampicata e dell'alpinismo. In quest’ultima puntata la climber statunitense Alex Puccio e lo spagnolo Edu Marin. Inoltre, in calce una considerazione dell'autrice sull'esperienza.

ALEX PUCCIO
Daniela Zangrando: Il passo chiave
*.
Alex Puccio: E' una domanda?

D.Z.: Cosa vuol dire spostare il limite?
A.P.:
Penso ci siano due aspetti nell’idea di limite. C’è il limite personale, che ti porta a scoprire quale sia il passo successivo e quanto puoi spingere il tuo corpo oltre.
Poi c’è il limite dello sport, in senso più generale. Non è qualcosa su cui mi sono concentrata particolarmente, ma sono contenta di esserne parte in qualche modo. Come professionista di questa disciplina, spero di segnare una traccia per le generazioni che verranno e per chi vorrà spostare i nuovi limiti. È l’unica cosa che desidero con forza. ;-)

D.Z.: I tuoi limiti, ora.
A.P.:
I miei limiti? Beh, non sono sicura di poter essere del tutto onesta in questa risposta. Comunque penso siano qualcosa di figo… Sto migliorando man mano che cresco e vorrei andare a vedere fino a dove potrò arrivare!

D.Z.: Se non dovessi più fare il climber, cosa faresti? Hai un piano altro, parallelo?
A.P.:
Vorrei restare sicuramente in ambito sportivo. Magari vorrà dire avere un giorno una palestra d’arrampicata ed essere un allenatore, ma non c’è niente di pianificato al momento. Ho ancora tanti risultati da raggiungere sia nelle competizioni che al di fuori.
Un’altra cosa che adoro è cucinare!

D.Z.: Cosa ti piacerebbe cambiare del mondo dell'arrampicata? Di questo che a tutti gli effetti penso sia il tuo lavoro?
A.P.:
Non penso ci sia tanto che vorrei cambiare. Forse una maggior parità tra uomini e donne nell’arrampicata, ma in parte sta già succedendo. Poi mi piacerebbe che qualche brand in più si dimostrasse interessato nello sponsorizzare i climber e nel supportare l’arrampicata in generale, ma anche questo probabilmente si sta già lentamente verificando.

D.Z.: Descrivimi il luogo. Quel posto che senti tuo. Dove puoi rifugiarti, pensare, distruggere, gridare.
A.P.:
Mi piace molto correre ed è il luogo dove posso essere tutta nella mia testa e nello stesso tempo perdere me stessa mentre mi esercito, sudo, e butto fuori tutto quello che provo. Adoro anche la doccia come luogo per pensare.

D.Z.: E per ultima cosa un sogno. Che meriti di essere chiamato tale.
A.P.
: Dico sempre che ho degli obiettivi con la O maiuscola e ho grandi ed eccitanti Sogni sui miei Obiettivi.
Ad esempio essere in piedi sul gradino più alto del podio in varie Coppe del Mondo di arrampicata Boulder. O salire dei boulder gradati V15, e poi anche V16, e scalare il 9A+ in arrampicata sportiva.
Niente è fuori portata! ;-)


EDU MARIN
Daniela Zangrando: Il passo chiave.
Edu Marin:
I passi chiave sono quelli che ti fanno lasciare la zona di comfort per affrontare sfide che ti permettono di crescere come atleta. Sono progetti che, al solo pensiero di realizzarli, ti tolgono il sonno e ti fanno sudare le mani.

D.Z.: Cosa vuol dire spostare il limite?
E.M.:
Per me spingere il limite vuol dire fare del proprio meglio ogni giorno. In molte occasioni siamo stanchi, o la pelle ci fa male, o il corpo si lamenta… sono quelli i giorni in cui devi spostare i tuoi limiti oltre. Ogni giorno riproponiti di dare il meglio e spingere i tuoi limiti… se sviluppi quest’attitudine, sicuramente i risultati saranno molto vicini!

D.Z.: I tuoi limiti, ora.
E.M.:
Il mio limite… è proprio dare ogni giorno il meglio di me stesso

D.Z.: Se non dovessi più fare il climber, cosa faresti? Hai un piano altro, parallelo?
E.M.:
Ho arrampicato e mi sono allenato per più di vent’anni. Sto intraprendendo un nuovo progetto personale e professionale come personal trainer per un gruppo di dodici atleti provenienti da tutto il mondo.
Amo condividere con altri alpinisti la conoscenza che ho acquisito pian piano in questi anni, e mi piace l’idea di aiutarli a realizzare i loro sogni.

D.Z.: Cosa ti piacerebbe cambiare del mondo dell'arrampicata? Di questo che a tutti gli effetti penso sia il tuo lavoro?
E.M.:
Vorrei che le persone rispettassero maggiormente l’ambiente. Le falesie sono affollate di gente e dobbiamo tutti aver maggior attenzione per la natura, mantenendo puliti i settori di arrampicata, senza lasciare spazzatura nei dintorni ad esempio.

D.Z.: Descrivimi il luogo. Quel posto che senti tuo. Dove puoi rifugiarti, pensare, distruggere, gridare.
E.M.:
Siurana, è un posto magico per me. È la mia casa.

D.Z.: E per ultima cosa un sogno. Che meriti di essere chiamato tale.
E.M.:
Il mio sogno è non smettere mai di sognare. Di avere progetti, di emozionarmi, di sentire, viaggiare, conoscere, condividere… di scalare!

* Il termine "crux" in inglese identifica sia "il passo chiave" in senso alpinistico che "la chiave" vista come punto cruciale, soluzione, elemento nodale della vita quotidiana.
Gli intervistati sono stati lasciati liberi di intendere o fraintendere il termine a loro piacimento.

 

** Per COFFEE BREAK INTERVIEW sono partita da un limite. Quello di andare a indagare una generazione. Di climber e di alpinisti. Di volti e sforzi in grado di interessarmi, affascinarmi, intrigarmi, infastidirmi anche.
La premessa è il fallimento stesso dell’idea. Circoscrivere una generazione, andando a sottolineare dei caratteri identificativi e universali che la distanziano dalla precedente e dalla successiva, è qualcosa di molto riduttivo. Quasi inutile. L’ho scoperto strada facendo.
Come curatore d’arte, lavoro da anni con la mia generazione. Ne ho fatto un certo vanto, un’insistenza. Volevo in qualche modo replicare la stessa esperienza in ambito alpinistico.
Ma, in entrambi i casi, la ricerca non ha alcun senso.
Quello che mi fa innamorare non è la possibilità di incasellare le imprese e porre degli sbarramenti concettuali. Sono le passioni e i loro interpreti. Uno ad uno. Non ci sono generazioni da individuare. Ci sono solo persone che incidentalmente hanno più o meno la stessa età.
Hanno sogni primitivi. Amori futuribili. Condividono fatiche disumane e attimi di pienezza. Tracciano parabole eroiche e si sottopongono alla continua tensione della volontà. Ognuno in modo assolutamente diverso. Non c’è niente di assimilabile.
Perché, mentre scali o tracci una linea vorticosa su una superficie intonsa, poco ti interessa se il teorico di turno ti include in una generazione persa a causa di una crisi, in una generazione sopraffatta dalla tecnologia e dal mondo social, o quant’altro.
Quando ti muovi con l’aria sotto ai piedi e una partitura di pensieri e movimenti che continua a suonare in testa, o quando segui un’opera uscire dal tuo studio, di certo non ti chiedi se lo stai facendo per lasciare il segno nella storia della tua generazione. I perché sono ben altri, e hanno a che fare con la vita, che è tutta lì dentro, nella fede che ci stai mettendo, nelle energie che stai investendo, in un’alta forma di speranza.
Hai una grandissima fame. Che ti spinge a continuare.
Questo me l’hanno detto, riga dopo riga tradotta e sistemata, tutti questi alpinisti. E mi hanno fatto accettare il loro essere giovani, vecchi e futuri. Nello stesso tempo e senza alcuna confusione. Sono il presente.
Facciamo, dunque, che a tirare le somme siano altri. E prendiamo in pieno viso il presente. Lasciandoci ubriacare da tutte queste voci. E da quelle a venire.


Daniela Zangrando

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