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Coffee Break #25: San Nicolò
Fotografia di © archive Tadiello-Zangrando
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Coffee Break #25 / San Nicolò e la distesa degli alberi caduti

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Nel giorno di San Nicolò una riflessione su quegli alberi caduti nelle nostre montagne e tutto quello che comportano. Di Daniela Zangrando, per il suo Coffee Break #25.

Caro San Nicolò,

come sempre, ti aspetto.
Ho mancato di scriverti per un anno. Non per assenza di fede. Ma, forse, di volontà.

Eccoti. A quest’ora stai calando a valle. Tu e l’asino vi siete attardati come al solito a chiacchierare con i fringuelli alpini, poco prima del passo Giau. È incredibile come quegli esserini dimostrino d’essere ciarlieri non appena si presenti loro l’occasione. Non fanno nemmeno in tempo ad avvistare qualcuno che sale i tornanti che, in stormo, gli volano appresso e lo stordiscono di racconti, di novità, di pettegolezzi. Quando si sono resi conto che l’asino non segue il talent show canoro del momento e non sa quale sia stato il matrimonio più social dell’anno, si sono divertiti a più non posso a prendersi gioco della sua ingenuità. Il poverino ha fatto una tale confusione che in cima al passo si è dovuto fermare… vedeva tutte le stelle roteare appena sopra alle orecchie, sentiva echi di canti di sirene, e ragliava hashtag.

Come avrai visto, Santo, quest’anno non c’è la neve ad accoglierti, ma una distesa d’alberi a terra. Se ne stanno lì, con le radici in aria e le fronde abbandonate. Sono immobili. Freddi.
Dicono sia stato il vento ad abbatterli. Per me non è così.
Penserai che io sia pazza e, d’altro canto, si sa che possono credere in te solo i bambini, i folli, e i sognatori.
Ascolta comunque le mie ragioni. All’inizio ho imputato la colpa di un simile fenomeno ad un essere dalla forza fuori dal comune. Un Uomo Selvaggio accecato dalla rabbia. Che nel concreto fossero stati il suo soffio o la furia delle sue braccia, non faceva differenza. Chi altrimenti avrebbe potuto strappare gli alberi alla terra?

Poi però ho pensato a popoli che hanno incrociato le braccia e si sono seduti a terra per difendere un pensiero. A rivoluzionari che si sono inventati un mondo, agitando con la sola forza del proprio stare.
Io ho visto quegli alberi. Neanche per un attimo ho avuto l’impressione fossero morti. Dormono allora? No.
Sono un corteo. Silenzioso. Ma non per questo meno eloquente. La loro presenza è estremamente potente. La loro manifestazione è profonda. «Sfruttano la pura massa del numero per esercitare una pressione lenta, tettonica.»*
Bisogna saper dare ascolto a questi dimostranti.
La loro voce è quella della risolutezza, della riduzione dell’azione eclatante ad un unico dignitoso corale gesto.

Irrispettosi delle presenze della montagna, concentrati sul vuoto della normale quotidianità, pensiamo al pranzo di domani e alle non troppe ore che ci separano dal fine settimana.
La compostezza di questo gesto ci offre l’opportunità di porre una nuova attenzione, di restituire rispetto, sperando non sia troppo tardi e un Uomo Selvaggio non sia già vicino, pronto per darci una lezione.

Forse anche tu e il tuo asino state arrivando per questo. Per ricordarci da dove veniamo.
Perché contemporaneo non è sinonimo di dimentico dello stupore di ciò che lo circonda. E che lo abita.

daniela

* Madeleine Thein, Do not say we have nothing, Vintage Canada, Toronto 2016; trad.it. Non dite che non abbiamo niente, 66THAND2ND, Roma 2017, p. 378.


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