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Il capitan della compagnia
Fotografia di archive Tadiello-Zangrando
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Coffee Break #21 - Il capitan della compagnia

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Le scarpe al sole di Marco Elter (1935) e Berge in flammen di Luis Trenker (1931) due film sulla Prima Guerra mondiale visti da Daniela Zangrando per il suo Coffee Break #21. Quanto crudele e insensata sia la guerra lo sanno solo i più deboli, i contadini, i montanari quelli che furono carne da macello nel primo conflitto mondiale. Solo loro conoscono, perché l'hanno provato nella carne viva, l'indicibile sofferenza e insieme la grandezza di resistere aldilà del possibile.

“Le scarpe al sole” (1935). “Berge in flammen” (1931). Prima Guerra Mondiale. Carni da macello, da gelo. Da stazionamento. Giovani costretti all’inedia. Termiti. Ho sentito usare la parola “ingenui” per descrivere sinteticamente questi due film. Niente di più banale. Di meno centrato. Non mi soffermo ora sul linguaggio cinematografico – che trovo di grande interesse contemporaneo – ma penso che neanche il piano contenutistico possa sottostare a questa classificazione.

Basta guardarli al di là di una possibile strumentalizzazione di pensiero*, di raggiri storici o politici per tornare ad uno starting point, a quello che potremmo chiamare “oggetto film” ridotto all’osso. Ed ecco che emerge lampante un dato di fatto: non c’è ingenuità. C’è, caso mai, una totale assenza di corruzione. Una purezza che disorienta. Tutto è letto ed esposto sotto questa prospettiva. Prima di un possibile punto di alterazione.

Non è putrefatta la guerra. Profuma di grandi ideali. Crede. La baionetta e la trincea sono inesorabili, tremende forse, ma reali. Inutile rabbrividire e scuotere la testa con disapprovazione di fronte a ciò che è. Servirebbe? E il soldato, che pure muore, che pure ha paura di quel continuo rosicchiare la roccia sotto ai suoi piedi, ha qualcosa di comunemente eroico. Parla il dialetto del vicino di casa, saluta il figlio appellandolo “Moro”, si gode un bicchier di vino. È un uomo come un altro. Il suo è l’eroismo, inalterabile, della totale normalità. Che è compassionevole. Ruvido. E ha mani grandi.

Anche l’amore non conosce putrefazione. Le donne resistono. Dedite all’attesa. Sono carnose e sane come lo sono le contadine innamorate. L’amore tra il soldato e la sua donna – che sia l’amante o la madre non fa differenza – è sempre al sicuro. Non ha bisogno di difendersi. Non conosce il cedimento. Ignora le resistenze della noia. Si beffa di qualsiasi retorica. È pura evidenza. Non ci sono sintomi per immaginare che un giorno possa cambiare, finendo nel bisticcio e nel dilemma delle colpe. È fatto di donne che a qualsiasi età restano giovanissime fidanzate tremanti aggrappate alla speranza dei loro uomini. E di uomini che portano il pensiero delle loro donne in mezzo alla morte e all’angoscia, impastando quello svolazzo di farfalle nello stomaco fino a farlo diventar coraggio. Nessuna di queste storie potrà mai finire.

C’è dunque la guerra. E c’è l’amore.

Ma i film sono intrisi anche di una montagna incorruttibile. Senza alcuna discussione le cime sono Signore Cime. Abbassano lentamente le palpebre di fronte ai troppi morti. Con dignità accolgono nel loro ventre gli scavi, le mine, i corpi. Non accondiscendono, ma non ritengono di dover intervenire. Se dev’esser neve, sia. Se la battaglia deve incrudelirsi lassù, non si può far niente per evitarlo. Se a Toni capiterà di cader colpito dal fuoco nemico durante l’assalto, c’è da mettersi il cuore in pace. Al massimo, si può spolverare qualche presa, liberare dal nevischio gli appoggi. Così Dimai si muoverà più velocemente per andare a controllare se gli Italiani hanno già cominciato a portar l’esplosivo in galleria. E qualcuno in più si salverà. Forse.

Non credo sia ingenua questa totale assenza di corruzione. Per un centinaio di minuti mi piace potermi perdere in un eroismo verace. Alpino. In un Amore grande. Nella montagna. Mi piace uscir dalla sala canticchiando di quel capitano in fin di vita che, chiamati a sé i suoi alpini, dette ordine che il suo corpo fosse diviso in cinque pezzi. Uno alla Patria, uno al battaglione, uno alla mamma, uno alla bella. E uno alle montagne, perché le montagne sanno fiorire anche la morte. Di rose, e di fiori.

Daniela Zangrando

* Il film “Le scarpe al sole” ottiene nel 1940 la Coppa del Ministero della Stampa e della Propaganda. Gesta eroiche e sacrifici hanno spesso avuto – in svariati momenti storici – una controparte di sfruttamento ideologico. Ma, ai fini di questa analisi, non interessa. Quello che si propone al lettore di fare, è un sottile sforzo. Lo stesso sforzo che dovrebbe fare, in epoca di attentati, nel restituire ad una valigia abbandonata in aeroporto lo statuto di valigia, descrivendone il colore, la marca, la fattezza. Riconoscendone l’eventuale bellezza. E niente di più.

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