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Nicolò Guarrera nel deserto di Atacama in Cile
Fotografia di Nicolò Guarrera
Nicolò Guarrera. 'Ho vissuto l’Oceano Atlantico a bordo di un catamarano, sulla mappa lo spazio blu che separa Europa e Africa dalle Americhe non sembra così grande eppure ci abbiamo messo trentatré giorni a coprire la stessa distanza che un aereo annulla in una manciata d’ore. È stato il mese più lungo della mia vita.'
Fotografia di Nicolò Guarrera
Nicolò Guarrera: Quito, Ecuador. Linea dell’Equatore
Fotografia di Nicolò Guarrera
Nicolò Guarrera, un giro del mondo a piedi, con Ezio, il passeggino da trekking gemellare. 'Camminare é il mio atto di libertà'
Fotografia di Nicolò Guarrera

Nicolò Guarrera, un cammino lento alla ricerca della bellezza direzione fine del mondo

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Nicolò Guarrera dal Cile e dialogando in Cile con il suo affidato passeggino da trekking, fa il punto della situazione del suo giro del mondo a piedi dopo essere partito da casa sua vicino a Vicenza nell'agosto del 2020. Sta per attraversare la Patagonia, direzione Ushuaia in Argentina e la fine del mondo.

"Sei pronto per ripartire, vecchio mio?"
"A dirti la verità… No. Stiamo per affrontare l’inverno australe e non abbiamo mai camminato in queste condizioni così a lungo. Ci attendono almeno quattro mesi di pioggia e temperature a cavalcioni sullo zero."
"La cosa ti preoccupa?"
"So già che sarà tosta; mi domando come reagirà il nostro corpo a questo tipo di sforzo. Staremo là fuori per diversi mesi, non qualche giorno"
"Che si fa allora? Abbiamo aspettato a lungo e ora non ha più senso posticipare la ripartenza, rischieremmo di andare stretti con i tempi per arrivare a Puerto Montt"
"Lo so, lo so, il programma di marcia, le stagioni, la logistica da gestire, tutto chiaro. Facciamo un recap generale della situazione e poi sono pronto, ok?"
"Andata"

È utile anche a me fare un ripasso ad alta voce mentre Ezio siede immobile e silenzioso nell’angolo in cui l’ho parcheggiato. Stiamo per riprendere a camminare e lui ha la pancia piena con tutta l’attrezzatura che ci stiamo portando dietro. Il vantaggio di camminare con un passeggino da trekking è che puoi caricarlo con molto più materiale rispetto a uno zaino, in questo modo le articolazioni non vengono sovraccaricate ed è possibile tenere una media di 40km al giorno senza assassinare le ginocchia. Fuori dalla finestra, Santiago è infreddolita a causa dei venti gelidi che spirano dalle Ande. L’inverno è’ alle porte e tra poco andremo fuori a battere i denti con lui. Mi siedo a gambe incrociate sul tappeto lanuginoso, alzo gli occhi verso il soffitto e comincio a ricordare.

Sono passati quasi due anni da quando sono partito con Ezio, un passeggino da trekking gemellare, per realizzare il mio sogno: fare il giro del mondo a piedi. Abbiamo percorso insieme l’Europa Occidentale prima che la seconda ondata di Covid la chiudesse in un lockdown, lasciandoci alle spalle Italia, Francia e Spagna con una passeggiata di tremila km.

Siccome sono partito per cercare la bellezza e ho scelto di farlo a piedi perché credo che andando lentamente ci sia una concreta possibilità di incontrarla, ho deciso che sarei andato nel Nuovo Mondo con il mezzo più lento possibile, ossia una barca a vela. Ho vissuto l’Oceano Atlantico a bordo di un catamarano, sulla mappa lo spazio blu che separa Europa e Africa dalle Americhe non sembra così grande eppure ci abbiamo messo trentatré giorni a coprire la stessa distanza che un aereo annulla in una manciata d’ore.

È stato il mese più lungo della mia vita. Dopo essere approdati ai Caraibi l’equipaggio si è sciolto e io mi sono diretto a Panama per riprendere il cammino, un percorso breve ma significativo in cui ho unito Oceano Atlantico e Pacifico passando da un lato all’altro dell’istmo. È stata l’ultima volta in direzione del sole che tramonta; da lì ho proseguito verso sud e non mi sono ancora fermato. Un anno, cinque paia di scarpe, sei ruote e settemila km più tardi, Ezio e io siamo arrivati a Santiago del Cile. Nel mezzo, centinaia di storie meravigliose raccolte durante il cammino, dall’Ecuador e le genti dall’ampio sorriso al Perù e i suoi giganti, il deserto costiero e le Ande immense; poi il salto nel deserto più arido del mondo, l’Atacama, in Cile. Siamo arrivati alla capitale Santiago stupefatti dell'ospitalità che l’America ci aveva riservato lungo il percorso: decine di persone hanno aperto la porta di casa loro e altrettante ci hanno sfamato lungo la strada sorridendo e augurandoci suerte. La pandemia globale sembrava essersi limitata a scalfire il buon cuore di queste genti e il cammino filava liscio senza grossi contrattempi. Una volta a Santiago, tuttavia, i fatti hanno preso una piega diversa.

L’idea era quella di proseguire verso l’Australia, dove avrei attraversato il deserto interno nei successivi sei mesi. È necessario un visto speciale per farlo perché il classico permesso turistico prevede una permanenza massima di novanta giorni, troppo pochi per coprire i 4500km di Outback. L’Australia ha riaperto i confini solo a fine febbraio 2022, ho spedito subito i documenti richiesti ma dopo oltre un mese il visto non era ancora arrivato. Che fare?

Ho deciso di aspettare e sperare, ma stavolta non è andata come pensavo e il visto è arrivato solo a fine maggio, troppo tardi per andare dall’altra parte e cominciare a camminare. Partendo a giugno avrei camminato gli ultimi mesi nell’afa dell’estate australiana, con il rischio concreto che il Paese andasse a fuoco come è successo gli ultimi anni, con incendi che hanno devastato tutto il territorio. E così mi sono fermato. Che senso aveva forzare il cammino? Sono partito per coltivare la lentezza, non solo spostandomi a piedi, ma anche nelle scelte dell’itinerario. Oltre a questo, avevo lasciato interdetta una marea di Cileni quando avevo raccontato del progetto e non tanto per aver deciso di fare il giro del mondo a piedi, quanto perché per loro stavo saltando la parte più bella del cammino: la Patagonia. "Non c’e’ tempo, non posso andare ovunque" era la mia risposta, ma ora improvvisamente aveva molto più senso rallentare, esplorare il sud di questa parte del mondo e lasciare all’anno successivo il deserto australiano. In questo modo la situazione in Asia, il continente successivo, avrebbe avuto ancora più tempo per normalizzarsi, i viaggiatori avrebbero ripreso a muoversi e condividere notizie fresche dai loro spostamenti, insomma il cambio di programma pareva avere senso. "Che dici Ezio, restiamo qua?"

I mesi a venire si prospettano estremamente interessanti ma molto difficili. Non li avevo messi in conto, quindi non avevo l'equipaggiamento adatto per affrontare l’inverno australe. Stiamo parlando di camionate di pioggia e gelo, un bel freddo costante e umido con il quale dovrò camminare, mangiare e dormire per i prossimi quattro mesi; e siccome sono diretto verso sud, in allontanamento rispetto all’equatore, farà sempre più freddo mano a mano che avanzerò. Primo punto da risolvere, dunque, la tecnica. Ferrino sponsorizza il giro del mondo a piedi e ha mandato sacco a pelo, materassino e tenda per affrontare le notti fredde e piovose dell’inverno patagonico. Il sacco a pelo è il Shingle squared, temperatura di comfort a -2 e comodità extra garantita dal taglio rettangolare, che offre più spazio rispetto ai sacchi a pelo a mummia; materassino Superlite 850, autogonfiante, valore R (l’indice di isolamento termico dal terreno) pari a 4, un ottimo alleato del sacco a pelo per affrontare temperature rigide. Tenda Manaslu 2, ci sto viaggiano dal Perù dormendoci lungo il deserto costiero e l’Atacama; è una 4 stagioni da un paio di kg, la mia casa senza indirizzo e ostello preferito per dormire dove la stanchezza mi coglie. Per il giorno ho vestiti contro la pioggia, giacca e pantaloni Ferrino con impermeabilità 10.000mm (pantaloni Lena) e 20.000mm (giacca Valdez). Praticamente ci potrei andare a nuotare! E vestiti termici. Anche per le scarpe ho dovuto pensare a una soluzione, qui c’è un trade off tra ammortizzazione e una seria idrorepellenza. Vedrò lungo la strada se con questo assetto riuscirò a mantenere una media giornaliera di 40 km. Ezio è coperto da un telo di plastica di quelli da camion, non dovrebbe avere problemi; dietro e sul fondo dei larghi sacchi di plastica lo riparano dagli schizzi d'acqua della strada. Dentro di lui, oltre al materiale per dormire, ci sono cucina a benzina e pentola, qualche lusso tecnologico come un paio di power bank solari e un Kobo per leggere, un frontalino, pezzi di ricambio (sei le ruote bucate finora), una minifarmacia, l’ancor più minimo per lavarmi e un tracker gps che segnala la nostra posizione, saranno grossomodo quindici kg. I pesi variabili sono cibo e acqua, nel deserto di Atacama le provviste sono arrivate a pesare 20 kg perché i punti di rifornimento potevano distare anche una settimana l’uno dall’altro. In questo caso, invece, potrò viaggiare più leggero, la prossima porzione di Cile è densamente popolata (densamente per gli standard di qui) e ci sono diversi centri abitati lungo la strada. Me la potrò cavare con cinque litri di acqua, equivalenti a un paio di giorni tra bere e cucinare, e altrettanti kg di cibo: avena e frutta fresca per colazione, riso e quinoa per i pasti, salse pronte, formaggio, uova e verdure crude per condire i carboidrati. Mi alzo portandomi dietro a Ezio e lo spingo in avanti con delicatezza. La sensazione è magnifica, sembra vada avanti da solo. So che con lui posso percorrere centinaia di km senza bisogno di alcun supporto. È la forma di autonomia migliore per questo tipo di viaggio.

"Cosa rimane da ripassare?" Il percorso! Panoramica a volo d’aquila: il Cile è lungo e stretto, in media non supera i 200km dalla costa al confine orientale. La Cordigliera Centrale lo separa a est dall’Argentina, mentre una seconda Cordigliera, quella della Costa, corre parallela all’Oceano Pacifico fino a inabissarsi e scomparire. Tra le due, a sud di Santiago, si sviluppa una pianura che corre per mille km fino a Puerto Montt e sulla quale è innestata la Ruta Nacional 5, il braccio cileno della Panamericana. È l’arteria che Ezio e io seguiremo per i prossimi due mesi, salvo alcune deviazioni verso i Parchi Nazionali che punteggiano il percorso - vulcani dalle cime innevate e lagune dai colori intensi sono ottime scuse per allungare il cammino. Dovremmo coprire la distanza tra giugno e luglio, i mesi più freddi e piovosi, dunque i più difficili.

Ogni quattro - cinque giorni passeremo per una grossa città dove poter fare approvvigionamento e riposare in un letto vero. In questi casi ricorro a Couchsurfing, una piattaforma social che permette a chi ha un posto in casa di ospitare i viaggiatori. È il modo migliore per entrare in contatto con le persone e la vita quotidiana di un posto, come se si andasse a trovare un amico che ancora non si conosce in una città dove non si è mai stati. Un ostello dà una privacy diversa, ma ammetto che mi sento perso senza una persona del luogo che mi guidi alla scoperta della zona. Ho mandato qualche richiesta prima di partire e ho già trovato accoglienza in tre città, Rancagua, Curico e Linares, a un centinaio di km le une dalle altre.

Una volta giunti a Puerto Montt, Ezio e io prenderemo la Nacional 7, la leggendaria Carretera Austral che attraversa la Patagonia cilena in tutta la sua lunghezza. Qui comincia il vero spettacolo: cammineremo di fianco a immensi ghiacciai concedendoci trekking di diversi giorni per salirci sopra ed esplorarli in assoluta calma. Esploreremo i misteriosi fiordi cileni addentrandoci nella foresta che si getta a strapiombo nel mare e che arriva a mangiare la stessa strada in alcuni tratti. In questi casi la Nacioinal 7 si interrompe e prosegue verso il pezzo successivo a bordo di piccoli traghetti silenziosi. E poi anfiteatri di roccia che circondano vecchi laghi di montagna, ampi prati per riposare, fiumi azzurri dai quali è possibile bere acqua pura e cristallina: 1200km di paradiso nei quali immergersi. La Carretera Nacional prosegue fino a Villa O’Higgins, ultimo avamposto prima del Campo di Ghiaccio Patagonico Sud, la più vasta estensione di ghiaccio al mondo dopo Antartide e Groenlandia, un bestione grande due volte la Corsica. Qui attraverseremo la frontiera presso il passo Dos Lagunas; dovrebbe essere novembre inoltrato. All’arrivo in Argentina seguiremo un'altra strada ben famosa tra i viaggiatori, la Ruta 40, alter ego della Nacional 7. Camminando verso sud passeremo vicino al Perito Moreno, una delle estremità meridionali del Campo di Ghiaccio Patagonico incontrato in Cile; questa particolare sezione e’ uno dei pochissimi ghiacciai rimasti in grado di conservare la sua massa a discapito del surriscaldamento globale. In altri due mesi e mille km riattraverseremo il confine Argentina/Cile un paio di volte, fino ad arrivare alla "Fine del Mondo", la cittadina di Ushuaia in Argentina. Dopo di essa non c'è più nessuna strada. Questa sarà la fine del cammino in America Latina e da lì potremo finalmente proseguire verso l’Australia e il suo deserto rosso sangue. Ma ora non ci penso, sono concentrato sui prossimi 5000 km di strada e sulle condizioni alle quali ho scelto di affrontarli. In testa un unico obiettivo: la fine del mondo.

"Ora sei pronto, vecchio mio?"
"Sono pronto"
Partiamo.

di Nicolò Guarrera

Link: IG Nicolò GuarreraFerrino

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