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Canyon del Colca in Perù e le Cascate di Huaruro
Fotografia di Nicolò Guarrera
Il mirador del Canyon del Colca in Perù
Fotografia di Nicolò Guarrera
Nicolò Guarrera al mirador del Canyon del Colca in Perù
Fotografia di Nicolò Guarrera
Canyon del Colca in Perù
Fotografia di Nicolò Guarrera

Il trekking nel Canyon del Colca in Perù

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Nicolò Guarrera, dal suo giro del mondo a piedi, ci presenta il trekking al Canyon del Colca. Conosciuto per i condor, dopo l’Inca Trail di Macchu Picchu, il Cañón del Colca è il secondo trek più famoso del Perù.

Sono a Cabanaconde, inizio tradizionale del trekking del Colca, un cammino che si snoda lungo le pareti dell’omonimo canyon alla ricerca di visioni spettacolari sul fiume che scorre mille metri più in basso. È una delle destinazioni turistiche più ambite del Perù e si trova a poche ore di autobus da Arequipa, città patrimonio dell’umanità e mecca culinaria del sud del paese. A dirla tutta, dopo il Camino del Inca che porta direttamente alla cittadella di Macchu Picchu, questo è il secondo trekking più famoso del Perù. Qui si può ammirare il volo del condor, sovrano dei cieli e animale totemico degli inca, bagnarsi in fonti termali e ovviamente immergersi nel silenzio contemplativo di una camminata a contatto con la natura.

Le guide turistiche offrono un giro di due o tre giorni con partenza da Cabanaconde. Si scende la parete meridionale del canyon, si toccano i pueblos di San Juan de Chuccho e Sangalle e poi si risale lungo un ripido pendio per tornare a Cabanaconde: 20km e 2200 metri di dislivello in tutto. Tuttavia, la parte più scenografica giace in una valle perpendicolare al Colca, stranamente snobbata dai tour organizzati. Allungandosi verso il microscopico villaggio di Fure si incontreranno diverse cascate di bianche gittate fino ad arrivare alla Catarata de Huaruro, un imponente salto di duecento metri nato dai ghiacciai celati dietro le creste della prima schiera di montagne. È lì che sono diretto, decidendo di camminare in autonomia per poter scegliere liberamente il percorso.

Prima della partenza, un check allo zaino: tenda e sacco a pelo, anche se qui ad aprile non fa freddo sebbene ci troviamo a 3000 metri. Cucina, pentola, scarpe comode - non servono scarponcini da montagna, il percorso è più sterrato che accidentato. Provviste per tre giorni: riso, frutta fresca e secca, avena per la colazione, avocado che qui abbondano e uova sode come fonte di grassi. Ai villaggi si può fare rifornimento ma non ci voglio pensare, preferisco avere tutto con me. I due litri di acqua con cui parto non basteranno ma conto di rifornirmi lungo il sentiero, dopotutto camminerò lungo un fiume per tutto il tempo e il secondo giorno incrocerò diverse cascate. Qualche vestito pesante per essere pronti a ogni eventualità e sono pronto. A conti fatti, la mia casa portatile non supera i 12 kg. Due bastoni raccolti sul sentiero mi aiuteranno a scaricare il peso dalle spalle.

Si comincia dunque da Cabanaconde, inizio tradizionale del trekking del Canyon del Colca. Mi avvio lungo il sentiero, non c’è gran segnaletica a indicarlo ma il percorso è chiaro, snodandosi tra bassi muretti in pietra verso il primo crinale. Sto camminando in un Parco Nazionale, quindi al primo mirador trovo una persona incaricata di riscuotere la tassa di passaggio: 70 soles, circa 15€ per gironzolare lungo il canyon fino a un massimo di cinque giorni. Il tempo basta e avanza. Il belvedere di legno si affaccia sui villaggi che attraverserò i giorni successivi e vedo già il pueblo di Llahuar sulla sinistra, destinazione di oggi. Il dislivello da dove sto guardando fa un certo effetto: è un salto di più di mille metri. Mi avvio lungo la discesa, sorpassando un trio di alpaca domestici. Il pendio inizia morbido per poi accentuarsi dopo un’ora e proseguire a zigzag verso il primo ponticello. L’acqua è torbida ma fa già caldo e ho bevuto metà borraccia; mi disseto dal ruscello e a parte qualche granello di terra percepisco immediatamente che è purissima. Scendo per un’altra ora e mezza, sorpassando il ponte che scavalca il Rio Colca, dunque per oggi ho finito di scendere. Il tracker segna 1300 metri di discesa in 9 chilometri. In un altro chilometro giungo al bivio per Llahuar. L’indomani potrei tornare indietro e compiere una svolta a U per proseguire verso Sangalle e percorrere l’altro versante del canyon, affacciato sul lato percorso oggi. Tuttavia, così facendo perderei la parte più suggestiva del trekking, la traversata delle cascate. Preferisco allungare la tappa di qualche ora per godermi il panorama. Proseguo dunque verso Llahuar, concludendo la giornata con 11 km.

Ci sono un paio di lodge per dormire, in uno pianto la tenda. Niente free camping, non c’è fisicamente spazio al di fuori delle strutture, il terreno manca di terrazzamenti. Per la notte mi chiedono 10 soles, poco più di due euro. Non c’è acqua potabile in giro, tocca comprarla. Sarà l’unica volta di tutto il trekking. Nella parte bassa del canyon non c’è connessione e il Wi-Fi del lodge funziona per finta; poco male, tra stretching, lavare i calzini e preparare la cena riempio il tempo che mi separa dalla sera. Il Perù è relativamente vicino all’equatore, perciò le giornate sono sempre uguali: il sole sorge alle cinque e mezza e tramonta alle sei. Sceso il buio mi infilo in tenda a riordinare gli appunti presi durante la giornata. Il cammino di oggi è stato leggero, senza scorci mozzafiato né grande impegno fisico dato che c’è stata solo una lunga discesa. Covo però delle aspettative per l’indomani.

Secondo giorno operativo alle sei e partenza sei e mezza, la tappa sarà lunga perché come anticipato voglio andare alle cascate di Huaruro, al fondo d'una valle perpendicolare al Canyon del Colca. Lascio Llahuar per incamminarmi verso un pueblo un filino più grande, Llatica, a due ore e mezza di marcia da dove ho dormito. Comincio a risalire la valle, allontanandomi dal Colca. Il paesaggio cambia, con una vegetazione più fitta e lussureggiante; sotto il sentiero, il fiume Molloco rumoreggia impetuoso spumeggiando verso il Rio Colca, del quale è affluente. Raggiungo una piazzetta con una chiesa che dà sul villaggio di Llatica, constatando che qui avrei tranquillamente potuto campeggiare, allungando la tappa di ieri per guadagnare qualche km su quella di oggi. Il villaggio è addormentato, non c’è nessuno in giro. Saranno a lavorare? Ma dove? Non ci sono campi nei paraggi, i pendii sono troppo ripidi e non ci sono terrazze. Animali al pascolo neanche parlarne. Rimango con questa curiosità mentre avanzo verso Fure, il villaggio successivo. Qui, finalmente, il trekking comincia a valere la fatica.

Lungo il sentiero appaiono cascate alte e magre, di colore azzurro fiordaliso. Precipitano sul fiume sottostante da centinaia di metri di altezza e il cammino vi si avvicina fino a pararsi di fronte con brevi ponticelli ondeggianti. In un paio di casi si può bere direttamente dai loro getti cristallini, così ne approfitto per ricostituire le scorte d’acqua. Il cammino è diventato uno spettacolo: giganti di pietra ricoperti di vegetazione si protendono verso la valle senza muovere un passo. Raggiungo il villaggio di Fure dopo altre due ore di cammino. Anche qui non c’è anima viva, fatta eccezione per dei muli da soma e il loro arriero. Provo a scambiarci due parole, ma non ci intendiamo e subito dopo ne capisco il perché: sul muro di una casa è appesa una locandina…In lingua Quechua! Qui lo spagnolo probabilmente lo parlano solo le persone che lavorano con i turisti. Per qualche istante sono preda di una piacevole sensazione di straniamento, come fossi divenuto consapevole di trovarmi in un passato che ha più radici che germogli.

Immerso in questa bolla proseguo per un’ora ancora, seguendo un tracciato serpeggiante. Dietro l'ennesima curva, la Catarata di Huaruro finalmente compare! È uno spettacolo di forza impressionante, il getto è tanto potente da creare una lama d’acqua speculare alla cascata. Viene dunque a formarsi una sorta di V, al vertice della quale comincia la corsa del rio Mollopo verso valle. Il fiume sgorga impetuoso saturando l’aria circostante di umidità senza renderla pesante, forse perché la caduta libera dell’acqua genera un certo venticello che rinfresca l’atmosfera. Nessun suono può competere con il fragore della catarata. Il suo ruggito domina questa parte di mondo.

Decido di pranzare qui. Chissà se e quando ritornerò a percorrere queste gole. Meglio concedersi questa visione e imprimerla per bene nella memoria. È il culmine del trekking e voglio riempirmi gli occhi con questo spettacolo. E così faccio: non c’è fretta e dopo cinque ore di cammino rifocillarsi davanti alla cascata è il premio che merito. Proprio non capisco perché i tour organizzati non vengano da queste parti. Il saliscendi è certamente impegnativo, ma volendo ci si può fermare nel villaggio di Fure e pernottare in uno degli ostelli, concludendo la tappa a meno di 15km da Llahuar. È il secondo interrogativo che non riesco a sciogliere. Rimango a fissare la cascata per una buona ora prima di riprendere il cammino. Ringrazio la Natura per aver creato uno angolo di terra così bello, dando la possibilità di goderne gratuitamente a chi è disposto a fare un po’ di fatica. Questi scorci danno valore a un cammino perché ce li si guadagna passo dopo passo, senza scorciatoie né click rapidi. Per incontrare la bellezza bisogna impegnarsi, avere pazienza e andare piano.

La giornata non è ancora finita. Proseguo altre quattro ore fino al pueblo di Malata, un nome che per fortuna in Perù non ha nulla di evocativo. Sono tornato dentro al Canyon del Colca, sul versante opposto rispetto a quello sceso ieri. Domani mi attende l’ascesa della parete meridionale. Le viste pazzesche continuano fino alla fine della tappa ma devo ammettere che la valle del Rio Mollopo è ben piu scenografica del famoso Canyon del Colca. Giungo a Malata dopo 22km e 2200metri di saliscendi, una giornata impegnativa che con il senno di poi avrei potuto riequilibrare spostando la meta di ieri due ore più avanti, fermandomi a Llatica. Poco male, trovo un posto per montare la tenda presso una specie di distaccamento locale del ministero per l’inclusione sociale. Vengo accolto da Luis, che insiste nel farmi dormire dentro il recinto del complesso; così sarò più tranquillo, dice. Anche qui ci sono comunque strutture di accoglienza e posti dove mangiare qualcosa di caldo a buon mercato (2€ per una cena e 6-7 per dormire)

Il terzo e ultimo giorno mi trova sveglio prima dell’alba. Voglio essere a Cabanaconde per l’una e mezza altrimenti non ci saranno più bus che ritornano ad Arequipa - dovrei aspettare il giorno successivo. La distanza non è lunga, sono "solo" 14 km, tuttavia dopo i primi sette di riscaldamento c’è la resa dei conti con la risalita della parete del canyon: 1100 metri di dislivello positivo in 4,8km. Lo zaino è più leggero perché il cibo è finito e questo gioca anche un fattore psicologico a mio favore. Ma la pendenza è una bella sfida, quindi meglio darsi il ritmo giusto fin da subito in modo da poterlo seguire senza tirarsi il collo. Arrivo al ponte di San Juan, l’ultimo sul fiume Colca, nel giro di due ore. Ultima barretta di cioccolato per la carica di energia, controllo l’acqua - non ci sono più rifornimenti fino all’arrivo - e poi comincio la scalata. L’alba è favolosa e dipinge le pareti del canyon di arancione e rosa. Le viste dai miradores lungo il cammino tolgono il fiato - o è lo sforzo fisico? Ogni tanto il sentiero si allarga in minime piazzole ma non ci sono sassi abbastanza grossi per sedersi; così continuo, seguendo la cadenza impostata a inizio giornata e aiutandomi con i bastoni a scaricare il peso di corpo e zaino. A un certo punto, per un istante, mi sembra di scorgere un condor librarsi in aria a poche decine di metri. Se è vero sono fortunato, di solito gli avvistamenti avvengono verso luglio e agosto.

Dopo due ore e mezza di costante e lenta ascesa, finalmente giungo al bordo della scarpata. Negli ultimi km ho incrociato diverse persone che camminavano in senso opposto, alcune delle quali accompagnate da una guida. Con ogni probabilità stanno facendo il giro tradizionale, che ruota in senso antiorario partendo da Cabanaconde. Ci arrivo dopo gli ultimi tre km di strada, un toccasana per sciogliere i muscoli dopo lo sforzo tecnico.

Concludo il trekking in tre giorni, 40 km e 500metri di dislivello. La seconda tappa è stata la più suggestiva, la Catarata di Huaruro a fine mattinata il suo punto sublime. Tornato a Cabanaconde pranzo in uno dei comedores locali con il completo, il menú tipico con zuppa e un piatto di riso con carne o verdure. Il caldo favorisce la siesta; e io la assecondo docilmente.

di Nicolò Guarrera

Link: IG Nicolò Guarrera, Ferrino

 
 
 
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