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Circuito Illampu in Bolivia: le Lagune Gemelle e Cerro Wakana. 'horeau scrisse che i laghi sono gli occhi della Terra, specchi che nessuna pietra potrà mai infrangere; e così riflettono il cielo e le bianche nubi che lo solcano come velieri di fantasia. Più in basso, a metà tra le une e le loro immagini, stanno le vette delle montagne, anch’esse tinte di bianco. Pare non si specchino, sono più serie e non si lasciano andare a quel motivo di vanità con cui le nuvole amano guardarsi. Stanno sole con le loro compagne, abbracciate e immobili, e aspettano con noncuranza il passare del tempo.'
Fotografia di 

Nicolò Guarrera
Circuito Illampu in Bolivia. 'Abbandono la strada perplesso, tornando a quota 5000, e rimango ancor più stupito dallo scenario che si propone una volta superato il versante: sembra di essere in un deserto di sabbia! Il contrasto tra terreno giallo e cime innevate è un pugno nell’occhio, pare di essere in un’allucinazione.'
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Nicolò Guarrera
Circuito Illampu in Bolivia: il Campo Day 4, a 4500 metri
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Nicolò Guarrera
Circuito Illampu in Bolivia: Nicolò Guarrera e un pastore, beccato durante l’ultimo giorno del trek
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Nicolò Guarrera

Bolivia trekking: il Circuito Illampu nella Cordillera Real



Nicolò Guarrera presenta il trekking del Circuito Illampu in Bolivia. 6 tappe da circa 15km ciascuna, per un assaggio dell’autentica e affascinate Cordillera Real nelle Ande Boliviane.

In quest’articolo vi racconto il trekking più difficile che ho percorso negli ultimi mesi, primo e unico svolto nelle Ande Boliviane e più precisamente nella Cordillera Real, una sezione di 200km che si sviluppa in direzione nord-ovest/sud-est a nord di La Paz.

Perché difficile? Perché in Perù, dove avevo camminato in precedenza tra canyon del Colca, ghiacciaio Salkantay e sito inca Choquequirao, i trekking sono piuttosto frequentati; sono punteggiati da piccoli villaggi nei quali è possibile chiedere informazioni e approvvigionarsi; e anche se non ben segnalati, è difficile perdersi perché il percorso è piuttosto chiaro. Da quando ho cominciato a camminare in Bolivia, invece, le condizioni sono cambiate. Nessun escursionista sul sentiero, molto più freddo (si avvicina l’inverno e siamo più a sud, quindi più lontani dall’Equatore), meno centri abitati e una marea di sentieri che si intrecciano in complicate ragnatele di terra e acqua, diretti verso pascoli, acquitrini o semplicemente spezzati nel nulla lungo il loro corso. Per la prima volta ho sbagliato brutalmente strada, rischiando di perdermi a 4800m. Ma questo è successo al penultimo giorno, percorriamo con calma il circuito e cerchiamo di capire come affrontarlo.

Il nome ufficiale del trekking è Circuito Illampu e gira attorno all’omonimo ghiacciaio in 6 tappe da circa 15km ciascuna. Campeggi (tutti informali) intorno ai 4000 e oltre, acqua in abbondanza lungo fiumi e torrenti, più ostico trovare cibo. È saggio partire in autosufficienza perché all’unico centro poblado (giorno 2/3) non sono riuscito a comprare nulla. Ogni tanto la comunicazione sembra non avere senso pur parlando la stessa lingua. Si inizia da Sorata, un villaggio a 2600m colpito duramente dal covid: il turismo è scomparso e ora non esiste nemmeno un’agenzia che offra servizi di guida o tour organizzati per scoprire le meraviglie innevate che si stagliano sopra i tetti delle abitazioni. E pensare che Sorata è il centro più importante dal quale partono i trekking per la Cordillera Real: Illampu, Laguna Congelada e Transcordillera sono i più famosi e constano di escursioni che vanno dai due ai venti giorni. Ce n’è per tutte le… Gambe! A Sorata c’è anche un discreto mercato ma se volete comprare cibo liofilizzato meglio fare scorta a La Paz, dalla quale arriverete dopo 3-4 ore di minibus (la corsa vale 3€). A zaino ultimato, siamo pronti per partire.

È il giorno uno. Lascio Sorata di buon’ora, il sole sorge verso le sei e mezza. Attraverso la plaza de armas, compro le ultime amenità e comincio a salire seguendo il sentiero che esce dal villaggio. Fin da subito mi accorgo che non esistono indicazioni lungo la via, dunque mi affido alle mappe scaricate su maps.me, che non necessitano di connessione. Almeno lì, il percorso sembra chiaro. Cammino guardando l’Illampu, che con 6300 metri è la quarta vetta della Bolivia. Si staglia davanti a me, dominando il sentiero con la sua mole. La giornata è limpida, saranno 20 gradi, le condizioni perfette per camminare e godere dei panorami. I primi km volano. A metà tappa il sentiero scende verso un fiume, guardo la mappa e pare debba guadarlo ma non dovrebbe essere un problema, la stagione delle piogge è ormai passata. Procedo tagliandolo da sinistra a destra ma dopo aver risalito il crinale mi accorgo di essere molto più a destra rispetto alla traccia. Non è possibile, ho appena guadato, non posso proseguire lungo la sponda del fiume. Mi guardo attorno arrovellandomi sul da farsi e dopo qualche tentativo capisco che la traccia segnata sulla mappa è sbagliata. Tenetene conto se vi avventurate da queste parti: per tutto il tragitto, maps.me può darvi un’idea di dove dirigervi ma non calcherà sempre con esattezza il percorso da seguire. Ogni tanto dovrete crearvelo da voi, soprattutto i primi giorni. E così torno sui miei passi, ridiscendo il fiume e tengo a riferimento il campo segnato per il giorno uno, ad appena un km da me. Mi vuole più di un’ora per arrivarci! Risalgo il corso del fiume e quando la parete si fa più bassa (o almeno così sembra) mi ci arrampico per una ventina di metri ritrovando il sentiero. Ma non è ancora finita. Quei 70cm di terra si divertono a giocare a nascondino e scompaiono a ogni piè sospinto per ricomparire chissà dove centinaia di metri più in là. Dopo averlo perso e ritrovato diverse volte decido di abbandonarlo definitivamente e dirigermi direttamente verso l’accampamento secondo il percorso che avrei scelto. Mi tocca salire per un’erta e più di una volta incontro il sentiero “ufficiale”, fino a imboccarlo nuovamente nei pressi del campo, un rettangolo che ricorda un campo da calcio nei pressi della località di Lackathiya (tre case in tutto). Chiudo la tappa appena sotto i 4000m, percorsi 10km e un dislivello positivo di 1300m.

Pranzo e riposo, sono a corto di fiato. Prendere la direttissima sembrava una soluzione intelligente per non perdere tempo a cercare la strada, tuttavia arrampicarmi con tutto quel peso sulle spalle è stato un bello sforzo. Sono indeciso se proseguire, è appena mezzogiorno e potrei portarmi al secondo campo prima che faccia buio. Mentre ci rifletto sopra, cado addormentato sullo zaino e mi sveglio un’ora più tardi, con la bocca impastata di sonno. Mi guardo attorno pigramente, dò un’occhiata all’ora e so che proverò ad andare avanti, mi piace questo genere di sfide. E così mi alzo con lo zaino ancora sulle spalle, prendo i bastoni che sto usando come racchette e inizio la seconda tappa della giornata proseguendo con la salita cominciata a Sorata. Non si è ancora presa una pausa e mi porta fino al passo Illampu, a più di 4700m. Scopro di essere ancora provato dalla prima camminata quindi ricorro alle foglie di coca, il rimedio naturale delle popolazioni andine contro la scarsità di ossigeno in altura. Basta metterne una manciata tra guancia e denti e masticare lentamente, l’effetto è quasi immediato. Rallento, torno a respirare profondamente e a pieni polmoni e proseguo deciso verso il primo passo del trekking, 700 metri più in alto. Ci arrivo un paio d’ore più tardi, trovando una foschia umida a darmi il benvenuto. Mentre salivo ho potuto fare incetta di scorci, quindi la visuale tappata non mi pesa. Ci sono diversi llama al pascolo, sembrano liberi ma in realtà appartengono a qualcuno, probabilmente un abitante del posto dove mi sono fermato a pranzare. Sono curiosi e timidi allo stesso tempo, ti fissano con i loro grandi occhi neri ma appena ti avvicini troppo scappano qualche metro più in là per poi girare il lungo collo affusolato e tornare a guardarti. Ce ne sono di bianchi, beige, caffellatte, qualcuno è nero e la maggior parte presenta una qualche sfumatura castana: questi sono i veri colori dei ponchos andini.

Dal passo Illampu parte una lunga e scenografica discesa. La nebbia si squarcia di tanto in tanto per lasciar intravedere il canyon e l’infilata sulla valle sottostante. Stavolta è più facile seguire una direzione, la valle si sviluppa senza fiumi che la dividono, quindi basta andare avanti stando attenti a dove si mettono i piedi. In meno di due ore arrivo a una strada sterrata che seguo per un’altra mezz’ora prima di lasciarla per addentrarmi tra pascoli e prati. Cerco il campo segnato sulla mappa ma mentre mi guardo intorno scopro ancora una volta di essere andato troppo avanti. Torno indietro fino al disegno con il triangolino ma non c’è niente che ricordi il campo incontrato stamattina. Decido dunque di proseguire e avvicinarmi a un guado, un torrente mi separa dal resto del percorso e anche se non è segnato è abbastanza largo da rappresentare un ostacolo. Non posso attraversarlo, si sta facendo buio e la foschia è risalita, quindi metto la tenda in uno spiazzo erboso decente e aspetto l’indomani cucinando qualcosa per scaldare le budella. Domani cercherò di attraversare il corso d’acqua, ormai non c’è abbastanza luce. Dormo a 3900 metri: è il campo più basso dell’intero circuito.

Giorno due, tappa tre. Trovo il guado del fiume quasi subito, sono fortunato. Salto nel mezzo, dove qualche sasso affiora offrendo un’isola asciutta sulla quale atterrare; poi un altro salto sulla sponda successiva. Comincio a salire verso il secondo passo del circuito, il Chokahuasi, a 4480 metri. Sulla destra si staglia innevato il Pico del Norte, poco più alto di 6000 metri; è il primo anello della Cordillera Real, che prosegue verso sud-est per centinaia di km e decine di vette fino allo Huayna Potosi, visibile dalla capitale La Paz. C’è un trekking che la costeggia ma senza mappe e senza guida non mi sono fidato a sceglierlo. In paese hanno detto che è zona di narcos, ci cucinano la coca, quindi sarebbe sciocco avventurarsi laggiù da soli. E poi qui non mancano né il confronto fisico con i propri limiti né il dialogo con se stessi. C’è un suono costante di acqua che gorgoglia, i ruscelli sono ovunque; e c’è il vento, che soffia sopra la terra, mescolandosi alla melodia della vita che si scioglie e nuota verso valle. Facendo fatica si è costretti a rallentare e quando lo si fa, se si presta sufficiente attenzione, si possono percepire dei mantra che ispirano pace e calma: è così che coltivo il contatto con la natura.

Raggiungo il passo un’ora e mezza dopo aver smontato il campo ed essere ripartito. Altre due ore di camminata portano a Coocoy, l’unico villaggio del trekking, dove vi accennavo non essere riuscito a comprare del cibo per ragioni misteriose. Le persone parlano spagnolo (come seconda lingua, la prima è il Quechua) ma anche affacciato all’unico negozio del paese e indicando ciò che volevo, non ho ricevuto risposta. La signora mi ha sorriso scuotendo dolcemente la testa ed è rimasta immobile, lasciandomi perplesso: avrà capito la richiesta? Scuoto le spalle, avevo calcolato di non poter comprare nulla, quindi nemmeno insisto, finisco di pranzare e mi rimetto in marcia verso l’accampamento successivo, a pochi km dal pueblo. Si tratta di uno spiazzo d’erba lungo la salita che porta al terzo passo, il Sarani, a 4500m. Lo raggiungo all’una, che si fa? Controllo la mappa, non ha senso arrivare al campo 4, manca troppo ed è a 4800 metri, immediatamente sotto a due ghiacciai, farà un freddo tremendo. Potrei tuttavia avvicinarmici ed accorciare la distanza dall’ultimo passo del circuito, il più difficile, a oltre 5000 metri. Sono quasi certo di riuscire a trovare uno spiazzo abbastanza grande per la Manaslu, la tenda della Ferrino che porto con me, quindi è deciso: vado avanti. La terza tappa si chiude a 14km, mille metri a scendere e altrettanti a salire. Comincio la quarta, raggiungo passo Sarani in meno di due ore e in un’altra scendo verso il possibile campo, tornando a quota 4000. Percorro meno di dieci km prima di trovare un cerchio di terra per sistemarmi. Mi trovo in un breve pianoro sul quale si aprono numerose brecce: sotto, acqua gelida e fangosa minaccia l’integrità delle scarpe. Un passo falso e sprofonderei malamente, condannando le calzature a morte per assideramento. Meglio muoversi con estrema cautela e sondare il terreno con i bastoni prima di spostarsi. Pianto la tenda, faccio stretching e cucino una delle buste di cibo che ho portato mentre una mandria di llama (o è più giusto dire un gregge?) sbuca dal nulla e comincia a brucare attorno a me. Ah, le Ande!

È il mattino del terzo giorno, fa un gran freddo ma appena comincio a camminare riesco a recuperare le dita dei piedi; per quelle delle mani dovrò aspettare che il sole faccia capolino da dietro le montagne. La mattinata si preannuncia impegnativa, devo risalire l’ultimo passo fino a 5000m. Solo una volta sono stato così in alto, ma non avevo il peso dello zaino e dell’equipaggiamento a gravare sulla schiena. Sono molto curioso di vedere come reagirà il corpo, è da qualche settimana che faccio trekking sulle Ande quindi dovrei essermi acclimatato. Sarà vero? La salita si sviluppa su undici km e un sentiero finalmente decente, con pendenza di poco superiore al 10%. Dalle esperienze passate ho visto che è il limite sul quale si attesta una camminata “facile”, mentre intorno al 15/20% la scalata comincia a essere faticosa. Non c’è anima viva e il panorama è spettacolare: placide lagune dal colore intenso si allargano sui prati che costeggiano il cammino. Thoreau scrisse che i laghi sono gli occhi della Terra, specchi che nessuna pietra potrà mai infrangere; e così riflettono il cielo e le bianche nubi che lo solcano come velieri di fantasia. Più in basso, a metà tra le une e le loro immagini, stanno le vette delle montagne, anch’esse tinte di bianco. Pare non si specchino, sono più serie e non si lasciano andare a quel motivo di vanità con cui le nuvole amano guardarsi. Stanno sole con le loro compagne, abbracciate e immobili, e aspettano con noncuranza il passare del tempo.

A quattro ore dalla partenza giungo all’ultimo passo, che lì giace senza alcun nome. Mi trovo dunque in un luogo ben preciso ma che sulla mappa non è indicato se non dallo spazio che corre tra una linea di livello e l’altra: cinquemila metri. È uno dei rari valichi che attraversano la Cordillera Real. A destra svetta il Kasiri, sul fronte opposto la Calzada, due piccoletti da 5800metri incappucciati di neve. L’ascesa è stata lenta e costante e quando arrivo in cima riesco ad apprezzare il panorama che si apre sull’altro versante senza fretta; anzi, decido di pranzare proprio qui, a cavalcioni sul passo. C’è una laguna stupenda davanti a me, dello stesso colore della notte, mentre tutto intorno minerali sconosciuti dipingono di nero, bronzo e ocra la terra della montagna. È la Laguna Carizal che si stende quieta sotto il massiccio del Kasiri. Quando mi sono riempito gli occhi di queste meraviglie, riprendo la marcia, qualche km in discesa prima di una brusca deviazione. Il sentiero prosegue, tuttavia la traccia indica di risalire il crinale nel suo lato lungo per poi scavallare una volta in cima. Abbandono la strada perplesso, tornando a quota 5000, e rimango ancor più stupito dallo scenario che si propone una volta superato il versante: sembra di essere in un deserto di sabbia! Il contrasto tra terreno giallo e cime innevate è un pugno nell’occhio, pare di essere in un’allucinazione. Non è la mancanza d’ossigeno, state tranquilli, è proprio il panorama ad aver deciso di impazzire! Sto camminando in mezzo a dune gigantesche quando un attimo fa ero tra lagune e arbusti testardi. Sarà la sorpresa che mi ha fatto perdere la strada? La traccia dice di camminare in emiciclo lungo la duna fino a ritrovarmi dritto davanti a dove sono ora. Tuttavia decido di scenderla, penso di poter facilmente riprendere la traccia una volta dall’altra parte. Quando vi giungo, tuttavia, vedo che ne sono ben distante.

Provo a recuperare tagliando dritto ma capisco troppo tardi che il sentiero corretto non era costeggiando la duna (nè attraverso) bensì dietro: avrei dovuto spostarmi lungo di essa e poi lasciarmela alle spalle. Ora c’è una parete praticamente verticale a separarmi dalla pista, quali sono le soluzioni? Non penso a tornare indietro. Cercherò di proseguire e trovare una via alternativa. Per qualche minuto perdo il senso dell’orientamento, così l’idea diventa di tornare in alto per usare le lagune come punti di riferimento. La scelta si rivela azzeccata e dopo essere risalito con gran fatica riesco a vedere, lontana lontana, la meta che sto cercando. È il campo cinque, alle propaggini settentrionali della laguna San Francisco, poco distante dal cerro Piramide. Bene, la destinazione è in vista. E ora? Non resta che cercare di raggiungerla in linea retta, sperando non ci siano ostacoli troppo grandi nella distanza che ci separa. Ne incontro solo uno mentre sto scendendo, una parete di roccia che si tuffa a novanta gradi sul pianoro trecento metri più in basso. La affianco finché trovo un canalone fitto di massi che posso usare per frenare la discesa. Spengo il telefono che registra la traccia: sono completamente fuori sentiero e ho pochissima batteria, meglio non sprecarla qualora ne dovessi avere bisogno. Segnale non c’è, ma potrei servirmene più tardi per aggiustare la rotta. Avanzo per lunghe ore attraverso erba alta e rocce aguzze, scoprendo fortuitamente gli scorci più belli di tutto il cammino, due lagune a braccetto sotto il ghiacciaio Wakana. Per un attimo penso persino di fermarmi e passare la notte lì con la luce della luna lo spettacolo dev’essere mozzafiato. Ma la verità è che sono stanco, voglio raggiungere il sentiero e non ho nemmeno acqua a sufficienza per cucinare, quindi sostare qui non è una soluzione. Segno comunque il posto, chissà, magari in futuro riuscirò a tornarci. Quanto manca? Finalmente scorgo il serpente di terra calpestata che segnala il percorso, appena dopo il torrente che sgorga dalle lagune gemelle. Mi ci dirigo rinvigorito e quando lo raggiungo tiro un sospiro di soddisfazione: ce l’ho fatta. Volo verso il campo e vi giungo un’ora prima del crepuscolo. Anche stavolta sono in un acquitrino, come la sera scorsa. Se il campo non fosse segnato sulla mappa, sarebbe impossibile distinguerlo da tutto il resto. Passo l’ultima notte del circuito Illampu a 4500m. Fa freddo.

Dire che mi sveglio è un eufemismo, stanotte non ho dormito un granché. È l’ultimo giorno e resta da coprire la tappa numero sei. Uscire dalla palude è un fatto laborioso, il terreno soffice cede in diversi punti e una volta mi tocca persino lanciare lo zaino su un’isoletta più solida per poi raggiungerla prendendo la rincorsa. Avete mai saltato a 4500 metri, alle sette di mattina e con -10 gradi? Ve lo consiglio, è da provare.

Dopo la scaldata salire l’ultimo pendio viene quasi facile. Sono 400 metri di ascesa, poi una lunga e piacevole scampagnata fino al villaggio che segna il termine del trekking. Quello ufficiale è Millipaya, ma siccome ancora una volta il sentiero è diverso rispetto alla traccia, decido di seguire il primo per non complicare la mattinata. Vedo in lontananza qualche casa, dunque deduco che la pista mi sta portando in quella direzione. È così: dodici km più tardi raggiungo Chiarhuyo, un bucolico paesello che ricorda in qualche modo i paesaggi della Mulino Bianco. Il trekking è concluso ma rimane ancora da chiudere il circuito. Cammino per altre due ore verso Warisata, un centro appena più grosso da dove è possibile venire caricati e tornare a Sorata, da dove ho cominciato il percorso.

Ho camminato per 80 km in quattro giorni, superando altrettanti passi tra 4500 e 5000 metri. Ma la vera difficoltà, stavolta, è stata mantenere la rotta senza perdersi, con attenzione particolare verso i guadi dei torrenti e gli acquitrini che avrebbero potuto portar via le scarpe o renderle inutilizzabili. Ne è valsa la pena, come sempre: ho assaggiato la Cordillera Real, ne sono rimasto affascinato e spero di riuscire a tornarci per percorrerne tutta la dorsale, stavolta magari in compagnia.

di Nicolò Guarrera

Link: IG Nicolò GuarreraFerrino

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