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Alessandro Baù, Claudio Migliorini e Nicola Tondini sotto la strapiombante parete nord della Cima Ovest di Lavaredo nel gruppo delle Tre Cime di Lavaredo nelle Dolomiti, dove tra il 2016 e il 2019 hanno aperto dal basso la loro Space Vertigo
Fotografia di Giovanni Danieli
Nicola Tondini in apertura sul 6° tiro di Space Vertigo sulla Cima Ovest di Lavaredo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti.
Fotografia di Alessandro Baù, Claudio Migliorini, Nicola Tondini
Alessandro Baù in apertura sul 14° tiro di Space Vertigo sulla Cima Ovest di Lavaredo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti.
Fotografia di Alessandro Baù, Claudio Migliorini, Nicola Tondini
Cima Ovest di Lavaredo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti e le vie d'arrampicata. Da destra a sinistra: Bianco = Cassin. Arancio = Italosvizzera. Viola = Horrorvision (fin dove abbiamo visto i chiodi a pressione). Rosso = Space Vertigo. Blu = Jean Couzy. Verde = Alpenliebe
Fotografia di Giovanni Danieli

Space Vertigo alla Cima Ovest di Lavaredo, l'intervista a Alessandro Baù, Claudio Migliorini e Nicola Tondini

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Intervista a Alessandro Baù, Claudio Migliorini e Nicola Tondini dopo l'apertura di Space Vertigo alla Cima Ovest di Lavaredo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti.

A fine settembre le tre guide alpine Alessandro Baù, Claudio Migliorini e Nicola Tondini hanno portato a termine il loro grande progetto iniziato nel 2016 sulla strapiombante parete nord della Cima Ovest di Lavaredo nel gruppo delle Tre Cime di Lavaredo nelle Dolomiti. La via si chiama Space Vertigo ed è rimarchevole non soltanto per la sua elegante linea a destra della Via Couzy e le difficoltà - i tre la reputano una delle vie più impegnative che abbiano mai aperto - ma anche per lo stile di apertura: rigorosamente dal basso, in libera, con protezioni veloci e chiodi sui tiri e spit alle soste. Manca ancora la prima libera di tutti i tiri, che è progettata per quando la neve si scioglierà, ma intanto va da sé che riuscire a scovare una linea così indipendente è merce rara, soprattutto su una delle montagne simbolo delle Dolomiti.

Da dove nasce l’idea di questa via?
Alessandro:
Ho iniziato a sognare le Tre Cime da ragazzo: ricordo una grande avventura con mio padre, conclusa con rientro al buio sulla Dibona alla Cima Grande. A distanza di molti anni, dopo aver ripetuto la magnifica Alpenliebe; stavo sfogliando la guida delle Tre Cime con i tracciati delle vie esistenti e si è accesa una scintilla: c’era veramente tanto spazio libero. L’incognita più grande erano gli strapiombi ma la linea, in particolare nei gialli, era evidente. Ricordo il pomeriggio in cui ad Alleghe ho proposto il progetto a Nic, eravamo alle porte del Civetta a sognare la Cima Ovest. L’intesa è stata immediata; poi abbiamo pensato di coinvolgere Claudio e si è costituita una cordata perfetta. Prima di andare in perlustrazione però, è passato più di un anno e scalpitavo. La prima volta sotto la parete, abbiamo studiato la linea più debole per più di 2 ore e poi, incredibilmente, l’abbiamo seguita fedelmente.

Una via completamente indipendentemente fino in cima, a parte una sosta in comune con Alpenliebe
Nicola:
La via sale una porzione di parete decisamente strapiombante e costellata di tetti a scala rovescia. Incredibilmente lo spazio libero tra la Couzy e la Italo-Svizzera, nel cuore di quegli strapiombi, era tantissimo. Questo ci ha permesso di seguire la linea più logica senza alcuna forzatura. Abbiamo potuto cercare liberamente per 11 tiri il facile nel difficile, anche se quel facile spesso arrivava all'8a. Questo è successo fino all'incrocio della nostra linea con Alpenliebe (all’11° tiro appunto). Da lì in poi abbiamo disegnato il nostro tracciato tra la Couzy e Alpenliebe per altri 3 tiri sui gialli e per 7 sui grigi. I primi 11 tiri sono una meraviglia per questa logicità "classica".

Com’è stato l’inizio? Cos'avevate in testa e quanto siete stati fedeli a quella idea?
Claudio:
Sicuramente la linea da noi immaginata e lo stile rigido ed esigente che ci eravamo prefissati lasciavano molti dubbi sulla riuscita del progetto, ma era proprio questa l’avventura che cercavamo, senza alcun compromesso! Rimanere fedeli a quell’idea era proprio ciò che ci dava l’energia per affrontare anche quelle sezioni che sembravano ad un primo approccio insuperabili: siamo contenti di essere rimasti fedeli a questa idea.

Parlateci appunto dello stile di apertura. E come mai, in questo caso, soste a spit?
Alessandro:
Lo stile è quello di tutte le altre nostre vie: apertura in libera fermandosi sui cliff solo per chiodare (o tentare di farlo) e se non ci si fermava sui cliff, si continuava o si volava ;-) Una parete così strapiombante ha 2 grossi vantaggi: si può scalare anche se piove e, anche se spesso si vola lunghi, si può osare un po’ di più! Sui tiri abbiamo usato chiodi (circa 80 su tutta la via), friends (2 serie fino al 4 e un 5) nut e tricam, lasciando tutto quello che abbiamo piantato o incastrato. Fin dall’inizio abbiamo deciso di usare gli spit alle soste, principalmente per un discorso di sicurezza ma anche perché, non essendoci molte cenge, gli spit permettono di posizionare l’ancoraggio al meglio. Molti tiri hanno partenze dure con potenziale volo in sosta, ci siamo presi comunque dei bei rischi.

L’avete descritta come una delle più impegnative in apertura, come mai?
Nicola:
La continuità delle difficoltà è incredibile. In apertura, inoltre, abbiamo dovuto affrontare continui run-out su chiodi e friends e i voli sono stati tanti e su molti tiri. Esserci messi in gioco sempre tutti, con continui cambi al comando della cordata, è stato fondamentale. Se avesse dovuto tirare uno solo, sarebbero servite il triplo del tempo.

Vedere anche i miei compagni lanciarsi in libera a cercare gli appigli per superare quelle difficoltà, volando su chiodi, su friends, finendo appesi nel vuoto più completo da dove l'unico modo di tornare al rinvio era risalire la propria corda con gli jumar, è stato motivante ed esaltante. Sulle Dolomiti si possono vivere ancora grandissime avventure, ma tutto dipende da quanto si è disposti a mettersi in gioco e ad accettare la possibilità dell'insuccesso. Alessandro e Claudio sono più giovani di me e mi fa un immenso piacere vedere come condividono il mio stile.

Nicola e Alessandro sono ormai un team affiatato e hanno fatto diverse aperture insieme. Com’è stato per te far parte di questo gruppo?
Claudio:
Con Alessandro ho scalato abbastanza spesso, anche su vie impegnative, e assieme avevamo già aperto la Via Gigi la Trottola al Mulaz (bellissima, e non perché lo aperta io ;-). Con Nicola invece avevo già scalato alcune volte su qualche sua via… quindi non è proprio stato un salto nel buio! Però sì, era la prima volta che facevamo parte tutti e tre assieme dello stesso team in apertura. Io sono davvero contento di aver condiviso questa avventura assieme a loro e credo che proprio il team da noi formato è stato la chiave vincente per questa salita: un buon affiatamento, la stessa "visione" e determinazione e la consapevolezza di poter contare in qualsiasi momento ad un "cambio in testa" ha permesso di spingere tutti al massimo e oltre quelle che sono le proprie capacità in apertura.

Domanda stupida ma... la consigliate?
Alessandro:
Certamente, la linea è incredibile! Sinceramente non credevo saremmo riusciti a passare con questo stile. Per ripeterla ci vogliono braccia, testa e tanto entusiasmo! Sebbene le soste siano attrezzare con anello di calata, credo sia difficile per non dire impossibile scendere in doppia pertanto, eventuali ripetitori, dovranno stare in parete più giorni oppure attrezzarsi di corde fisse. Le Tre Cime sono conosciute in tutto il mondo quindi speriamo che ci sia qualche volenteroso!

Adesso però manca "soltanto" la prima libera in giornata…
Claudio:
Sì, ora manca la prima libera... ma in giornata ora mi sembra un miraggio, intanto puntiamo a quella in un’unica soluzione. Sui tiri sono presenti alcuni chiodi ma la necessità di proteggersi con protezioni veloci la fa sempre da padrona. Sicuramente non sarà così impegnativo come averla aperta ma sarà comunque molto impegnativa: 21 tiri di cui 14 impegnativi e continui, sarà un bel match. Abbiamo pronosticato 2/3 giorni in parete per salire la via in un’unica soluzione. Dopo l’inverno vedremo di tornare per chiudere i conti… e intanto ci alleniamo su altri progetti.

Perché ritenete che sia così particolare questa via, rispetto ad altre magari sulla stessa parete?
Nicola:
Quando dalla base della parete alzi gli occhi, la prima cosa che pensi è che per salire di lì le soluzioni siano o una linea prevalentemente in artificiale o una via chiodata sistematicamente a spit. In effetti tutte le vie aperte su questo versante della Cima Ovest di Lavaredo, hanno scelto uno di questi due stili o un mix dei due (vedi la nota storica sotto). La via finita quest’anno da noi, all’interno del panorama storico-alpinistico appena descritto, ha la particolarità di proporre su questa parete uno stile da noi sperimentato già su altre salite (Civetta, Cima Scotoni, Mulaz), ovvero il spingere al massimo la libera, non prevedendo di fare passi in artificiale per risolvere le sezioni impegnative, e l’utilizzo lungo i tiri solo di protezione tradizionali: friends, tricam, nuts, chiodi. Uno stile molto esigente, che dilata di molto i tempi di apertura e soprattutto ci ha lasciato costantemente il dubbio sulla riuscita. Questa scelta, infatti, ha comportato tanti voli in apertura per superare i run-out necessari a superare le sezioni dure e non proteggibili. Così facendo a volte in una intera giornata abbiamo aperto un solo tiro di corda. Il posizionare dei fix di protezione o il risolvere una sezione dura in artificiale, ci avrebbe velocizzato di molto la realizzazione dell’itinerario, ma ci avrebbe tolto l’avventura che invece abbiamo vissuto appieno. La via percorre con 14 tiri la sezione gialla e strapiombante della parete e con altri 7 la porzione più facile sui grigi. La difficoltà obbligatoria si attesta intorno al IX-/IX: 7b+/7c e la difficoltà massima crediamo possa arrivare intorno al X-: 8a/8a+. Ma per questi numeri aspettiamo la rotpunkt di tutti i tiri.

Come la giudicate questa via, rispetto alle altre che avete aperte, in termini di bellezza ed importanza? Su una scala da 1 a 10, dove la mettete?
Alessandro:
Ogni via ha una sua storia ed è difficile fare dei confronti. Ci possono essere pareti più isolate o con dei rischi oggettivi maggiori, dove la pura difficoltà tecnica ha meno importanza. Questa è sicuramente la linea di roccia più dura che io abbia mai aperto e, data l’importanza della parete, la colloco in alto. Ma voglio aspettare la libera per dire qualcosa in più. Abbiamo deciso di chiamarla "Space Vertigo" per due motivi: il primo perché ogni volta che volavamo era come fare un’entusiasmante giro in giostra; il secondo perché c’è una calata a metà parete, che per un gioco di prospettive è veramente incredibile. A tutti e tre si stringe sempre lo stomaco, facendoci sentire fuori posto anche se abbiamo una notevole confidenza con il vuoto. Riuscire a disegnare una nuova linea sulla strapiombante Cima Ovest di Lavaredo è per me un meraviglioso sogno che si avvera.

Claudio: Prima di tutto, per quanto mi riguarda, in questa ma come in altre aperture, viene l’esperienza personale che ne esce. E’ sempre un modo per conoscere meglio se stessi e i compagni. La via direi che rispecchia appieno quella che è la visione, ossia uno stile di apertura senza compromessi che mi metta alla prova non solo dal punto di vista atletico ma anche mentale. Realizzare tutto questo insieme a due compagni come Nicola e Alessandro è stato eccezionale! Ricordo quando, timidamente, venni qui per percorrere la Cassin alla Ovest lungo la linea originale: mai avrei immaginato di aprire un giorno una via su questa importante parete. Ora mi è difficile "stilare" una classifica ma sicuramente si pone là in alto per quanto riguarda l’impegno tecnico e mentale richiesto per percorrerla: rispetto ad altre qua serve qualcosa in più … non vedo e vediamo l’ora di tornare per la rotpunkt!

Nicola: Ritengo che questa via, rispetto alle altre da me aperte (Quo Vadis, Colonne d’Ercole, Non abbiate paura di Sognare), possa essere posizionata in cima ad una scala da 1 a 10, sia per bellezza che per importanza. Relativamente alla bellezza e al fascino, si colloca un gradino sopra a Quo Vadis e mezzo sopra a Non abbiate paura di sognare e a Colonne d’Ercole, per l’incredibile logicità della via nella sezione gialla e per la verticalità e sensazione di vuoto, che questa parete della Cima Ovest di Lavaredo regala.

Ritengo anche l’importanza di questa via leggermente superiore alle altre, considerato il contesto delle Tre Cime di Lavaredo, dove sembrava impossibile nel 2019 scrivere ancora qualcosa di nuovo. Riuscire a portare su una parete così importante e famosa il nostro stile di apertura senza compromessi, penso sia stato per me un passo ulteriore rispetto a quanto realizzato in Dolomiti. Sono certo, che senza due compagni come Alessandro Baù e Claudio Migliorini, che come già detto, si sono messi in gioco in maniere totale, non sarebbe stato possibile realizzare questa ascensione.

RINGRAZIAMENTI
Alessandro Baù (Guida Alpina XMountain e CAAI) - SCARPA, CAMP, Montura, Dynastar, Salice Occhiali
Claudio Migliorini (Guida Alpina e CAAI) - Kayland, Vibram, AlpStation Brescia Montura, Epictv Italia
Nicola Tondini (Guida Alpina XMountain) -  Climbing Technology, Ferrino, Wild Climb, Maxim Ropes, Marmot, King Rock


Cima Ovest di Lavaredo parete nord - nota storica sull'apertura delle vie, di Nicola Tondini

Riccardo Cassin nel 1935 insieme a Vittorio Ratti apre uno dei suoi capolavori su questa parete in arrampicata mista libera e artificiale (VI/A1 - prima libera Droyer-Huck nel 1979, VIII:7a).
Dopo la seconda guerra mondiale, nel mese di luglio del 1959, nascono altri quattro grandi itinerari. Gli apritori fanno un largo uso di arrampicata artificiale su protezioni tradizionali (chiodi e cunei). Vengono aperte:
- Via Italiana da Candido Bellodis - Beniamino Franceschi e la Via Svizzera da Albin Schelbert - Hugo Weber, che seguono lo stesso itinerario nella prima parte (VI/A2 - prima libera nel 1987 di Kurt Albert, IX-:7b+),
- Via in Ricordo di Jean Couzy da Renè Desmaison - Pierre Mazeaud (VI+/A3 - prima libera nel 1999 di Mauro Bole, X-:8a+)
- Spigolo degli Scoiattoli da Gualtiero Ghedina, Lorenzo Lorenzi, Lino Lacedelli, Albino Michielli, (VI/A2 - prima libera nel 1989 di Christoph Hainz, VIII+/IX-:7b).

Nei 30 anni successivi vengono aperti 5 itinerari prevalentemente in arrampicata artificiale, utilizzando per progredire anche chiodi a pressione o spit.
- nel 1968 il Tetto Baur da Gerhard Baur, Erich Rudolf e Walter Rudolph (VI/A3)
- nel 1973 il Sussurro dei Fiori da T. Gross, (V/A3)
- nel 1978 la via Slovacca da Z. Demjan, J. Porvaznik, P. Zelin (V+/A3)
- nel 1987 Horrorvision da A. Hahn e I. Kleine VIII/A2
A parte il tetto Baur ripetuto di tanto in tanto in artificiale, le altre risultano irripetute.

Dalla fine degli anni novanta in poi, dopo che i grandi itinerari degli anni ’50 erano stati percorsi in libera, vengono aperte su questa parete varie vie in arrampicata libera, utilizzando in modo sistematico fix come protezioni.
- nel 1998 Alpenliebe da Kurt Astner e Christoph Hainz (IX:7c)
- nel 2000 Akut da Kurt Astner e Urban Ties (IX+/X-:8a)
- nel 2009 Pressknödel da Kurt Astner e Christoph Hainz (IX:7c)
- nel 2016 Petri Heil da Hannes Pfeifhofer e Dietmar Niederbrunner sul margine sinistro della parete Nord (VIII-:6c+)
Queste vie contano già molte ripetizioni e sono molto apprezzate per la bellezza dell’arrampicata.

Sempre in questi anni Alexander Huber crea in due stili diversi due vie molto impegnative per il grado massimo raggiunto. Entrambe si collegano al traverso della via Cassin a metà parete.
- nel 2000 apre da solo in artificiale, solo su protezioni tradizionali Bellavista, che poi ripercorre in libera nel 2001 (X+/XI-: 8b+/8c)
- nel 2007 apre con fix Pan Aroma con Martin Kopfsguter (XI-:8c). La via viene da lui percorsa in libera lo stesso anno.
- nel 2014, infine, Dave MacLeod collega con una variante di 3 tiri, la via del Tetto Baur a Panaroma e la chiama Project Fear (X-: 8a+). Attrezzata a chiodi normali e uno spit, in artificiale, viene liberata da lui lo stesso anno.

NOTA: Sulla vicina Cima Grande il percorso storico è stato abbastanza similare e parallelo. Per citare degli esempi, la Comici - Dimai e la Hasse Brandler sono lo specchio della Cassin e delle 4 vie del 1959. Poi Camillotto Pellisier e Via dei Sassoni definiscono l’epoca delle vie a chiodi a pressione. Phantom der Zinne, ISO 2000 e le vie di Massimo da Pozzo e di Hannes Pfeifhofer quello delle vie moderne. Ce ne sono poi altre aperte in artificiale o con chiodatura mista tradizionale / spit e quasi tutte successivamente percorse in arrampicata libera. Si discostano "La via in ricordo di Claudio Barbier (VIII+/IX-: 7b) e Il Potere della Mente (IX-: 7b+) aperte spingendo al massimo la libera e su protezioni solo tradizionali.

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