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L'alpinista belga David Leduc durante un bivacco in parete
Fotografia di David Leduc archive
David Leduc apre Spazzacamino alla Terza Pala di San Lucano in Dolomiti insieme a Siebe Vanhee, estate 2019
Fotografia di David Leduc archive
David Leduc in free solo sulla Directissima a Freyr. Con sigaretta in bocca, come nella celebre foto di Claudio Barbier
Fotografia di Stijn Van Hulle
Sébastien Berthe e David Leduc dopo la ripetizione in giornata Bellavista alla Cima Ovest di Lavaredo, Tre Cime di Lavaredo, Dolomiti
Fotografia di Sébastien Berthe

David Leduc, un alpinista belga in Dolomiti

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Intervista a David Leduc, forte alpinista belga che ogni anno, e senza grosso clamore, sale alcune delle vie più rinomate delle Dolomiti. Un esempio recente: il concatenamento in giornata delle 5 pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo insieme Sébastien Berthe, sulle orme del connazionale Claudio Barbier. Intervista di Luca Vallata.

"Uno spettro si aggira per le Dolomiti: lo spettro di David!" Storpiando citazioni importanti ero solito scherzare sul fatto che l’amico belga David Leduc apparisse nei momenti più inaspettati, ma con costanza di stagione in stagione, negli angoli più remoti delle Dolomiti bellunesi.

Un esempio esplicativo: via del Drago, Lagazuoi Nord, mio esame di roccia del Corso Guide, circa cinque anni fa, ad esaminarmi c’è il saggio e taciturno Maurizio “Icio” Giarolli. Nel bel mezzo della sezione più impegnativa del percorso Icio mi avvisa di fare attenzione e di non far cadere sassi, un arrampicatore rasta sta salendo slegato la nostra via! David ci raggiunge in sosta, gli do il "bonjour", non lo vedevo dalla stagione precedente, e, un po' preoccupato per la reazione dell’istruttore, gli presento il mio compagno di cordata. Icio ricambia cordialmente con un ghigno di sportivo compiacimento, dopodichè David ci supera e sale davanti a noi le lunghezze finali.

David Leduc è un arrampicatore belga nativo di Bruxelles; seguendo le orme, e lo stile non convenzionale, del suo portentoso connazionale Claudio Barbier frequenta le Dolomiti da circa una decina di stagioni estive senza soluzione di continuità. Nel corso degli anni ha ripetuto classiche, classiche estreme e veri e propri test-pieces, senza clamore e con compagni di cordata diversi, molto spesso connazionali.

A noi local queste "calate dei barbari", come le chiama l’agordino Stefano Santomaso in un suo interessantissimo articolo, dalle pianure del nord prive di roccia, hanno, in varie occasioni, insegnato l’umiltà. 

David, quale è l’origine del tuo amore per le Dolomiti? Quali sono le ragioni che ti portano ogni anno a visitare queste zone e a preferirle ad altre destinazioni europee più alla moda?
L'amore è sempre il risultato di un colpo di fulmine... o del destino?! Nelle Dolomiti ho fatto le mie prime esperienze in montagna, dopo 10 anni di arrampicata sportiva, accompagnando il mio amico Erik, che già le conosceva un po'. Mi sono spaventato e ho preso molti schiaffi! È stata una vera scoperta per me.

Oltre alla bellezza dei paesaggi, sono stato attratto dalla aleatorietà e severità di certe salite e dalla preparazione mentale che richiedono. Ma la cosa più importante per me era avere la possibilità di vivere belle avventure con grande libertà di organizzazione e interpretazione. Vi sono in Dolomiti moltissime pareti che non sono più o non sono mai state alla moda, in questi luoghi l'esercizio della creatività e il legame con la montagna mi sembrano più spontanei e più profondi. Poi mi piace vivere, viaggiare e arrampicarmi "lentamente" e in modo minimalista (senza internet, senza comunicazione, ovviamente senza aerei, sprecando il meno di benzina possibile e con quasi nulle influenze materiali ed esterne). Visitando quelle montagne per molte stagioni consecutive ho potuto conoscerle e fare amicizia con i loro abitanti. L'alpinista Stefano Santomaso di Agordo è stato il mio cicerone e sicuramente ha rafforzato la mia passione per le Dolomiti.

I rapporti tra il Belgio e le Dolomiti poggiano su solide (e nobili!) basi. Basti pensare a re Alberto, unico regnante della storia morto durante un incidente d’arrampicata nel 1932 o al figlio Leopoldo, primo salitore del Campanile di Brabante nel gruppo della Civetta assieme ad Attilio Tissi. Ma il belga che ha lasciato sulle Dolomiti il segno più profondo e senza dubbio Claudio Barbier. Ci racconteresti un po’ del tuo rapporto con l’arrampicatore di Etterbeek? E’ vero che hai ripetuto tutte le sue vie (oltre alla via del Drago...)?
È una relazione simbolica. È nato nella mia stessa città, era anche un poeta belga bilingue e poliglotta, viveva nel quartiere in cui vivevo io, era il più grande fan delle falesie belghe, anche delle più piccole... e poi sembra che il maledetto trascorresse la maggior parte del suo tempo nelle Dolomiti, una regione che mi ha attratto e che avevo appena scoperto. Troppe coincidenze, volevo scoprire il lato nascosto di questo misterioso personaggio di cui oggi pochissime persone in Belgio conoscono la storia.

Sono molto appassionato della storia dell'arrampicata su roccia, ad interessarmi sono soprattutto le motivazioni profonde che spingono alcuni artisti alla deriva ad esprimersi attraverso l'alpinismo. L'arrampicata non è uno sport ma un'arte espressionista. Non so cosa provasse Barbier quando era in parete, ma io, quando tutti gli elementi sono insieme, mi sento su un altro pianeta. E credo che fosse quello che cercava Claudio, sfuggire a una società incomprensibile. E no, ho salito solo alcune delle sue vie, oltre a quelle sulle falesie belghe, la Via del Drago al Lagazuoi Nord e quella alla Torre d'Alleghe al Civetta. Volevo scoprire il suo universo, ma non inseguirlo!

Tra i vari popoli [che abitano la Gallia] i più forti sono i belgi. De bello gallico, C.G. Cesare. 
Ci spiegheresti come mai il Belgio continui a produrre alpinisti ed arrampicatori sportivi di eccelsa qualità? Come riuscite ad essere così polivalenti? Con collegamento alla risposta precedente, non credo basti dire che avete una sana tradizione alle spalle…
Diversi arrampicatori appassionati (Siebe Vanhee, Sébastien Berthe), che sono andati a scuola sul bellissimo calcare belga e si sono ispirati ai “Freyriens” Sean Villanueva e Nicolas Favresse, hanno avuto una buona educazione grazie al misto di tecnicità e maestria mentale richiesta dalle vie delle nostre falesie. I nostri alpinisti sono in un primo momento diventati forti nell'arrampicata sportiva sulle pareti di casa e poi si sono avvicinati alla montagna e alle big wall senza esperienza, ma con il giusto stato d'animo. Le nuove generazioni sono molto più avanzate in termini di preparazione fisica. Ma va detto: la più grande ricchezza dei "campioni" belgi è l'aver portato in montagna l'umorismo, l'autoironia e la musica.
Ma molti altri arrampicatori sportivi come Muriel Sarkany, Anak Verhoeven hanno anche raggiunto la vetta mondiale grazie alle sale di arrampicata, ambito nel quale il Belgio è stato un pioniere (vedi Terres Neuves a Bruxelles, probabilmente la prima palestra di arrampicata commerciale al mondo nel 1987).

Quale è la memoria dolomitica che ricordi con maggior piacere? E il tuo gruppo montuoso preferito?
Le pareti più belle sono quelle dove abbiamo provato le emozioni più belle! Le mie montagne preferite sono quelle che circondano la Valle di San Lucano; le Pale e l'Agner, anche se lì non ho scalato molto. Mi sono avvicinato alle Pale di San Lucano salendo il Diedro Casarotto-Radin con la mia compagna Laura, con un bivacco in una piccola grotta in mezzo alla parete. Sulla stessa vetta, un giorno di qualche anno dopo siamo saliti in cinque, volevo far conoscere ai miei amici l'arrampicata in Dolomiti. Christian voleva assolutamente lasciare dei friend alla base della parete per lasciare spazio nello zaino ad una bottiglia di whisky... Ma eravamo già mezzi sbronzi, perciò optammo comunque per i friend.

Siamo arrivati in cima dopo 23 ore di salita, rallentati dai temporali e dal piacere di cercare la via di salita al chiaro di luna, dato che la batteria della frontale era esaurita. Il giorno successivo, in serata, dopo 6 ore di discesa, abbiamo festeggiato in valle tutti assieme. Era una gran bella cordata. Arrampicare là è un viaggio! Sono montagne "nascoste", "segrete", nel senso che bisogna essere dei veri appassionati per poterci mettere piede. Fanno parte dei caldi ricordi anche i bivacchi in cima alla Marmolada senza sacco a pelo, di cui uno a fine settembre con temperature di quasi -10°.

E quale invece la salita della quale vai più fiero?

Non sono una persona orgogliosa quindi non saprei, ma se devo risponderti ti dirò che sono orgoglioso "globalmente", di aver scalato queste immense pareti e di aver portato lì tanti compagni di viaggio. Il Civetta, la Marmolada, l'Agner sono pareti incredibili da scalare, indipendentemente dal percorso scelto o dalla sua difficoltà.

E’ fresca la notizia dello straordinario concatenamento delle 5 vie in Lavaredo da te effettuato assieme al connazionale Sébastien Berthe, impresa, anche questa, sulle orme di Claudio. Come è andata? Che stile di salita avete adottato? Come confronti il vostro concatenamento con quello di Barbier del 1961?
Era un sogno che avevo in testa da parecchi anni ma che avevo ormai già quasi dimenticato… e all'improvviso mi ritrovo con Sébastien Berthe sulle Tre Cime! Seb è un astro nascente dell'arrampicata su roccia, sempre in calzamaglia rosa e pronto ad affrontare qualsiasi sfida! Ora o mai più! Ci siamo divertiti molto, ci sono volute 17 ore da macchina a macchina. In cima alla Cima Grande ci siamo spogliati per una buona causa: una piccola manifestazione con uno striscione contro la costruzione delle funivie! "La mia via è senza funivia". Il nostro obiettivo era non correre rischi, non volevamo un record, solo il piacere di scalare le 5 vette, di domenica, durante la stagione turistica! Sulla Cassin e sulla Comici abbiamo collegato 2-3 lunghezze difficili in un unico tiro e sulle lunghezze facili abbiamo scalato in conserva, ma senza correre. Su Punta Frida, Piccolissima e Piccola abbiamo fatto soprattutto conserva, alternandoci al comando quando il primo ormai era a corto di materiale. Quello che Barbier ha fatto nel 1961 è stata una vera impresa visionaria, da solo e con gli scarponi. Quello che abbiamo fatto oggi è un grande tributo a Claudio e alla creatività.

Ci parleresti un po’ di cosa ti occupi in Belgio? So che da poco sei diventato papà e che lavori come tracciatore itinerante in varie palestre del Belgio e che ti occupi della manutenzione della falesia del Freyr, un altro trait d’union con Barbier!
Vivo in un grazioso paesino nel sud-ovest del paese e infatti ho una figlia di un anno che sta crescendo in pace e vicino alla natura. Ho studiato biotecnologia ma da 2 anni lavoro part-time per il Club Alpino Belga per il quale mi occupo del Freyr e di altre falesie della regione, ho in carico la manutenzione delle vie, il mantenimento dei sentieri, la cura del bosco, del piccolo rifugio, dell'area da campeggio ecc. A volte si possono trovare anche 100 tende sul prato del bivacco di Freyr. Inoltre, lavoro come tracciatore nelle palestre, co-organizzo gare... e mi godo la vita!

Freyr, "épicentre de l'univers", come lo chiami tu. Che aria si respira nell’ambiente degli arrampicatori locali?
Gli appassionati "Freyriani" chiamano Freyr "l'epicentro dell'universo", appellativo coniato dal flautista Sean Villanueva. Non è risaputo da molti, ma l'arrampicata sportiva moderna è nata in parte anche in Belgio, in particolare grazie a Barbier che ha inventato e diffuso il gioco del free climbing su tutte le falesie, anche quelle piccolissime. In seguito, negli anni '80, soprattutto Arnould 'T Kint, liberò percorsi sportivi in Belgio che all’epoca erano tra i più duri al mondo (13 Boulevard du vol 8a nel 1982; Shingen e Carabistouilles 8b+ nel 1987). Le falesie belghe sono tecniche, vie di resistenza con blocchi su piccole prese con roccia sovente liscia e compatta. Spesso la spittatura è un po’ "allegra", fa parte del gioco ed aggiunge un’ulteriore dimensione alla cosa. C'è un'atmosfera old-school e amichevole, gli alpinisti si conoscono, bevono una birra insieme dopo aver scalato, nuotano nel fiume a "Freyr-beach" quando fa troppo caldo, mangiano patatine fritte, siedono attorno al fuoco, dormono sul posto…

Quello che è fantastico è anche la presenza di arrampicatori di tutte le età, c’è chi fa vie di più tiri, le "grandes voies", su creste o grandi placche, altri che vengono solamente per l'atmosfera, altri ancora che stanno facendo il quarantesimo tenta al progetto. Ci sono quasi 600 tiri di tutti i livelli, alcuni dei quali a circa 100 metri dal suolo. Quindi, la risposta automatica per vari arrampicatori francesi e spagnoli che ironizzano su noi, arrampicatori di pianura, è: "Avete anche voi delle falesie laggiù?",

Altra cosa che sorprende molto un arrampicatore italiano è l’ottimo rapporto tra arrampicatori di punta e Club Alpino, nel vostro caso questo è sentito come un’istituzione vicina all’alpinismo praticato, alle falesie, alle palestre e ai giovani. Confermi questa osservazione?
Non fatevi ingannare, in Belgio i rapporti tra i diversi attori e tra le federazioni di arrampicata sono complicati come ovunque, ma le federazioni stanno cercando di adattarsi al mercato dell'arrampicata, il quale sta cambiando molto velocemente. Ciò che è unico in Belgio è che le falesie sono affittate, attrezzate e mantenute dalle federazioni: il Club alpino belga e il KBF (versione fiamminga). Senza la presenza delle federazioni, sarebbe quasi impossibile accedere alla maggior parte dei siti naturali. Il Club Alpino Belga partecipa anche all'organizzazione di gare, alla logistica degli atleti nelle competizioni internazionali, allo sviluppo di vari siti di formazione e alla trasmissione dei valori degli sport all'aria aperta e del rispetto della natura. In ogni caso c'è molta motivazione, anche nei giovani all'interno delle federazioni.

Da osservatore esterno, ma da buon conoscitore delle nostre montagne, ci daresti un parere d’insieme sull’arrampicata sui Monti Pallidi? Cosa ne pensi dello stile locale? Delle differenze quanto a caratteristiche e frequentazione delle varie sottoaree delle Dolomiti? Dell’apparizione degli spit su varie classiche e su alcune vie nuove?
Se vuoi scalare le Dolomiti devi amare l'avventura. L'arrampicata è spesso complicata, nel senso che bisogna evitare di cadere e le protezioni sono spesso poco affidabili. È un gioco complesso! Anche la ricerca della via, le discese a volte faticose, la roccia a volte di cemento ma spesso di cartone... è molto emozionante! Appena al di fuori delle aree più frequentate, come quelle delle Tre Cime, del Sella o di Cortina, si ha a che fare in genere con montagne dimenticate. Ci sono pareti incredibili come il Civetta, "la parete delle pareti" negli anni Sessanta, dove pochi salgono ancora. A sud le montagne sono più selvagge e gli alpinisti più selvaggi, lo stile di apertura e di attrezzatura è rimasto più purista, le informazioni meno precise. Come ci vuole! In ogni caso come piace a me!

Scalare è uscire dalla società e dalla standardizzazione. Normalizzare la scalata significa distruggerla! Penso che certi stili debbano essere assolutamente preservati. Scaliamo per complicarci la vita per renderla così più facile. Bisogna alzarsi dalla propria poltona! Portare con se il trapano per spittare in montagna è come portarsi dietro la poltrona di casa. Un esempio, per l'apertura di Spazzacamino con Siebe Vanhee, abbiamo portato con noi qualche spit e un perforatore a mano, ma con l'ideale chimerico di non usarli. Non li abbiamo usati e abbiamo preferito rinunciare al nostro obiettivo principale e attraversare a destra, nonostante la preparazione e i grandi sforzi, piuttosto che "portarci la poltrona" e "riuscire ad ogni costo".

Ma anche sulle falesie sportive classiche, l'impegno mentale a volte fa parte dello sport. Per aprire o anche solo per ripetere una via, devi dimostrare il tuo saper fare, la tua motivazione, la tua preparazione e la tua passione. In ogni caso, sono dalla parte dei tanti alpinisti che vogliono preservare il loro terreno di gioco, proteggere la cultura dell'arrampicata e osservare da lontano questo serpente che si morde la coda. Arte e passione non sono in vendita.

Intervista di Luca Vallata. Un ringraziamento a Davide Cassol per la traduzione dal francese

BREVE ELENCO DELLE REALIZZAZIONI DI MAGGIORE SPESSORE NELLE DOLOMITI
Concatenamento in giornata delle 5 pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo (2020). Cassin: 3h14, Comici: 3h05, Dülfer: 46min, Innerkofler: 43min, Preuss: 1h05
Spazzacamino (1000m – 7a) - Terza Pala di San Lucano (2019), via nuova
Philipp - Barbier – Torre d’Alleghe (prima libera a vista, fino al 6c)
Franceschi - Bellodis – Torre d’Alleghe (prima libera (a vista) da parte del socio Siebe Vanhee, fino al 7b su roccia marcia)
Via Cattedrale e Specchio di Sara - Marmolada (2016); Kein Rest von Sehnsucht – Civetta (2017);
Via attraverso il pesce – Marmolada (2015)
Piussi - Redaelli – Torre Trieste (2016)
Olimpo – Marmolada (2015), Diedro Casarotto Radin e Diedro Sud – Spiz di Lagunaz (2017), Spigolo Oggioni – Spiz Nord Agner (2018)
Pisoni-Stenico – Torre Del Lago + Via del Drago - Lagazuoi Nord (solo).

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