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Ringo Star al Pizzo Badile in Val Bregaglia
Fotografia di Maurizio Panseri
Sui tiri finale del 'magnifico" di Ringo Star al Pizzo Badile in Val Bregaglia
Fotografia di Maurizio Panseri
Marco Cardullo e Maurizio Panseri in cima al Pizzo Badile dop aver salito la via a Ringo Star
Fotografia di Maurizio Panseri
Il Pizzo Badile visto dalla Val Bondasca
Fotografia di Maurizio Panseri

Ringo Star al Pizzo Badile, il capolavoro di Tarcisio Fazzini

di

Maurizio Panseri racconta la recente ripetizione insieme a Marco Cardullo di Ringo Star, mitica via aperta sulla parete nordovest del Pizzo Badile da Tarcisio Fazzini, Ottavio Fazzini e Tita Gianola il 16 e 22 agosto 1985. La relazione della via a cura di Panseri che per il primo tentativo si è avvicinato alla montagna insieme a Cardullo in bicicletta.

"È dura vero?"
"Sì, ma è bellissima!"*

È sabato 9 luglio. Sono le 18 e 11, Marco Cardullo e io ci ritroviamo dove Il Magnifico esaurisce il suo impeto verticale nel vuoto dello Spigolo Nord. Dopo quasi 11 ore di arrampicata, sotto di noi ci sono le 16 lunghezze di corda della mitica Ringo Star, uno dei capolavori di Tarcisio Fazzini. Ottocento metri di vertiginosa parete che precipita sul piccolo e tormentato ghiacciaio di Trubinasca, incastonato tra il Pizzo Badile e la Punta Sant'Anna. Il vento teso da nord qui è ancora più forte e ci strapazza: fa freddo e abbiamo scalato tutto il giorno con il piumino. Siamo stanchi e felici, anche se la tensione latente - di chi sa che la discesa è lunga e tutt'altro che banale - non mi abbandona. Ogni volta che scalo una grande parete sono inquieto e non mi libero da questa sensazione fino a quando non ho nuovamente i piedi a terra e tutto il materiale alpinistico riposto nello zaino. E con il passare degli anni questa tensione è sempre più marcata. Ma ora ci godiamo questi attimi, mentre procediamo verso la vetta del Pizzo Badile. Ci avevamo già provato due settimane fa, in compagnia di Ale, partendo da casa in bicicletta. Purtroppo, la parete era fradicia e ci siamo arenati poco oltre la metà e poi giù in corda doppia, per fortuna il ghiacciaio era ben chiuso e in buone condizioni. Questo fine settimana, invece, non siamo riusciti a prenderci un giorno e mezzo di ferie per goderci il viaggio con le nostre biciclette. Un poco mi dispiace ma il camper di Marco è confortevole e avremo le gambe più fresche per l’avvicinamento e la salita. Ed eccoci nuovamente qui, sul granito del Pizzo Badile.

Giunti in vetta penso a Filip Babicz e alla sua "folle" corsa: 42’52’’ lungo lo spigolo nord. Rivedo le immagini di lui che si accascia sotto il tripode della cima e la macchina da record torna ad essere umano. Penso a Cristina, accendo il cellulare, c’è campo, la chiamo. Quando ci siamo conosciuti, non c'erano i cellulari e quando ero tra i monti passavano giorni prima di sentirci e poterle dire che andava tutto bene. Mando anche un messaggio a Smaranda, che domani salirà lo spigolo nord, e uno a Daniela, rifugista del Sasc Fura a cui avevo detto, da ottimista, che saremmo tornati in serata. Ma noi, questa sera, non torneremo al rifugio. Abbiamo tre ore di luce e non ci bastano per scendere in corda doppia e ripercorrere il tortuoso percorso tra i crepacci del Trubinasca.

Il bivacco Redaelli è una botte di legno e lamiera ancorata alle creste sommitali e affacciata sul vuoto della Val Porcellizzo, è pulito e accogliente e ci garantirà una notte al caldo. Dopo aver sistemato il materiale, sulla branda, stendiamo in ordine i nostri viveri: quattro torroncini, due barrette di muesli, un poco di frutta secca e mezzo litro d’acqua. Non c’è da scialare ma tanto ci basta. Ci godiamo le luci della sera e la solitudine di questo luogo remoto. Ripensiamo alla giornata trascorsa e programmiamo (parolona!) la discesa di domani. La preoccupazione per le condizioni del ghiacciaio non mi abbandona. Un poco si chiacchiera e molto si sta in silenzio ad osservare: i pensieri vanno e vengono. Ci rintaniamo nel bivacco, avvolti nelle coperte, a goderci il tepore che la lamiera ha immagazzinato durante il giorno.

Rifletto su questo mio andar per monti e di come ogni volta mi ritrovo catapultato in una dimensione spazio-tempo dilatata, in cui i sensi restano spalancati e il percepire si fa sempre più acuto e sottile. E il mondo si mostra e mi attraversa con i suoi profumi, i suoni, i sapori, i colori e gli incontri, soprattutto quando sono in bicicletta.

Due settimane fa, anche se non abbiamo raggiunto la vetta, abbiamo vissuto un’esperienza intensa; settantadue ore di emozioni e di fatiche, 260 km di strade e 2000 m di dislivello macinati in bicicletta, 24 km di sentieri e 2000 m di dislivello percorsi a piedi, e nel mezzo il tentativo di arrivare in vetta al Pizzo Badile. Caparbi e determinati oggi ce l’abbiamo fatta, anche se un tiro in placca, prima di giungere al Magnifico, mi ha messo decisamente alla prova.

Il bivacco, nel frattempo, si riempie. Mentre cala la notte arrivano tre ragazzi tedeschi usciti dalla Via del Fratello e con il buio altri quattro alpinisti provenienti dalla Via Cassin. Stipati come sardine, ognuno cerca il suo riposo e mi addormento. Alle sei, ci prepariamo e usciamo dal bivacco, il vento è forte e abbiamo freddo. Ripercorriamo lo spigolo nord sino all’intaglio dove iniziano le calate, quindici per l’esattezza. Il vento non dà tregua e i piedi si raffreddano velocemente. Ci scambiamo pochissime parole: quelle essenziali e i comandi di corda. Movimenti ripetuti come in un rito e, ogni volta, le corde vanno ammatassate e tenute all’imbrago per evitare che il vento le porti in ogni dove, tranne che sulla verticale di discesa. Siamo concentrati e ripetiamo i gesti con precisione. Dopo tre ore, mettiamo i piedi sul ghiacciaio, ci infiliamo gli scarponi e il sangue torna a scorrere nelle estremità. Ci serve un’ora per ritrovare la giusta strada tra i crepacci: il passaggio percorso il giorno prima, infatti, non è più sicuro e ne dobbiamo trovare un altro che ci permetta di aggirare l’ostacolo. Finalmente, arriviamo sulla morena, la tensione si scioglie e possiamo stringerci la mano; ora sì che possiamo dire di avere salito Ringo Star!

E di questi lunghi fine settimana, al di là dei km percorsi, delle difficoltà incontrate, della storia e della bellezza dei luoghi, porterò con me il ricordo delle persone incontrate lungo il cammino e con cui ho condiviso luoghi ed emozioni che si fanno trama, intreccio da cui nasceranno nuove storie.

Mi sono servite quasi due settimane per fare sedimentare questa esperienza e iniziare a metabolizzarla, cercando la giusta prospettiva e facendo i conti con i segni che ha lasciato. Forse ce l’ho fatta.

Ringo Star un’esperienza che valeva la pena d’essere vissuta.

"È dura vero?"
"Sì, ma è bellissima!"*

* Grazie a Cristina Paruta a cui ho rubato, da un suo racconto, questo frammento in cui "ho colto una semplice metafora dell’esistenza"

TARCISIO FAZZINI E RINGO STAR
Tarcisio Fazzini, classe 1963, ha lasciato tracce indelebili nella storia dell’alpinismo nonostante la sua breve vita. Le sue creazioni, quasi tutte sul granito della Val Masino e della Bregaglia, sono ancora oggi punti di riferimento assoluti per lo stile d’apertura, per la difficoltà e la bellezza delle linee create. Tra queste, Ringo Star è stata la sua prima grande realizzazione e pur essendo quella dalle difficoltà tecniche più abbordabili, offre un impegno complessivo di una certa rilevanza, per la chiodatura rarefatta e per l’ambiente severo in cui non si deve perdere la giusta via.

Tarcizio, con il cugino Ottavio Fazzini e l’amico Tita Gianola, il 16 agosto del 1985, apre questa nuova linea puntando all’evidente diedro che punta sullo spigolo nord, poco distante dalla vetta, e che chiama il "Magnifico". Giunti alla base del diedro l’acqua e la grandine fermano la salita, deviano sullo spigolo nord e arrivano in vetta, dopo 14 ore di arrampicata, proprio quando il temporale termina e il cielo si riapre. Poco male, torneranno. Il 22 agosto, con Tita, salgono dalla normale e si calano dallo spigolo nord alla base del diedro, dove avevano interrotto il precedente tentativo. In quattro ore salgono l’elegante e spettacolare diedro: il Magnifico.

Negli anni a venire, prima della sua prematura scomparsa, avvenuta nell’inverno del 1990, Tarcisio ha creato itinerari di grande impegno e bellezza tra cui ricordiamo: Delta Minox allo Scingino, La spada nella roccia al Qualido, Elettroshock al Picco Luigi Amedeo e, sempre sulla nord ovest del Badile, Jumar iscariota e Galli delle Alpi.

di Maurizio Panseri

Info: vertical-orme.blogspot.com e www.albertovaltellina.it

SCHEDA: Ringo Star, Pizzo Badile

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