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Nella valle del silenzio: Everest Campo 1, Nepal, Himalaya
Fotografia di Manuel Lugli
Nel'Icefall di Everest, Nepal, Himalaya
Fotografia di Manuel Lugli
Salendo l'Icefall sul versante sud dell'Everest, Nepal, Himalaya
Fotografia di Manuel Lugli
Icefall Everest, Nepal, Himalaya
Fotografia di Manuel Lugli

Sull’Himalaya e l’alpinismo

di

Partendo dalla sua esperienza, Manuel Lugli riflette sullo stato attuale e sul futuro dell’alpinismo in Nepal ed in Himalaya.

Nell'agosto del 2009, ben undici anni fa, ho postato un breve video di circa cinque minuti su Youtube. Il video, girato personalmente, riprende le prime fasi di un soccorso che portammo nel 2003 all'Everest, a un giovane sherpa d'alta quota colpito da mal di montagna acuto. Assieme a Fabio Meraldi stavo scendendo dal campo 2 verso il base, quando all'imbocco dell'Icefall, a circa 5.900 metri, trovammo un gruppo di sherpa, la guida americana Luis Benitez e i gemelli patagonici Damien e Willie Benegas, impegnati in quello che era un drammatico tentativo di salvare la vita a uno sherpa della spedizione commerciale guidata dallo stesso Benitez.

In una nota scritta allora ed entrata poi nella mia raccolta "Alpinisti Sottaceto", descrivevo così la situazione: "I Patagonian Brothers, li ho conosciuti davvero solo nel drammatico soccorso a Karma Sherpa, sull'Icefall dell'Everest nel 2003, dopo la loro geniale, durissima salita del Nuptse sul versante della Valle del Silenzio. Tanta dedizione e generosità non s'inventano. Di occidentali a soccorrere quel povero sherpa morente d'alta quota, c'erano loro, la guida americana Luis Benitez, Fabio Meraldi e il sottoscritto. Il resto erano sherpa come lui, che sanno che si può morire così da sherpa, per non poter confessare il male che fa perdere il lavoro. Io e Fabio li abbiamo raggiunti al bordo superiore dell'Icefall mentre tentavano un trasporto disperato in quell'oceano immobile, giù verso il basso: una missione quasi impossibile. Fermarsi ad aiutare ci è sembrato normale, ma forse non lo era poi così tanto. Ore di manovre come equilibristi tra i seracchi, con i gemelli Benegas a dirigere l'azione. Willie ha tentato di tutto per riprendere Karma Sherpa dal buio dell'edema, senza riuscirci. E la sua rabbia, nel tagliare quel tubo di gomma della bombola d'ossigeno e nel cacciargliela in gola, quasi a volergli gonfiare la vita nel petto, mi è sembrata da guerriero. Nobile almeno quanto il silenzio rassegnato degli sherpa lì attorno. Il valore alpinistico di Willie e Damien, la loro forza di coppia sanguigna, sublimava in quel soccorso fallito nella notte dell'Icefall."

Quel soccorso, quella fatica, quella discesa davvero estrema - di cui il video dà una spettacolare, seppur molto breve testimonianza – mi è rimasto dentro come poche cose nella mia vita di alpinista e (ex) organizzatore. A seguire quell'incredibile "tirolese" sospesa sui seracchi del labbro superiore del ghiacciaio, ci sono state ore e ore di passaggi e incastri nel dedalo dell'Icefall, passando la barella di braccia in braccia, assicurando e riprendendo fiato, bestemmiando e imprecando, inciampando e spingendo. Fino alla fine del fiato. E della vita.

Il video, in undici anni, ha collezionato 1.077.000 visualizzazioni circa. Un numero probabilmente risibile per le centrifughe socialmediatiche odierne ma che appare enorme a uno come me, poco social e non più giovane: sono in media circa 8.100 persone al mese. Dopo un po' di tempo, alle visualizzazioni hanno cominciato ad aggiungersi i commenti; pochi, per la verità, ad oggi sono solo 506, ma che mi hanno fatto riflettere parecchio su diverse cose.

La prima osservazione, leggendo le poche righe che caratterizzano la stragrande maggioranza dei commenti, è di tipo sociologico e forse marginale in questo caso specifico: la maggior parte dei frequentatori dei canali social non legge, guarda solo le figure. Soprattutto se i contenuti sono adrenalinici. Chi avesse la voglia e la bontà di andarsi a guardare la pagina Youtube, troverebbe subito sotto al video un mio testo in inglese che descrive brevemente ma con precisione quello a cui il video si riferisce: un gruppo misto di alpinisti occidentali E sherpa che soccorrono uno sherpa d'alta quota. Ciononostante quasi tutti i commenti – a parte qualche inevitabile webete da tastiera che va oltre – esaltano la forza e la bravura degli sherpa, la loro dedizione e le loro capacità tecniche e atletiche, contrapponendovi l'improvvisazione e l'arroganza dei finti alpinisti occidentali che dagli sherpa vengono portati in cima, tirati con le corde, "ossigenati" e, spesso, salvati.  Tutte cose vere, naturalmente, ma che hanno poco o niente a che vedere col video, se non indirettamente – il povero Karma Sherpa lavorava per una spedizione commerciale.

Non è questa la sede per ragionare sulle dinamiche del mondo social e del web, ma quel ch'è sicuro, se mai ci fosse stato bisogno di una qualche conferma, è che consente a chiunque di sparare giudizi e commenti ad alzo zero senza nemmeno capire di cosa si sta parlando. In tutti i campi dello scibile umano.

La seconda osservazione, molto più articolata, ampia, e politicamente scorretta per certi versi, richiede alcune considerazioni. Molti anni sono passati da quel 2003 e inevitabilmente moltissime cose sono cambiate nel mondo dell'himalaysmo e nell'organizzazione delle spedizioni alpinistiche ai colossi himalayani. Io non faccio più quel mestiere, ma ho continuato a seguire l'evolversi dell'attività alpinistica in alta quota e mi sento di dire che l'evoluzione, se non per pochi casi virtuosi trasversali a tutte le epoche, non è stata positiva. In particolare non lo è stata per il mondo degli sherpa, per diversi motivi.

Premetto che non ho mai avuto l'ingenuità – o l'arroganza - di pensare che l'attività di organizzazione delle spedizioni, dei trekking o dei semplici tour in quelle aree potesse restare appannaggio esclusivo delle agenzie occidentali, pur col supporto degli operatori locali. Nè ho mai pensato che l'Himalaya fosse una sorta di luna park da mantenere intatto e immutato nella cui wilderness gli occidentali potessero divertirsi per alcune settimane, per poi tornare alle comodità di casa, lasciando gli abitanti locali alle prese con tutti i problemi di povertà, sanità, difficoltà logistiche e climatiche. Chiunque sia stato in Nepal sa bene, tanto per fare un esempio, quante ore di cammino siano necessarie ai bambini delle valli più sperdute per raggiungere la scuola o quanti di loro non raggiungano l'età adulta per malattie e denutrizione.

Era quindi inevitabile e giusto che col passare del tempo gli operatori locali - alcuni dei quali storici e abili businessmen, altri più improvvisati ma attirati dalle somme in ballo - prendessero gradualmente e sempre più le redini del turismo d'avventura, alla ricerca di un miglior tenore di vita.

Ma qui arriva la prima considerazione. Il modello adottato dai nuovi imprenditori per lo sviluppo della loro attività e del conseguente giro d'affari, ha riprodotto esattamente quello realizzato per tanti anni dalle agenzie occidentali, in alcuni casi peggiorandolo. Certamente è difficile pensare a un nuovo modello, quando quello esistente rende così bene, ma le "accelerazioni" e le distorsioni osservate, fanno comunque riflettere. E, appunto, non positivamente.

Ho avuto la fortuna di passare alcuni giorni, in agosto, in compagnia degli amici Nives Meroi e Romano Benet, la cui esperienza di Nepal, e in generale di alta quota, non ha certo bisogno di presentazioni. La loro testimonianza di come sia cambiato – e in pochi anni - l'approccio organizzativo e logistico delle agenzie nepalesi riguardo le spedizioni alpinistiche è impressionante e deprimente.

Qualche esempio: gli approcci a piedi ai campi base degli ottomila da parte degli alpinisti sono pressochè estinti, mentre l'elicottero è ormai l'unico mezzo utilizzato. Per scelta degli alpinisti ma anche e soprattutto per volontà delle agenzie locali, che abbassano così i tempi medi e aumentano i numeri totali. Il campo base Everest, tanto per citare l'esempio come sempre più eclatante, è ormai un viavai continuo di elicotteri che da Lukla trasportano alpinisti, materiale e in molti casi semplici turisti danarosi. Il Manaslu – "ottomila facile" che ha sostituito il Cho Oyu da quando i confini tibetani sono in balia delle deliranti aperture e chiusure istantanee dei cinesi – è divenuto un altro circo Barnum di dilettanti con ossigeno, scarrozzati in elicottero avanti e indietro.

Quanto questo approccio sia dannoso è evidente per molti motivi: l'aumento dei voli in elicottero ha aumentato l'inquinamento generale, ambientale e sonoro in aree selvagge e delicate; ha, considerate la situazioni operative e, spesso, meteo del paese, aumentato il rischio d'incidenti di volo; ha tagliato fuori tutta quella parte di servizi che, lungo i percorsi, vivevano dei trekking: tea-shop, lodge, portatori di bassa quota, fornitori di yak e negozi; last but not least, ha di fatto messo in grave difficoltà le agenzie più piccole e meno attrezzate che non sono in grado di fornire o garantire il servizio di elicottero.

Altro esempio. Come causa-effetto dell'uso sistematico dell'elicottero, i tempi delle spedizioni, si sono ridotti, in molti casi drasticamente, anche qui con una serie di effetti a caduta negativi quanto a etica e sicurezza. Ci sono agenzie nepalesi – non di rado in collaborazione con guide occidentali - che offrono la salita di un ottomila in tre settimane, dell'Everest in 45 giorni Kathmandu-Kathmandu (!). Cosa comporta tutto questo, oltre all'uso dell'elicottero per l'avvicinamento ? Gli "alpinisti" – ormai soprattutto trekkers con esperienza molto limitata in cerca dell'avventura della vita - vengono spesso trattati con la camera ipobarica a Kathmandu per una settimana, sparati al campo base con l'elicottero, ossigenati a partire dal campo base e portati in cima al guinzaglio come cagnolini. Con tutti i rischi che un sistema del genere comporta.

Ma, sempre ascoltando le parole di Nives e Romano, ci sono anche altri effetti di questa "evoluzione". Come purtroppo hanno dovuto sperimentare anche loro personalmente, l'atteggiamento di parecchi sherpa d'alta quota si è fatto scostante, non di rado prepotente e arrogante. E non tanto per una sorta di rivalsa nel confronto degli alpinisti sahib, quanto per acquisizione di un comportamento tipico occidentale. Le vecchie dinamiche relative alle corde fisse - uso, non-uso, gestione - non sono più a base di discussioni tra capi-spedizione, a volte lunghe e penose, ma quasi sempre nei limiti di una normale "dialettica"; in molti casi diventano invece veri e propri diktat delle guide sherpa che impediscono letteralmente le salite ai campi alti agli alpinisti, diciamo così, indipendenti, prima che le loro squadre abbiano terminato la preparazione delle corde fisse per i loro clienti. Insomma hanno adottato anche qui un atteggiamento tipico di non poche guide occidentali, vedendo negli alpinisti indipendenti, non solo dei fastidiosi elementi di "disturbo" delle loro attività sulla montagna, ma veri e propri nemici da ostacolare, talvolta anche con atti di vero e proprio bullismo - quando non vandalismo a danno, ad esempio, delle tende dei campi alti. Il famoso episodio del litigio di Moro e Steck all'Everest del 2013, non è stato evidentemente un caso isolato, ma forse un segnale che le cose stavano cambiando. E non in meglio.

Ho lavorato quasi vent'anni a contatto con gli sherpa e ho ben presto capito che al netto della loro naturale attitudine, capacità fisica e determinazione, anche tra loro, come accade per tutte le categorie, etnie e classi di persone, si possono trovare uomini formidabili e perfetti imbecilli, caratteri generosi e instancabili e fannulloni poco di buono. Sta nella natura umana e delle cose. Ma che l'impronta occidentale abbia dato un'accelerazione a certi atteggiamenti, così come a scelte di etica lavorativa, ambientale e alpinistica quantomeno discutibili, lo ritengo altrettanto vero.

Non è una semplice questione di nostalgia dei vecchi tempi, ma più una riflessione sui valori che come "civiltà" occidentale abbiamo trasmesso e continuiamo a trasmettere ai cosiddetti paesi in via di sviluppo. Dovremmo essere in grado di suggerire come mettere a frutto, cioè coltivare - che è sempre verbo creativo - un patrimonio straordinario, ma delicato come le montagne himalayane, e invece continuiamo a mostrare come sfruttarlo. Come dice la Treccani, sfruttare significa "forzare la capacità produttiva di qualcosa - di un campo, ad esempio, ma vale per molte cose, incluso ciò di cui stiamo parlando - per ottenerne un alto rendimento immediato, depauperandone le risorse e pregiudicando il rendimento futuro."

Speriamo che gli Sherpa con la S maiuscola se ne rendano conto prima che sia troppo tardi. Ammesso che non lo sia già.

di Manuel Lugli

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