La 'Solleder-Lettenbauer' alla Civetta compie 100 anni

Oggi, 7 agosto 2025, la 'Solleder-Lettenbauer' sulla Nord-ovest della Civetta compie un secolo. Aperta in giornata da Gustav Lettenbauer e Emil Solleder il 7 agosto 1925, è considerata la via simbolo del sesto grado. In occasione di questa ricorrenza, pubblichiamo il capitolo dedicato alla via tratto dalla guida 'Civetta, Nord-ovest' scritta da Alessandro Baù e Luca Vallata (Idea Montagna).
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La 'Solleder - Lettenbauer' sulla Nord-Ovest del Civetta, Dolomiti. Aperta da Emil Solleder e Gustav Lettenbauer il 7 agosto del 1925, la via di 1100 metri è famosa per essere la prima via di sesto grado delle Alpi
Alessandro Baù / Luca Vallata

La Solleder-Lettenbauer sulla Nord-ovest della Civetta, la via simbolo del sesto grado, oggi compie 100 anni. Nel corso di questo secolo è stata un punto di riferimento per i migliori alpinisti, che si sono cimentati in salite solitarie, invernali e solitarie invernali. Resta oggi una straordinaria testimonianza dell’ardimento dei due alpinisti tedeschi.

La via è un gioiello da ripetere, tenendo a mente che i 1000 metri di parete furono risolti, incredibilmente, in giornata. Di seguito riportiamo il testo storico tratto dalla nuova guida Civetta Nord-ovest di Alessandro Baù e Luca Vallata, edita da Idea Montagna.

Segnaliamo che giovedì 7 agosto ad Alleghe (piazza Kennedy, ore 18.00) verrà inaugurata una raccolta fotografica dedicata alla Solleder-Lettenbauer, accompagnata da racconti e aneddoti sulle ascensioni alla Civetta. Inoltre, per celebrare il centenario, il 27 settembre è previsto un grande evento a Caprile, seguiranno maggiori dettagli.

SOLLEDER-LETTENBAUER IN CIVETTA
«Sapevo che laggiù nel sud s’alzava un erto castello di roccia, la Civetta; non l’avevo mai vista, ma ne avevo spesso udito parlare. [...] Una muraglia smisurata, scariche di pietra terribili, molto ghiaccio».


L’incipit del capitolo che Emil Solleder dedica all’avventura in Civetta (Die Civetta-Nordwand) è uno dei più famosi della letteratura dolomitica. Col suo registro solenne sembra dare voce a un cavaliere antico che si stia apprestando a porre l’assedio a una fortezza inespugnabile. Aleggiava in effetti a quel tempo sulla Val Civetta un'aura di attesa per l’arrivo di un pretendente; il problema alpinistico rappresentato dal settore centrale della Nord-ovest era già stato codificato ed era sicuramente argomento di discussione almeno per gli agguerriti circoli alpinistici d’oltralpe. Ciononostante non risulta che nessuno, prima del 1925, vi avesse mai messo le mani (checché ne scriva Solleder: «Preuss, Dibona, Innerkofler e tutta una schiera di inglesi con le migliori guide l’hanno tentata invano»). Spesso, nella storia dell'alpinismo, i grandi problemi sono stati risolti solo dopo una lunga serie di tentativi e ritirate, non fu questo il caso. Ma andiamo con ordine.

La prima parte dell’articolo da cui è tratto il brano citato in esergo (Die letzten großen Wandprobleme in den Dolomiten) è dedicata al racconto di un’altra impresa, che precedette quella sulla Civetta di una manciata di giorni. Il primo di agosto 1925 Solleder e Fritz Wiessner aprirono la loro via alla parete nord della Furchetta, nel gruppo delle Odle. Questa rappresentava il primo degli ultimi tre grandi problemi delle Dolomiti evocati nel titolo. Il duo si mosse quindi immediatamente in direzione del secondo obiettivo del loro viaggio, la muraglia smisurata della parete nord-ovest della Civetta.

Un momentaneo peggioramento meteorologico e alcune preoccupazioni lavorative convinsero Wiessner a tornarsene a Dresda, quindi Solleder salì solo, e senza un piano preciso, al Rifugio Coldai. Qui egli incontrò due altri monachesi, che non conosceva: Franz Göbel e Gustav Lettenbauer. Si presentò in incognito, mascherando le sue reali intenzioni, ma quando i compagni gli svelarono la loro volontà di tentare una via diretta alla Nord-ovest, egli chiese di poter essere della partita. Fu così che il giorno seguente attaccarono in tre. Riuscirono a salire all’incirca il primo terzo di parete, ma dovettero fermarsi e iniziare una ritirata a causa di un incidente occorso a Göbel e per l’arrivo della pioggia. Nel corso di questo primo tentativo Lettenbauer risolse la famosa lunghezza della Fessura friabile, una spaccatura faticosa che sale in obliquo verso sinistra e che si trova all’inizio delle difficoltà. In molte ricostruzioni dell’ascensione la figura di Lettenbauer è stata adombrata da quella di Solleder. È il caso però di evidenziare come la salita avvenne in buona parte a comando alternato. Anche per compensare questo debito storico, ormai da molti anni la lunghezza di corda precedentemente evocata è detta Fessura Lettenbauer.

Passati tre giorni dal primo tentativo, i soli Solleder e Lettenbauer tornarono alla carica. In un'unica intensa giornata di alpinismo riuscirono a terminare la loro via. Il racconto della loro salita si conclude con delle frasi semplici e poetiche: «improvvisamente una cornacchia frullò poco sopra di noi ed un vento più freddo ci annunciò la fine della parete. Scalammo un ultimo tratto strapiombante e sotto la stellata rimanemmo in piedi sulla cresta finale».

Questa impresa ebbe fin da subito una grande eco negli ambienti alpinistici; la quasi contemporanea diffusione della scala delle difficoltà proposta da Willo Welzenbach legò indissolubilmente la Solleder-Lettenbauer al mito del sesto grado.

Ma chi erano gli apritori? Sia Solleder che Lettenbauer provenivano dalla città di Monaco di Baviera, erano quasi coetanei (rispettivamente classe 1899 e 1900) e di estrazione operaia. La loro città, dopo la Grande Guerra, aveva attraversato la fulminea parabola della Repubblica Sovietica Bavarese; il contesto sociale in cui crebbero era caratterizzato da precarietà, incertezza e disoccupazione. Come reazione a questa temperie, molti giovani si gettarono anima e corpo nell’alpinismo, trovando così un mezzo di autoaffermazione e una via di fuga.

Emil Solleder fu uno spirito avventuroso e individualista. Non molto si sa della sua vita, alcune fonti riporterebbero che negli anni Venti egli abbia visitato l’Alaska come cercatore d’oro e che si sarebbe appassionato all’alpinismo solo al suo ritorno in Europa. Sicuro è che ottenne nel 1925 il brevetto di Guida Alpina e Guida Sciatore e l’anno seguente, a 27 anni, con la salita della parete ovest del Sass Maor (con Franz Kummer) sulle Pale di San Martino, risolse il terzo degli ultimi grandi problemi. Esercitò la professione da girovago fino al momento della sua morte, occorsa in un incidente alpinistico nel gruppo delle Meije, nel 1931.

Gustav Lettenbauer nella sua carriera effettuò numerose prime salite nei Monti Mieminger e Karwendel, ma interruppe la sua carriera bruscamente nel 1929, dopo la morte in montagna di un amico. Le sue competenze in ambito meccanico gli furono utili nelle varie fasi della vita: servirono a forgiare da sé i chiodi necessari all’impresa sulla Civetta e, dopo il suo ritiro, a fondare ad Erlangen un'azienda per la produzione di strumenti chirurgici.

Sarebbero mille le vicende umane legate alla via Solleder-Lettenbauer: le ripetizioni, le ritirate, gli incidenti e i soccorsi. Questo spazio non è sicuramente sufficiente per contenere tutto questo. Ci limiteremo perciò a tracciare un veloce bilancio delle prime tradizionali.

Alla prima ripetizione solitaria da parte di Cesare Maestri nel 1952, seguì l’epopea della prima invernale nel 1963. Allo scopo si radunarono alcuni tra i migliori dolomitisti del tempo: Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler e Roberto Sorgato. Quando però un inaspettato problema di salute costrinse a letto Sorgato, gli altri tre, ormai convenuti al Rifugio Tissi, attaccarono la parete. Nei giorni che seguirono la febbre passò, il caparbio bellunese convinse e arruolò i fortissimi arrampicatori di San Vito di Cadore Marcello Bonafede e Natalino Menegus e si lanciò all’inseguimento degli amici. Attaccarono con quattro giorni di ritardo rispetto agli apripista, ma, avvalendosi del loro lavoro di tracciatura e pulizia, riuscirono, in una cavalcata impressionante, a raggiungere la vetta lo stesso giorno della prima cordata. Anche qui gli aneddoti, come quelli relativi ai fuochi da bivacco alimentati dai cunei di legno a seguito della rottura del fornellino da campo, sarebbero innumerevoli. Riportiamo solamente, a titolo di suggestione, le parole che Roberto Sorgato dedicò all’amico Piussi, suo compagno di molte salite; è così che ce lo immaginiamo mentre conduce la sua cordata sulla Solleder: «era quando tutti erano cotti che lui veniva fuori veramente. Nei momenti peggiori, nel pericolo, cominciava a non parlar più con nessuno: gli veniva uno sguardo freddo, cattivo. Buttava dentro ‘sti chiodi, pestava, saliva con una determinazione impressionante».

L’ultimo decennio del terzo millennio si aprì con l’impressionante concatenamento in giornata di Philipp e Solleder da parte della cordata di Manrico Dell’Agnola e Alcide Prati e si chiuse con l’epica prima invernale solitaria, eseguita in cinque giorni nel gennaio del 2000, da Marco Anghileri.

Cosa resta oggi del mito della Solleder-Lettenbauer?

La Solleder per molte generazioni ha avuto il significato di un rito di passaggio verso la maturità alpinistica, un passo obbligato nel percorso di ogni dolomitista. Oggi invece è spesso schivata a causa della presunta pericolosità e per la friabilità della roccia e snobbata per via delle difficoltà tecniche relativamente basse. Nonostante le sue alterne fortune, a cent'anni dall’apertura, essa rimane un monumento all'arrampicata e all’avventura, un magnifico viaggio attraverso una parete immensa.

Georges Livanos scrisse a riguardo parole definitive: «La Civetta imponente ci sovrastava con tutta la sua regale potenza. Era davvero la “muraglia smisurata” di Solleder; l’immortale tracciato della sua via leggendaria era sempre là, scolpito sulla parete».

- Alessandro Baù e Luca Vallata




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