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Gianni Ghiglione nel 1976 sulla via Francesca su Bric del Frate a Finale. Aperta da Alessandro Grillo e Vittorio Simonetti nel 1973, questa era la prima via della parete
Fotografia di archivo Gianni Ghiglione
Gianni Ghiglione all'uscita della Via del tetto, Monte Cucco, Finale, 1974
Fotografia di archivo Gianni Ghiglione
Gianni Ghiglione sulla Via del Pescecane, Rocca di Corno, Finale, 1980
Fotografia di archivo Gianni Ghiglione
Gianni Ghiglione nel 1975
Fotografia di archivo Gianni Ghiglione
INFORMAZIONI / informazioni e collegamenti:
    Tutto questo solo per noi
    gli altri non avevano capito. Avevano toccato con mano
    e si erano ritirati tremanti.
    Anche noi non avevamo capito: avevamo trovato il nostro Eden.
    Che bisogno c’era di divulgarne l’esistenza?
    Gianni Calcagno

Arrampicata a Finale ieri e oggi... e non solo. Di Gianni Ghiglione

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Gianni Ghiglione, uno dei pionieri delle prime vie di arrampicata a Finale Ligure, racconta alcune vicende del primo periodo (dal 1968 al 1976) e discute più ampiamente sull'arrampicata, l'esplorazione, l'utilizzo degli spit e l'alpinismo.

Maggio 1968, Jimi Hendrix atterra a Milano pronto per la sua Italian Experience. Nelle radio del Paese risuonano i ritmi nuovi, freschi e innovativi di Hey Joe, Foxy Lady, Red House e molte altre musiche ai vertici delle classifiche mondiali. Le stesse note risuonavano in tutta Italia in quel maggio 1968, anche sulle pareti di Finale Ligure dove stava avvenendo una "rivoluzione". Non quella dei cortei e delle proteste di piazza, ma quella della montagna. È infatti in quel maggio di cinquanta anni fa che si scoprirono le potenzialità di Finale quale teatro di scalate su roccia.

Quello di allora (un approccio molto diverso da quanto troviamo oggi) è raccontato in una pellicola scanzonata, quasi irriverente della sacralità della montagna e a cui io ho preso parte essendo stato uno degli otto pionieri dell’epica "rivoluzione". Lo scopo del film Finale '68 (regia di Gabriele Canu, alpinista, 1) può essere riassunto in un singolo proposito: evitare la cronica perdita di memoria alla quale spesso ci troviamo esposti, a causa di una certa tendenza contemporanea che predilige il rapido e asettico consumo dei luoghi a scapito di ogni identità locale. Corriamo, infatti, un grave rischio: appiattire ogni profondità che articola e definisce le nostre prospettive in relazione agli spazi coi quali andiamo a confrontarci. Abbandonare alle ortiche il passato significa, in tal senso, impoverire irrimediabilmente il nostro modo di vivere.

Finale Ligure viene considerata, a diritto, la patria dell'arrampicata sportiva. Tuttavia, accogliendo solo ed esclusivamente questo punto di vista, si corre il rischio di porre a margine e dimenticare tutto quello che è stato il prima. Per molti anni Finale è stata terrain d'aventure dove l'alpinismo esplorativo furoreggiava. Anni di cui incredibilmente sappiamo poco o niente, benché nei fatti siano all'origine di quel particolare fenomeno sportivo- culturale che si è in seguito sviluppato su queste pareti.

E’ alla fine degli anni ‘60 che nella comunità alpinistica ligure e basso piemontese si cominciò a nominare (e a frequentare) un nuovo luogo di arrampicata vicino al mare, insolito e quasi inopportuno rispetto all’etica vigente allora: Finale Ligure. Contemporaneamente in quel tempo in Italia stavano sorgendo alcuni movimenti alpinistici, come il Nuovo Mattino (2) e i Sassisti.

Le idee che strutturavano questo fenomeno nacquero nei primi anni ‘70, pochi anni dopo i grandi movimenti di piazza del leggendario 1968, ma quella concomitanza storica non aveva interdipendenze dirette in quanto le idee che li caratterizzavano non scaturivano dal maggio parigino, ma piuttosto da Woodstock e da Bob Dylan. I giovani alpinisti che ne facevano parte, sostanzialmente, manifestavano un rifiuto della vecchia società alpinistica, in modo ancora più radicale dei coetanei che occupavano le università.

Proponevano un viaggio verso mondi nuovi, convinti che il tempo libero doveva essere impiegato per realizzare progetti difficili, complessi e spesso pericolosi. Sulle solari pareti del finalese in quel periodo si avvertiva qualche cosa di unico e di impenetrabile, affascinante come può esserlo soltanto ciò che viene esplorato dall’essere umano. Su quegli angoli di roccia si è concretizzata l’esperienza alpinistica di noi giovani scalatori che allora giocavamo a fare i californiani e le pareti del finalese, come quelle delle Valli dell’Orco, rappresentavano la microdimensione dove meglio si poteva impostare l’azione. Bastava possedere un paio di usurati scarponi e di jeans logorati.

Ci si infilava la fascia nei capelli (allora erano molti) come un rito d’iniziazione e si ricercava il nuovo arrampicando rigorosamente dal basso, o perlomeno si tentava di rivedere quelle cose vecchie in maniera diversa, in modo meno asfissiante dell’ambiente dove ci eravamo formati. Si viveva di sogni avventurosi misti alla voglia di diventare "grandi" riconosciuti. Sensibilizzati da queste idee, il patrimonio di pareti presenti a Finale ed ancora inesplorate si è offerto a noi, alpinisti con la voglia di coglierne l’essenza. Si arrampicava col corpo e con la mente si dava sfogo a continue emozioni.

Le componenti principali erano il mistero e l’avventura, che progressivamente spariranno con i successivi sviluppi della arrampicata finalese. Le vie aperte a Finale, fino a metà degli anni ‘80, seguivano ampiamente questa filosofia, in totale antitesi con il successivo periodo che perdura ancora oggi. In altre parole, in quegli anni avevamo un approccio alpinistico (anche se rinnovato) e si aprivano quindi le vie dando grande valore alla componente legata al pericolo della scalata, senza volersi concentrare troppo sulla gestione del rischio.

Oggi si tende talvolta a confondere tra loro rischio e pericolo, ma le differenze sono in realtà sostanziali. In pratica all’inizio le protezioni erano quelle che erano, e molta considerazione veniva data a salite in cui si metteva in luce il coraggio di scalare con chiodi poco sicuri e lontani. Si era ben lontani dalla mentalità sportiva di oggi: era ancora imperativo cercare di evitare la caduta.

Il rischio (e la sua gestione) è legato alla predivibilità degli eventi secondo un modello di riferimento logico-matematico-statistico, il pericolo è la sollecitazione a cui la gestione del rischio cerca di dare risposta.
Tradotto in termini alpinistici, o tipici degli arrampicatori, una salita legata alla cultura della gestione del rischio è la salita a spit ravvicinati, che sia una abbordabile scalata plaisir oppure un tiro di arrampicata "libera" (si potrebbe dire "sportiva") di grande difficoltà, non importa. L’alpinismo, quello trad, al quale ci richiamavamo all’inizio dell’avventura finalese, idealmente ed emotivamente non può essere e non è mai stato legato alla cultura sicuritaria, ma invece è un tutt’uno con la cultura del pericolo.

Le vie aperte a Finale soprattutto nel periodo 1968–1985, avevano come filo conduttore l’etica alpinistica del pericolo, inteso come accettazione e valorizzazione dell’imprevidibilità degli eventi e quindi per almeno alcune di queste, come il Diedro Rosso al Monte Cucco, Impedimento sterico e Paperino al Bric Pianarella, e ancora la via Gibba a Perti, abbiamo il dovere di lasciarle oggi esattamente come sono state aperte al fine di trasmettere la doverosa testimonianza storica di quello che fu. Col tempo potranno essere richiodate per il deterioramento dei materiali, ma con i chiodi, sia come numero che come tipo, usati durante l’apertura. Infatti, non possiamo privare chi ne senta l’esigenza della ripetizione di questi itinerari, nelle stesse condizioni dopo la loro apertura, dove è quindi possibile provare emozioni diverse da quelle vissute su vie attrezzate con i chiodi resinati.

Del resto, la tendenza attuale sulle pareti alpine è quella di aprire o ripetere itinerari senza alterare le condizioni originarie, sfruttando le grandi difficoltà tecniche che si raggiungono in falesia, limitando così al massimo le protezioni (vedi ad esempio la via Balade au clair de lune all’Aiguille du Fou nel Gruppo del Monte Bianco aperta nel 1983 come A3-A4, liberata con le protezioni fisse originali, quindi placca di 6b+ a 20 metri da un copperhead, tiro chiave di 8b con due spit a 10 metri).

Le vie aperte nel finalese in quel periodo e in quel modo sono essenzialmente molto attuali e devono rimanere pertanto di futura memoria. Modificare tali vie in nome della sicurezza equivale a intervenire sul quadro di un grande pittore aggiungendo nuove pennellate, o ridurre l’altezza delle barriere in una corsa a ostacoli. Per affrontare tale vie però occorre maturare alcune componenti... Ormai si è perso il gusto del problema da risolvere sulla roccia, la ricerca della motricità, del "mentale" che aiuta a muoversi per superare un passaggio difficile, da interpretare. Oggi, sempre più spesso i passaggi "strani" vengono addomesticati a colpi di trapano in nome dell’omogeneità delle vie, "tutte belle": si cerca insomma di appiattire le incertezze con false sicurezze.

A Finale negli anni ‘68-’76 noi sognavamo anche sopra i libri, idealizzavamo un itinerario e alla fine vivevamo il sogno. Erano giornate molto piene, anche se spesso si trattava di vie brevissime. Oggi esiste praticamente solo più l’arrampicata libera "sportiva", i chiodi hanno cambiato nome e sono diventati "protezioni", i moschettoni "rinvii", le staffe sono sparite lasciando posto ad una arrampicata più tecnica e raffinata. Ciò è bene. Ma si inizia sul pannello o su strutture artificiali, senza conoscere altro; al limite ci si confronta con una tabella di allenamento, ma mancano stimoli ed obiettivi, non si sogna più la salita di una via in ambiente, come un tempo la Bonatti al Gran Capucin. Si scala e basta. Al massimo si giunge all’assurdo di ripetere solo la lunghezza più dura della via per poi scendere.

Sulle falesie, ma anche sulle pareti alpine, si tende ad aprire vie per tutti, ben chiodate a spit, dal successo sicuro. Sta sparendo l’ansia e l’attesa, il dubbio, la preparazione all’avventura che avevamo quando allora si apriva dal basso a Finale, proprio come sulle pareti delle Alpi. Sicuramente nelle attuali falesie, l’arrampicata libera è una attività tipica della società moderna che come già affermato appartiene alla Società della sicurezza, della gestione del rischio e non della sua valorizzazione.

Nella società della sicurezza il rischio deve essere controllato, e quasi sempre il minore possibile, quindi le protezioni devono essere molto ravvicinate. L’eventuale caduta, anche non intenzionale, non deve avere conseguenze. E’ ciò che accade attualmente a Finale Ligure, e nella maggior parte (forse tutte) delle falesie. In questo contesto l’uso dello spit è comunque giustificato.

Inoltre, nell’arrampicata in falesia l’attrezzatura viene attuata sempre dall’alto, e quindi l’apritore (anzi il "chiodatore" per dirla meglio) è in posizione di vantaggio: durante la chiodatura deve ispezionare il tiro calandosi dall’alto, ne fa una perizia, e può scegliere alcune caratteristiche della salita, tra cui decidere come chiodare. Per questo tipo di attività basta in genere una sola scala: quella della difficoltà tecnica (4c, 5a, 6a, 6b, ecc).

Nella scalata su grandi pareti alpinistiche invece, per avere una conoscenza completa occorre servirsi di tre scale:
1) quella tecnica usata anche nel contesto dell’arrampicata libera
2) quella del Rischio (R1, R2, fino a R6 se i chiodi sono normali o S1, S2, ecc. se si tratta di spit)
3) quella dell’impegno (dal I al VII) che sostituisce la vecchia scala F, AD, D, TD, ecc.

Solo valutando queste scale insieme si ha un’idea corretta della via. Nel descrivere una nuova via occorre dunque anche tener presente la collocazione della parete e dare una precisa valutazione su questo aspetto servendosi della scala sull’impegno. Ad esempio, nel Finalese, al Bric Pianarella la valutazione sull’impegno non può che essere bassa.

Ciò detto, alcune considerazioni sull’apertura di vie nuove dal basso, come avveniva un tempo, e nei primi anni a Finale Ligure.
Innanzitutto, lasciarsi affascinare dall’aprire una via nuova è il sogno di molti, e forse è la vera essenza dell’alpinismo di avventura. Mettere le mani sulla roccia mai salita, scoprire il suo divenire nella parete che si svela a poco a poco è un’emozione intensa e indelebile.

Le protezioni fisse o spit, hanno introdotto indubbiamente dei fattori che responsabilizzano maggiormente l’apritore. Sempre di più oggi lo spit viene infisso per rendere una via estremamente sicura, "plaisir", come è ormai consueto dire (le giovani generazioni hanno una capacità di accettazione del rischio molto bassa) e dove, nella scala del rischio, la valutazione è S1 o al massimo S2. L’orientamento attuale della massa alpinistica è verso questo genere di vie: da questo punto di vista possiamo parlare di fine dell’alpinismo. L’alpinismo invece è sicuramente una attività della società premoderna che genera scandalo nella società attuale; si prende il diritto, tipico del libero arbitrio, di sottoporsi ad eventi pericolosi, e non si può eliminare questa componente.

Gli spit però non sono da bandire in un contesto di vero alpinismo: si possono posizionare il più lontano possibile, cosa che può rendere selettiva e in certi casi rischiosa la ripetizione. Ideate in questo modo, alcune di queste vie risultano più impegnative di altre, anche di quelle salite con protezioni tradizionali.

In contrapposizione, le aperture "trad" si creano esclusivamente con protezioni rimovibili e qualche chiodo, quasi esclusivamente a lama, quando la parete consente questo modo di apertura. Solo in alcuni casi la necessità impone l’uso del perforatore.

Potremmo quindi chiederci: è più semplice ripetere una via classica in montagna di difficoltà 7a (ad esempio la Bonatti al Gran Capucin) sapendo che si può integrare con protezioni mobili o andare a ripetere una via a spit molto distanziati su muri compatti di 6c sapendo che non si può integrare? Quindi il problema non è tanto costituito dallo spit in sé, ma dal suo uso scorretto. E’ questo comportamento che uccide l’alpinismo, non lo spit in sè. Cosa che però oggi avviene abitualmente nel tentativo di ridurre il rischio in alpinismo ai minimi termini.

Quando decidiamo di aprire una via su una certa parete, la scrutiamo attentamente, si instaura un colloquio con essa, ci parla e, a seconda di come è strutturata ci impone quale tipo di protezione usare… L’etica corretta sarebbe di aprire vie con gli spit solo laddove le protezioni mobili sono impossibili da posizionare, cercando comunque di metterli distanti tra loro (e salendo dal basso).

A volte, la ragione e l’istinto di sopravvivenza ci spingono a seguire la via logica ("il facile nel difficile", come diceva Bruno Detassis), ma il cuore vorrebbe l’estetica di una scalata che senza spit sarebbe impossibile (muri bellissimi e compatti). Gli spit permettono infatti di scegliere la linea ideale di salita, eludendo spesso tratti fessurati ma molto fuori asse o con roccia cattiva.

Profondamente errato è invece usare gli spit per rendere più sicure vecchie vie classiche, che al contrario dovrebbero essere lasciate come le ha create l’apritore. Modificarle equivale a snaturarle, come alterare un quadro d’autore.

Anche se le motivazioni che conducono ad aprire una nuova via sono tantissime, forse la più importante è l’aspetto di voler soddisfare il proprio "desiderio" di scoperta e avventura. Personalmente le mie aperture non vanno alla ricerca del grado, ma ricercano uno stile. Cerco di soddisfare la mia esigenza emozionale che nasce a dismisura dentro di me, incontenibile.

L’avventura che si vive aprendo una via si può concretizzare non solo in località ormai mitizzate poste agli antipodi del mondo. Essa è dentro di noi, prima di tutto, e si può vivere, quindi, anche in zone molto vicine, dove esistono territori aspri, difficili, complessi, spesso pieni di sorprese. L’avventura, infatti, è mettersi a disposizione di eventi nuovi che, quasi sempre, sfuggono alla previsione. E’ intuire e risolvere determinate situazioni arrampicatorie, è avere la necessaria e sufficiente condizione psicologica per concretizzare l’approccio.

Negli ultimi anni, assieme ad alcuni miei compagni di cordata, ho potuto vivere avventure molto intense in Corsica, dove abbiamo aperto dal basso dodici vie nuove bellissime e impegnative, anche di lunghezza considerevole, oltre 700 metri.... Senza l’uso degli spit queste vie non sarebbero nate. Ma non mi sembra giusto andare a porre dei limiti alla creatività... Nello stesso modo abbiamo aperto vie nuove in Marocco (Taghià), in Turchia (Ala Daglar) e in Kirghizistan (Pamir Alai). In Corsica le vie aperte si trovano in una zona, Les Aiguilles de Popolasca, che era prima di noi totalmente inesplorata. Avvicinamenti di tre-quattro ore, molto complessi come complessa è la macchia corsa. Qui di certo l’avventura è presente!

Tali vie si svolgono su roccia molto compatta dove l‘uso di protezioni tradizionali veloci è impossibile. Abbiamo quindi utilizzato esclusivamente gli spits, spesso molto distanziati, quindi per una ripetizione occorre il giusto approccio psicologico. Sono esempi che testimoniano che non è di certo lo spit a uccidere l’alpinismo, ma piuttosto, come ho già affermato, il suo uso scorretto o il suo abuso. Su questa mia esperienza in Corsica, ho scritto un libro (italiano/francese) che uscirà alla fine di quest’anno (2019) in quanto ho in cantiere ancora una via su un bel pilastro di 400 metri.

Con questa etica anticipatoria si basano molte vie aperte in varie zone del mondo ad opera di forti alpinisti, ad esempio in Ala Daglar (Turchia), sul Güvercinlik o sul Parmakkaya o in Svizzera al Wenden, dove la chiodatura è estremamente rarefatta con conseguenti voli molto lunghi in caso di errore...

Se risulta vero che oggi i giovani e i meno giovani tendono a ripetere vie plaisir, soprattutto di fondovalle, è altrettanto vero che esiste un qualitativo alpinismo di impegno medio o alto dove, anche usando gli spit, non si può parlare, in generale, di morte dell’alpinismo. Su queste vie risultano inalterate le componenti essenziali dell’alpinismo: avventura, esplorazione, rischio elevato. Anzi spesso risultano, nella fase di apertura, amplificate rispetto ad un tempo quando non si usavano gli spit (è spesso molto più impegnativo infiggere uno spit dal basso su posizioni precarie invece di un chiodo normale).

In Kirghizistan ho aperto nel 2016 una via a spit distanziati su una parete che si trova a tre giorni di marcia, 10 ore al giorno, dalla possibilità di essere soccorsi in caso di bisogno. Qui, ma non solo qui, non si può parlare di morte dell’alpinismo. Il luogo ha quindi un ruolo determinante nella valutazione: un conto è il Pianarella con attacchi a 15 minuti dall’auto, un conto è una parete a 4 ore dall’auto, un conto è una montagna a più giorni di cammino!

Intanto mentre il "Nuovo Mattino" Finalese entra nella storia dell’arrampicata, l’arrampicata stessa approda in Internet in una forma originale e spero ben augurante. Sui suoi siti, sulle autostrade della comunicazione globale, appaiono ricorrenti parole come "etica ambientale e d’apertura", "liberà", "rispetto", "regolamentazione", che sembravano ormai bandite dal vocabolario del verticale. Un recupero delle nostre aspirazioni? Nell’attesa di una conferma affidiamo all’ambientalismo la parziale riproposizione del "Nuovo mattino", sia come condivisione di un problema collettivo, sia come tentativo di dare una speranza concreta all’utopia sassista.

Gianni Ghiglione, Accademico – Gruppo Occidentale

Note: (1) Il film ha il titolo di Finale '68 ed ha la regia di Gabriele Canu. E’ accompagnato dal libro "Di pietre e pionieri, di macchia e altipiani – 2018 Autore: Michele Fanni, www.finale68.it
(2) Nuovi Mattini - Autore: Enrico Camanni – Editore: Vivalda - 1998

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