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Ivery 1987, prima di passare alle resine ed al trapano Hilti
Fotografia di archivio Oliviero Toso
La volpe e l'uva a Bosco, 1989
Fotografia di archivio Oliviero Toso
Il gruppo Cordon Bleu a Finale nel 1988
Fotografia di archivio Oliviero Toso
Fittone del tipo COSIROC (non omologato UIAA) posto a regola d’arte in ambiente marino
Fotografia di Maurizio Oviglia

Oliviero Toso, intervista ad uno dei primi chiodatori sportivi italiani

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Intervista a Oliviero Toso, uno dei primi chiodatori sportivi italiani: perché bisogna fare le cose bene. Di Maurizio Oviglia

Oliviero Toso è prima di tutto un amico, quindi un compagno di scalata, infine un chiodatore. Per diversi anni ci siamo frequentati e poi, per forza di cose, un po’ persi. D’altra parte lui sta a Torino ed io a Cagliari, difficile mantenere stretti i rapporti, soprattutto da quando lui ha abbandonato le falesie per dedicarsi ad altro. Torinese, classe 1957, in arrampicata è ricordato non come un atleta di alta difficoltà ma come uno dei primi chiodatori di arrampicata sportiva italiani ad aver utilizzato la resina, sul modello francese. Non di meno, prima dell’avvento dell’arrampicata sportiva, ha aperto anche numerose vie tradizionali sulle Alpi tra cui probabilmente la prima via del Vallone di Sea. Come chiodatore ha messo la firma su alcune tra le più belle falesie del Piemonte e di Finale Ligure. Oliviero aveva un modo di lavorare che allora a tutti pareva certosino e quasi maniacale, ma che con il tempo si è rivelato lungimirante. Evidentemente era, come si dice oggi, "avanti". Mi ricordo, come se fosse ieri, le nostre arrampicate: arrivava in falesia vestito da città, con jeans e camicia stirata. Si cambiava, arrampicava, poi si ricambiava prima di andar via, riassumendo un aspetto perfetto, come se non avesse faticato. Ma come fa? Ci chiedevamo meravigliati... Nell’arrampicata, come nella sua vita professionale, ha sempre fatto le cose a regola d’arte. E, nell’ultima frase dell’intervista (per quello è importante che la leggiate tutta) ci spiega perché è necessario continuare a farle così, da dilettanti, ma nel miglior modo possibile. (Maurizio Oviglia)

Oliviero, ti ricordo come uno dei primi chiodatori piemontesi di vie con un occhio speciale alla sicurezza in un periodo in cui si era convinti che bastasse uno spit a rendere sportiva una via. A che modello ti ispiravi? Forse ai francesi?
Sì, in effetti furono proprio gli arrampicatori d’oltralpe il modello di riferimento. Forse la vicinanza geografica ha favorito negli arrampicatori torinesi dell’epoca l’utilizzo delle prime falesie d’arrampicata sportiva concepite per una frequentazione di massa con dei livelli di elevato standard di sicurezza.

Sei stato uno dei primi a utilizzare la resina e a promuovere la chiodatura a resinati. Quali erano le convinzioni che ti avevano portato a questa scelta?
Avevo notato un’anarchia assoluta nell’attrezzare le vie d’arrampicata. Stava cambiando qualcosa, anzi molto e l’arrampicata con protezioni fisse non poteva corrispondere ai criteri con cui si chiodavano e schiodavano le vie di arrampicata; la nuova disciplina, anche se figlia dell’alpinismo, era una pratica sportiva concettualmente diversa. Si doveva ridurre drasticamente il rischio favorendo un aumento esasperato del livello di difficoltà. In Francia ci erano già arrivati: alcune falesie incominciavano ad essere attrezzate con fondi comunali o degli enti che promuovevano il turismo; si incominciava a introdurre l’arrampicata nei programmi sportivi scolastici e si incominciava a far scalare anche i bambini. Tutto questo non poteva essere fatto senza stabilire quali potessero essere i criteri di sicurezza di questa pratica sportiva.

Ricordo che alla fine degli anni ottanta ti invitai in Sardegna a scalare sulle vie che avevo aperto. Poi ti invitai al mio matrimonio (1989) e come regalo mi inviasti una pistola per utilizzare la resina Hilti. Al tempo io usavo ciò che capitava senza farci troppa attenzione (un po' come tutti) e fu un bel modo di farmi capire che stavo sbagliando...
E’ un aneddoto che mi riempie d’orgoglio anche se non era proprio mia intenzione dirti che stavi "sbagliando"; come sottolinei anche tu, regnava il fai da te, e capitò a tutti vedere delle vie chiodate da far accapponare la pelle! Sicuramente tu attrezzavi già bene ma potevi migliorare ulteriormente lo standard di sicurezza delle tue vie. Avevo semplicemente consultato i criteri suggeriti dal COSIROC (Comité de Défense des Sites et Rochers d'Escalade) francese ed avevo studiato alcuni materiali utilizzati nell’edilizia facendo delle prove io stesso con l’aiuto che allora mi diede la sede torinese della Hilti. Nel novembre 1986 chiodai la prima via a resina a Finale Ligure utilizzando della resina Hilti. Il nome non poteva essere più azzeccato: Momenti perduti nel tempo. Era ancora una fase sperimentale ma prometteva molto bene.

Puoi raccontarci qual era l'ambiente dei chiodatori allora? Se non sbaglio costituiste un gruppo chiamato Cordon Bleu e iniziaste a chiodare nuovi settori a Finale Ligure. Come la presero i locali?
Nel 1987 fui incaricato da una società sportiva di organizzare un corso di arrampicata ed invitai ad insegnare due guide alpine e due arrampicatori che ritenevo molto bravi. Mi presi però l’incarico di spiegare io stesso le prerogative di una via attrezzata in sicurezza e di far capire agli "allievi" come distinguere tra una via rischiosa ed una via sicura. Decisi di chiodare con loro un nuovo settore sopra le Striature Nere in Valsusa. Si formò un gruppo molto affiatato che, casualmente, usava corde tutte blu. Fu così che nacque il "Cordonbleu" che attrezzò appunto le "terrazze di Avalon". Chiodammo successivamente alcuni settori a Finale Ligure e facemmo anche diversi lavori di richiodatura utilizzando prevalentemente fittoni resinati. I locali inizialmente non la presero troppo bene, erano tempi in cui si formavano gruppi di arrampicata che ricordavano un po’ delle gang, con un certo grado di rivalità ed in qualche caso anche di ostilità. Poi, con il tempo, tutto si sistemò e ricevetti persino molto materiale per fare lavori di "restauro".

Ed in Piemonte quale era la situazione?
La situazione era piuttosto caotica; ognuno diceva la sua e le polemiche sembravano non avere mai fine. C’era chi non accettava l’arrampicata sportiva, chi diceva che le vecchie vie andavano lasciate così come erano, chi passava le domeniche a togliere gli odiati spit, chi ne toglieva solo qualcuno perché ritenuto non necessario… un vero caos.
Comunque io incominciavo ad usare e promuovere l’utilizzo delle resine e così finalmente si realizzarono dei bei lavori come la falesia di Bosco (fine ’87 inizio ’88) dove attrezzarono Dario Quattroccolo e Aldo Tirabeni ed anche io realizzai qualche tiro; Le Striature Nere e l’Orrido di Foresto fu richiodato dalla guida alpina Andrea Viano su incarico del CAAI ed acquistò su mio suggerimento il materiale ed il trapano della Hilti; e questi sono solo alcuni esempi.

Diversi anni dopo prendesti casa a Briançon. Allora era uno dei centri d'avanguardia nell'arrampicata sportiva. Fu questo ad influenzare questa scelta? Cosa c'era di diverso, allora, tra le falesie italiane e quelle francesi?
In effetti mi resi conto che ero sempre a Briançon e quindi decisi di acquistare lì un monolocale. Nel ’92 nasceva la prima figlia e avremmo così potuto sfruttarlo per le vacanze estive e tutti i weekend data la vicinanza a Torino. Le falesie nel Briançonnaise erano tantissime e molto ben chiodate, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Inoltre si potevano praticare un sacco di altri sport come escursioni a piedi, mountain bike, kayak, rafting, canyoning, una magnifica piscina comunale, campi da tennis e, d’inverno, tanto sci a costi molto vantaggiosi rispetto alle stazioni sciistiche del torinese. Un paradiso insomma.

Oggi sono in molti chiodatori a preferire i fix meccanici alla resina. Sono più comodi e veloci da piazzare, serve meno specializzazione, meno rischio di sbagliare mentre si lavora. Secondo alcuni nella chiodatura a resina ci sono troppe variabili e non si è nemmeno sicuri sulla resistenza e sulla durata delle resine. Tu, che di mestiere fai il dentista, che ne pensi?
Sono stato oggetto di divertenti battute sul fatto che trapanavo tutta la settimana e non riuscivo a smettere neppure il sabato e la domenica! Difficile per me rispondere perché sono molti anni che non me ne occupo più. Posso però dire che occorre fare molta attenzione a non privilegiare solo il risparmio di tempo e di costi. Sbagliare la posizione di una protezione può capitare ma deve essere un errore raro. Occorre fare le cose bene, con molta attenzione e in modo che durino nel tempo.

Le resine che si adoperano in edilizia hanno delle schede tecniche esaustive sulle loro caratteristiche. Per farti un esempio: negli anni in cui le usavo io le utilizzavano anche in ambienti umidi o addirittura bagnati come nei lavori subacquei dove si lavorava nelle campane pressurizzate. Chiodando nel calcare mi è capitato di vedere uscire dal foro non polvere ma materiale umido, usare la resina mi lasciava tranquillo: la tenuta non era legata all’ancoraggio ma alla resistenza della pietra stessa e non c’erano problemi di ruggine.

So che non arrampichi più e che ora ti sei dedicato alla fotografia. Ma ti posso dire che non sono cambiate tante cose nei materiali, tu eri e saresti ancora all'avanguardia! Invece sono cambiate le distanze tra i punti, oggi i chiodi si ravvicinano sempre più. E se non son vicini si lasciano i fissi o le catene di rinvii quando si lavorano le vie. Si ricerca la sicurezza totale, poi magari in arrampicata sportiva ci si fa male diversamente. Quale è la tua opinione a riguardo?
Rispettare la sicurezza. Rinvii progressivamente più distanti man mano che ci si allontana dalla sosta sono un modo coerente di chiodare ma la tenuta degli ancoraggi deve esser al top. Se chiodi una parete non strapiombante, dove cadendo ti puoi distruggere le caviglie, forse è più opportuno ridurre le distanze tra un ancoraggio ed un altro.

E per finire una domanda di fanta-arrampicata: come vedi l'arrampicata sportiva (outdoor) di domani?
Se parliamo di fanta-chiodatura… forse occorrerà un "patentino" per attrezzare e ci si dovrà prendere la responsabilità per quello che si fa; purtroppo questo toglierà tutto il fascino della realizzazione di nuovi tracciati e, lasciando il lavoro nelle mani di pochi, impedirà a chi almeno una volta vorrebbe cimentarsi nel realizzare qualcosa di "suo", di soddisfare questo desiderio. Se facciamo le cose per bene questo futuro si può evitare.

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