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Il Rifugio Pian dei Fiacconi (Marmolada, Dolomiti) dopo la valanga venuta giù ai primi di dicembre 2020
Fotografia di Guido Trevisan
Il Rifugio Pian dei Fiacconi sulla Marmolada, Dolomiti dopo la valanga ai primi di dicembre 2020
Fotografia di Guido Trevisan
Il Rifugio Pian dei Fiacconi sulla Marmolada, Dolomiti
Fotografia di Guido Trevisan
Il Rifugio Pian dei Fiacconi sulla Marmolada, Dolomiti
Fotografia di Guido Trevisan

La valanga sul Rifugio Pian Dei Fiacconi e lo sfruttamento della Marmolada. Di Guido Trevisan

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di Guido Trevisan, gestore da oltre 20 anni del rifugio Pian Dei Fiacconi in Marmolada, Dolomiti. Il rifugio era stato distrutto a dicembre da una valanga e la lettera intende sensibilizzare l'opinione pubblica sullo sfruttamento della montagna.

La prima sensazione che provai, quando arrivai al rifugio la prima volta dopo la valanga, fu il vuoto, mi sono sentito svuotato da un pezzo di vita, non avevo parole, emozioni, quasi neanche dolore, ed è stato così per qualche giorno. Poi il 24 dicembre lessi l'articolo sul quotidiano Trentino (e il 19 gennaio sul gazzettino.it) e non posso nascondere che i sentimenti che provai e ancora provo, sono rabbia e tristezza.

Rabbia di vedere come la macchina potente dell'imprenditoria non si fermi e neppure rallenti di fronte ad un evento catastrofico ma tutt'altro e rilanci più di prima, tristezza per come cavalchi l'onda della sciagura per rilanciare la costruzione di un nuovo impianto di risalita più grande di prima e con più cemento armato per proteggerlo meglio da valanghe più grandi.

Trovo tutto ciò oltraggioso verso tutti noi, ricordiamoci che se la valanga fosse scesa in un altro momento avrebbero potuto esserci decine se non centinaia di morti, e non solo al rifugio, visto che la slavina è scesa fino a quota 2200m invadendo la pista da sci in più punti. Non scordiamoci poi, che slavine in pista da sci, scendono regolarmente da anni, l'ultima significativa risale a soli 5 anni fa, nel 2015, in cui le protezioni della pista sono state distrutte come fossero fil di ferro.

La domanda che mi faccio ancora è: non abbiamo imparato nulla dalla storia? Non siamo in grado di capire i segnali della natura? Tanto più che non è la prima volta ma l'ennesima di una lunga serie.

In generale non considero giusto sfruttare una catastrofe per perseguire interessi personali, molte persone mi dicono di condividere questo pensiero, molti pensano che sia ora di cambiare direzione e io penso che l'unica via sia quella di adattare le nostre abitudini all'ambiente in cui viviamo anziché cercare di adattare la natura a nostro piacimento.

Il Comune è il primo organo politico che decide la sorte del nostro territorio e i progetti da sviluppare. L'opinione pubblica di una cittadinanza consapevole ha il compito di manifestare la propria posizione riguardo all'utilizzo del proprio territorio e risulta essere strumento democratico ed utile anche all'amministrazione comunale per far conoscere la volontà dei propri elettori. Spetta poi alla Provincia Autonoma di Trento autorizzare eventuali progetti compatibilmente a sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e sicurezza.

Per quel che riguarda la sostenibilità ambientale, posso affermare in quanto ingegnere per l'ambiente e il territorio, che una stazione di un impianto di risalita "pesante" con un mastodontico vomere di cemento armato di protezione dalle valanghe, posizionato su una sommità piuttosto che in un avvallamento o sotto una linea di cresta, creino indubbiamente un impatto ambientale paesaggistico importante, senza considerare inoltre che siamo in territorio Unesco.

Per la sostenibilità economica e di sicurezza è sufficiente leggere il documento: "Verso un turismo sostenibile per l'area della Marmolada" Executive Summary giugno 2006 scritto dal Museo Tridentino di Scienza Naturali in collaborazione con l'università degli studi di Trento. In tal documento tra le varie cose si trova: "Per risultare economicamente conveniente quindi, il nuovo impianto dovrebbe essere frequentato ogni giorno dell'intera stagione (dicembre-aprile) da 300-450 sciatori, ipotesi che non sembra essere realistica"

E' poi curioso leggere come, al punto 4.4.2.3 e sottoparagrafi, "Analisi della sciabilità della zona", al fine di stilare una relazione tecnica su possibili scenari di sviluppo sciistico e impiantistico dell'area in oggetto, si legga tra le varie cose: "Ipotizzando per il futuro un ottimistico raddoppiamento dei passaggi a seguito del progetto di sviluppo e che il passaggio degli sciatori si distribuisca in ugual modo su tutti gli impianti, si trova un valore medio di 200.000 passaggi per impianto, valore sostanzialmente inferiore al limite di sopravvivenza e sostenibilità economica dell'iniziativa di realizzazione di impianti 'pesanti'" e ancora: "d'altra parte i vincoli tecnici, normativi e le attuali preferenze della clientela escludono a priori il ricorso ad impianti 'leggeri'".

Tra le varie problematiche evidenziate in questa analisi si leggono perplessità in particolare per lo sviluppo dell'area del Fedaia versante Trentino derivanti dal pericolo valanghe e le necessarie opere paravalanghe, dalla difficoltà di accesso per sicurezza (valanghe) delle strade che molto frequentemente rende incerto l'accesso e quindi l'affluenza della clientela, dagli elevati costi di costruzione e manutenzione di impianti "pesanti", dalla necessità di riconsiderare tutte le piste e i sistemi di innevamento artificiale, dall'insufficienza dei parcheggi e delle aree disponibili.

Da ingegnere mi chiedo poi come un tecnico possa firmare la sicurezza di un impianto e ancor di più una pista in un sito dove basta sfogliare l'archivio provinciale delle valanghe per rabbrividire, è sufficiente visionare le carte della pericolosità e la carta di sintesi della pericolosità di tutto il territorio provinciale approvate il 4 settembre 2020 e in vigore dal 2 ottobre 2020, per vedere come tutta la zona del Pian dei Fiacconi sia considerata zona rossa ossia zona a pericolosità P4 - Elevata - che nella scala di valutazione è la pericolosità massima.

di Guido Trevisan

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