Il traverso sotto il tetto di 'Edge of Patience' on Kongde Ri Shar, Nepal (Elias Hangweyrer, Max Muck, Jakob Ritzl 12 - 17/05/2026)
archive Elias Hangweyrer

Edge of Patience aperta sul Kongde Ri Shar in Nepal da Elias Hangweyrer, Max Muck e Jakob Ritzl

Dal 12 al 17 maggio 2026 gli alpinisti austriaci Elias Hangweyrer, Maximilian Muck e Jakob Ritzl hanno aperto 'Edge of Patience' sulla parete nord del Kongde Ri Shar (6093m), talvolta chiamato Kwangde Ri Shar, in Nepal. La via, lunga 2500 metri, presenta difficoltà fino a M7+, A2, AI6, R. Il report di Hangweyrer.
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Il traverso sotto il tetto di 'Edge of Patience' on Kongde Ri Shar, Nepal (Elias Hangweyrer, Max Muck, Jakob Ritzl 12 - 17/05/2026)
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Perché non c'è ancora una linea nel bel mezzo della Headwall?

È la linea più centrale di questa parete di 1200 metri, eppure nessuno l'ha mai tentata. Perché? Non mancano i grandi nomi che hanno visitato questa valle, ma ancora oggi nessuna via attraversa il cuore della parete. Persino dal fondovalle la Headwall appare minacciosa: compatta, ripida, e a quasi 6000 metri. Forse semplicemente troppo imponente per lasciarsi salire. Ma quella domanda non ci dava tregua.

In alcune foto ci pareva di scorgere un sistema di rampe e diedri. Niente più di un'ipotesi, ma abbastanza per tentare.

I mitici Jeff Lowe e David Breashears firmarono la prima salita di questa parete. L'ultima salita riuscita di cui avevamo notizia era quella di Ines Papert, che nel 2009 insieme al compagno di cordata Cory Richards aveva aperto una linea impressionante sul lato sinistro. Negli inverni favorevoli lì si formano notevoli colate di ghiaccio. Ines ne seguì una fino a uscire sulla cresta est, poche centinaia di metri sotto la vetta del Kongde Ri Shar (Kwangde Shar), e poi proseguì lungo quella cresta fino in cima. Al telefono ci descrisse la parete come ghiacciata, esposta e con pochissimi punti comodi per bivaccare. Niente di rassicurante.

Dopo due settimane di acclimatatamento a Thame, tutto sembrava pronto. Ma poco prima di partire Jakob si ammalò, così Max e io dovemmo andare da soli.

Le prime lunghezze resero subito chiaro che la parete sarebbe stata dura. Roccia compatta, protezioni scarse e lunghi tratti senza chiodi ci accompagnarono fin dall'inizio. Già sulla prima lunghezza esitai più volte, risalii qualche metro e cercai delle protezioni decenti. La linea, che dal basso era sembrata quasi logica, si rivelò molto più impegnativa del previsto.

Il secondo giorno arrivò un camino pieno di fessure, che si lasciava proteggere sorprendentemente bene. Sopra, un traverso delicato sotto un tetto instabile ci costrinse verso destra. La neve non incollava bene alle placche lisce sottostanti, e ogni appoggio andava messo con cura per non far cadere pietre.

Il terzo giorno raggiungemmo per la prima volta l'area direttamente sotto la Headwall. Una lunghezza particolarmente memorabile seguì una sottile colata di ghiaccio fino a che questa si interruppe bruscamente nella roccia compatta. Con un pendolo su un pecker raggiunsi un'altra colata più a sinistra, che poi si trasformò in un ripido canalone nevoso.

Sopra, la parete era attraversata da cenge nevose e risalti rocciosi prima di lasciare spazio alla ripida Headwall. Due placche orizzontali tagliavano una parete liscia e biancastra, costringendoci a tratti tecnici, ma alla fine ci portarono oltre uno dei risalti più ripidi.

La sera raggiungemmo finalmente l'area sotto la Headwall. Max era esausto, e non sapevamo nemmeno se lassù esistesse un passaggio. La mattina dopo decidemmo di ritirarci. Ci calammo in doppia, ancora senza risposta alla nostra domanda,

Tornati al campo base, cercammo di dedicarci ad altri obiettivi, ma i pensieri tornavano sempre a quella parete. Una conversazione con Funuru Sherpa mise le cose in chiaro: "La parte più difficile è fatta. Dovete andare e finirla."

Aspettammo settimane per condizioni migliori. Poi, l'11 maggio 2026, ripartimmo – questa volta tutti e tre.

Ormai conoscevamo la parte bassa della parete, eppure la via non sembrava più facile. Più neve facilitava alcuni passaggi ma rendeva più difficile proteggersi altrove. La parete restava seria e impegnativa.

Il terzo giorno raggiungemmo di nuovo il nostro bivacco più alto sotto la Headwall – ancora una volta esausti. Invece di continuare a salire, decidemmo di prendere un intero giorno di riposo. Ripensandoci, quella scelta fu probabilmente decisiva.

Il quinto giorno ci trovammo finalmente sopra il nostro precedente punto più alto. Davanti a noi la Headwall. In una foto avevamo individuato un sistema di diedri che poteva offrire un passaggio. Il traverso per arrivarci era delicato. Sopra, una ripida linea mista di ghiaccio portava dritta al diedro. Il ghiaccio era sottilissimo, spesso più neve gelata che vero ghiaccio. Più e più volte dovetti riposizionare gli attrezzi finché tenevano.

Le protezioni non erano migliori. Di tanto in tanto riuscivamo a piazzare piccoli friend e pecker nella roccia, ma gran parte della lunghezza restava esposta. Sotto un ultimo step di ghiaccio strapiombante piazzai l'ultimo friend, feci un respiro profondo e cercai di muovermi più controllato possibile sulle sottili strisce di ghiaccio.

Nell'arrampicata ripida, l'altitudine divenne improvvisamente brutale. Dopo alcuni movimenti duri, ero letteralmente senza fiato. Sopra di me il diedro continuava verso l'alto. Brevi passaggi tecnici si alternavano ad arrampicata libera su roccia asciutta.

Ci separavano ancora una ventina di metri dall'uscita, e proprio quegli ultimi metri sembravano i più duri. Poi, sulla destra, si aprì improvvisamente una possibilità: una stretta cengia nevosa e, sopra, grandi placche.

I primi metri tecnici, poi arrampicata libera sulle placche fino all'uscita. Se da qualche parte poteva funzionare, era lì! Quando conficcai la prima piccozza nel nevaio dell'uscita, tutta la tensione dei giorni precedenti cadde di colpo e mi misi a gridare di gioia. Dal basso risposero subito le urla degli altri. Avevamo davvero trovato un passaggio attraverso la Headwall!

La parete ci aveva tenuti prigionieri per cinque giorni, e fino all'ultimo non era stato chiaro se esistesse una linea nel settore centrale.

La mattina dopo raggiungemmo finalmente anche la vetta del Kongde Ri Shar.

La discesa rimase snervante. La corda si incastrò più volte, e due volte dovemmo tagliarla. Quando finalmente arrivammo al lodge, delle nostre due corde da sessanta metri ne restavano solo trentatré.

Ripensandoci, una cosa spicca su tutte: questa parete è brutale.

Mai prima d'ora avevamo dovuto spingerci al limite in modo così costante per un periodo così lungo. Il pensiero di tornare indietro era sempre lì – basta il freddo, basta la fame, basta la sofferenza. A volte sembrava la scelta di gran lunga più facile.

Ma a un certo punto non si trattava più solo della salita. Alla fine volevamo semplicemente avere la sensazione di aver dato davvero tutto. E così è stato.

– Elias Hangweyrer, Innsbruck, Austria




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