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Tengkangpoche pilastro nord, il tentativo di Juho Knuuttila, Quentin Roberts (11-16/10/2019)
Fotografia di Juho Knuuttila, Quentin Roberts
Tengkangpoche pilastro nord, Quentin Roberts sulla headwall al punto più alto raggiunto da Maddaloni/Furneaux
Fotografia di Juho Knuuttila, Quentin Roberts
Tengkangpoche pilastro nord, Quentin Roberts (sx) e Juho Knuuttila
Fotografia di Juho Knuuttila
Tengkangpoche pilastro nord, il tentativo di Juho Knuuttila, Quentin Roberts (11-16/10/2019)
Fotografia di Juho Knuuttila, Quentin Roberts

Tengkangpoche pilastro nord, tentativo di Juho Knuuttila e Quentin Roberts

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Gli alpinisti Quentin Roberts e Juho Knuuttila hanno effettuato un importante tentativo sul famoso pilastro nord del Tengkangpoche in Nepal. Il racconto di Knuuttila della loro prima esperienza in Himalaya.

Durante la loro prima visita in Himalaya, dall'11 al 16 ottobre 2019, l’alpinista canadese Quentin Roberts ed il finlandese Juho Knuuttila hanno effettuato un impressionante tentativo sull’inviolato pilastro nord di Tengkangpoche (6,487m), anche conosciuto come Teng Kang Poche, nell’Alto Khumbu in Nepal. Mentre la parete nord era stata salita per la prima volta nel 2008 dagli svizzeri Ueli Steck e Simon Anthamatten, lo straordinario pilastro di granito ha visto in passato numerosi tentativi di salita da parte di team fortissimi, il più notevole dei quali venne effettuato da Matt Maddaloni e John Furneaux, con il supporto di Paul Bride, nel 2006. Gli alpinisti in quell’occasione salirono, in nove estenuanti giorni, fino a 5600m prima di ritirarsi.

Quest’autunno team finno-canadese è salito in stile alpino, senza portaledge, senza pianta spit, con viveri per sette giorni, una piccola tenda, chiodi, due set di nuts e friends, una corda singola ed una corda da 6mm. Avevano progettato di tentare la linea "in puro stile o niente".

Knuuttila e Roberts sono riusciti a salire l’inviolata headwall in alto e hanno raggiunto un punto circa 100m sotto la cima del pilastro dove hanno incontrando ripide placche impossibili da proteggere in quanto non più ricoperte di ghiaccio. A questo punto sono tornati indietro, avendo raggiunto quota 5930 metri e avendo superato difficoltà fino all’M7, A3, 5.11.


Tengkangpoche - tentativo sul pilastro nord di Juho Knuuttila

Quentin Roberts, Tim Banfield e io siamo arrivati ​​in Nepal a metà settembre dopo un periodo piuttosto frenetico durante il quale abbiamo cercato di scegliere un nuovo obiettivo, poiché la situazione politica nel Kashmir non sembrava più particolarmente propizia per una spedizione. Tengkangpoche era la nostra seconda scelta, dato che il nostro progetto iniziale era stato quello di tentare la parete nord del Chamlang, ma questa era poi stata salita in primavera da Marek Holeček e Zdeněk Hák.

Abbiamo trascorso le prime settimane ad acclimatarci attorno al Khumbu, ma il lungo monsone e la mia febbre di una settimana non mi hanno permesso di salire prima della fine del mese. Abbiamo tentato di scalare il Cholatse all'inizio di ottobre lungo la via normale sulla Cresta SO, ma la neve alta ha fermato Quentin e Tim a 6100m. Ho dormito soltanto una notte a 5600m prima di scendere perché mi sentivo ancora debole a causa della mia malattia e dell'altitudine.

Dopo Cholatse siamo tornati a Namche Bazar per riprenderci e poi ci siamo trasferiti nel bellissimo villaggio di Thengpo (4350 m), che si trova appena sotto il versante settentrionale di Tengkangpoche.

Abbiamo studiato la parete per due giorni dal villaggio di Thengpo, poi Quentin e io abbiamo preparato cibo per sette giorni, gas per nove, chiodi, un doppio set di nuts e friends, una corda singola corda, una corda da recupero di 6 mm, una tenda leggera e i nostri due zaini da 45 litri. Nessun portaledge, spit o pianta-spit. Avremmo salito questa linea in maniera pulita o non l’avremmo fatto affatto.

La mattina presto dell'11 ci siamo avvicinati alla parete ed alla rampa individuata da Tino Villanueva e Alan Rousseau, i simpatici statunitensi che avevano salito la vicina Tengi Ragi Tau. La rampa ci ha permesso di accedere facilmente alla parete, saltandone la parte inferiore ricoperta di muschio e senza neve. In ogni caso abbiamo superato sezioni di erba ghiacciata e ogni tanto qualche traverso. La rampa obliqua verso sinistra da sotto il pilastro, dove la via salita da Ueli Steck e Simon Anthamatten devia verso destra. Ben presto abbiamo superato il punto dove pensavamo di bivaccare e abbiamo raggiunto un bivacco migliore alle 14:00 a 5400 m. Un ottimo inizio!

Il nostro secondo giorno in parete è stato piuttosto breve per quanto riguarda l'arrampicata: soltanto 150 metri di dislivello fino alla base della ripida headwall (5550 m), le rampe di ghiaccio sottile e le delicate placche di misto sono risultate alquanto ostiche. L'arrampicata era simile a quella sulla parete nord delle Grandes Jorasses. Il secondo seguiva il capocordata con lo zaino pesante ed in libera.

Quentin ha fissato la corda per circa 30m sulla parete sopra di noi la sera, prima di entrare in tenda e cercare di riposarsi con me il più possibile prima dell’incontro con la headwall la mattina seguente. Cosa ci sarebbe aspettato?

Quando il sole del mattino ha colpito la parete abbiamo iniziato a scalare, un ripido tiro dopo l’altro. Era sicuramente il terreno perfetto per Quentin: arrampicata libera, artificiale, su misto e a volte tutte e tre le cose nello stesso tiro. Il sole se n'è andato via rapidamente, ma Quentin ha tenuto le scarpette d’arrampicata ancora a lungo. Abbiamo superato il punto più alto raggiunto da Matt Maddaloni e John Furneaux a quota 5600 m, lì c’era la sosta di calata più alta che abbiamo incontrato. Avevano impiegato 9 giorni per salire fino a quel punto. Noi ci abbiamo messo 2 giorni e mezzo.

Di fronte a noi la parete era ora vergine, anche se c’è da dire che la nostra linea sulla parte inferiore della montagna era sostanzialmente diversa dal loro tentativo. Le fessure erano ora piene di ghiaccio e ci è voluto molto tempo per proteggersi adeguatamente e scalarle. Issavamo in sosta entrambi i sacconi e io seguivo con le jumar. Sulla headwall, al settimo tiro, è diventato buio. Lo spindrift era piuttosto insistente e ha reso tutto molto più difficile. Quando ho raggiunto Quentin sotto un piccolo tetto, ha proposto di bivaccare. Ho accettato. Eravamo ancora nel bel mezzo della headwall e le condizioni erano difficili. Siamo riusciti a costruire un bivacco che ci permetteva solo di stare seduti, le nostre gambe erano sostanzialmente pendenti sull’abisso, la tenda ci copriva e lo spindrift si riversava su di noi.

E’ stata una delle notti più lunghe che io riesca a ricordare. Tuttavia, in qualche modo la mattina successiva ci siamo preparati e, nonostante il forte spindrift, abbiamo iniziato a salire. Ora era il mio turno da capocordata.

La parete diventava meno ripida e finalmente il ghiaccio era scalabile. Davanti a noi a volte c’era soltanto una striscia di ghiaccio larga 15-20 cm, sufficiente per essere salita con attenzione, ma insufficiente per metterci delle protezioni, la fessure inoltre erano ricoperte dal ghiaccio. I due lunghi tiri che ho salito sono probabilmente i migliori di tutta la via.

Abbiamo trovato un punto adatto per bivaccare sulla cresta di neve a 5880 m, ma abbiamo dovuto trascorrere alcune ore a scavare nel ghiaccio con le nostre piccozze per rendere la piazzola più grande per la nostra tenda. Nonostante i nostri sforzi, la tenda si inclinava ancora verso il vuoto.

Il quinto giorno è stato il nostro giorno di riposo. Quella miserabile notte in mezzo alla headwall aveva richiesto molta energia e abbiamo pensato che stare fermi, mangiare e idratarci avrebbe aiutato. È stato così, ma la giornata ferma ha anche portato via un po’ della nostra motivazione dopo così tanti giorni sulla montagna. Nel pomeriggio Quentin ha portato la corda quasi 50 metri più in alto, combattendo contro il tiro più difficile e più bizzarro fin a quel momento. È stato spaventoso osservare la sua salita.

Nella tenda abbiamo parlato del giorno successivo. Sembrava che avessimo ancora molti punti interrogativi, ma che il terreno più difficile fosse sotto di noi. L’indomani avremmo tentato di raggiungere la cresta sommitale. E i 6487 metri della cima il giorno successivo.

La mattina del sesto giorno era fredda, la tenda era ricoperta da un spesso strato di ghiaccio, i nostri sacchi a pelo erano bagnati e avevo problemi di stomaco che, fortunatamente, sembravano andare via con le medicine.

Siamo saliti con i jumar all'ombra. Poi Quentin ha affrontato una rampa di neve nella speranza di trovare ghiaccio o qualcosa dietro l'angolo che ci permettessero di raggiungere la rampa di neve successiva che portava alle placche innevate sotto la cresta sommitale. Ma non c'era niente. Tutto il ghiaccio che avevamo visto dal villaggio era probabilmente soltano neve, spazzata via dal vento. Ora c'era una placca liscia, liscio ovunque. La roccia era così compatta e senza fessure! Questa sezione si è rilevata non superabile con mezzi puri. Forse c'è del ghiaccio ogni tanto, forse no. Forse c'è un altro modo per salire, forse no. La sezione chiave del pilastro si è rivelata essere in cima, proprio lì...

Disarrampicando Quentin è sceso dal suo runout di venti metri e poi abbiamo iniziato a calarci lungo il pilastro. Siamo scesi ripercorrendo tutte le sezioni ed i metri che avevamo guadagnato negli ultimi sei giorni. È stato straziante, eppure una parte naturale di questa arte di tracciare linee sulle montagne del mondo.

La discesa in corda doppia è andata abbastanza bene e siamo riusciti a lasciare soltanto una minima quantità di chiodi, nuts e cordini. Dovrebbe essere abbastanza facile trovarli quando la prossima spedizione verrà a provare questo bellissimo pilastro.

Abbiamo raggiunto il villaggio di Thengpo quando ormai era buio, accolti da Tim e Phurba, che hanno acceso le luci per guidarci verso il mondo dei letti caldi e del delizioso Dhal Bat.

di Juho Knuuttila

Nota: speriamo che i futuri tentativi rispettino la montagna e che anche essi la scalino in stile alpino, senza spit e perforatori. Come dovrebbe essere.

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