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Pandora sul Pordoi, Dolomiti (600m, V, M5, A0, WI6 16-17/12/2019 Simon Gietl, Vittorio Messini),
Fotografia di Simon Gietl, Vittorio Messini
Simon Gietl affronta la parte bassa della via Pandora sul Pordoi, Dolomiti, con Vittorio Messini
Fotografia di Vittorio Messini
Vittorio Messini e Simon Gietl in tenda durante la prima salita di Pandora sul Pordoi, Dolomiti
Fotografia di Simon Gietl
Vittorio Messini sul secondo tiro di ghiaccio durante l'apertura di Pandora sul Pordoi, Dolomiti, con Simon Gietl
Fotografia di Simon Gietl

Pandora sul Pordoi, la grande salita di misto moderno nelle Dolomiti di Simon Gietl e Vittorio Messini

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Dal 16 al 17 dicembre 2019, dopo un giorno di perlustrazione, gli alpinisti Simon Gietl e Vittorio Messini hanno salito Pandora (600m, V, M5, A0, WI6), una grande linea di ghiaccio e misto sulla parete ovest del Pordoi (Dolomiti). La via è un concatenamento della via Abram e la via Niagara e sale l’enorme colata che si era formato nella parte alta della parete.

Basta la foto per capire che si tratta di qualcosa di particolare. Importante. Con un bivacco in parete e dopo un giorno di perlustrazione la settimana precedente, questo lunedì e martedì Simon Gietl e Vittorio Messini hanno colto un "raro gioiello" sulla immensa parete ovest del Sass Pordoi nelle Dolomiti. La salita di ghiaccio e misto si chiama Pandora, corre a sinistra di Ghost Dog di Jeff Mercier e Corrado Pesce del 2013, e dopo un inizio in comune con la Via Abram (Erich Abram, Roberto Osio, E. Pertl 1953) corre lungo la via Niagara di Heinz Mariacher a Luisa Iovane del 1978 per prendere quella enorme colata che in questo tardo, pazzesco autunno si è formata come non mai. Si tratta di 600m di salita, di cui circa 80m nuovi su roccia e 120m nuovi su ghiaccio. È con tutta probabilità la prima volta che questa combinazione è stata salita in piolet traction.


Simon, che dire? Che linea pazzesca. Complimenti!

Grazie, sì, siamo contenti. Non lo nascondo, è sicuramente una delle mie salite migliori in assoluto, non solo qui in Dolomiti.

Com’è nata?
Beh ero in Austria con Vittorio, stavamo pensando di salire un progetto lì quando abbiamo ricevuto un messaggio da un buon amico, Isidor Poppeller. Da quello che ci scriveva, e dalla foto che ci ha mandato, abbiamo subito capito che si trattava di qualcosa di molto particolare.

Spiegati meglio
Isidor ci ha raccontato che quest’anno la colata a sinistra di Ghost Dog era eccezionalmente grande, anzi, enorme! Lui stesso pensava di salirla, poi con Michael Amraser aveva fatto un giro di perlustrazione, raggiungendo la colata dalla cengia in alto e calandosi per vedere se salire il ghiaccio era fattibile. Hanno salito tre tiri e poi mi ha contattato, dicendo che era qualcosa per noi. Devo veramente ringraziarlo, perché da come mi parlava ho capito che era un assoluto gioiello. Abbiamo mollato tutto e ci siamo diretti verso il Sella il più velocemente possibile.

Come volevate affrontare la salita?
Vittorio non aveva mai arrampicato sul Pordoi, io invece conosco la montagna un po’ perché nel 2013 avevo effettuato la prima ripetizione di Ghost Dog, la mega via subito a destra aperta da Jeff Mercier e Corrado Pesce la settimana prima della mia ripetizione. Ghost Dog l’avevo salita con Adam Holzknecht in giornata, ma per salire questa nuova via Vittorio e io eravamo sicuri di dover investire più tempo. Anche perché le giornate in questo periodo dell’anno sono molto corte. Abbiamo quindi programmato almeno un bivacco. Il problema è che entrambi avevamo diversi impegni, trovare un buco di 2 giorni era difficile.

Allora?
Aspettare è diventato troppo difficile, allora abbiamo deciso di fare un giro di perlustrazione. Siamo partiti martedì, due martedì fa, il 10 dicembre, il tempo era orribile, -10°C su al passo Sella, ma volevamo capire se il nostro progetto era realistico oppure un sogno e per questo abbiamo salito i primi tiri. L’idea era di fare lo zoccolo iniziale, lasciare le corde fisse e tornare in un secondo momento. La nostra prima impressione è stata che fosse qualcosa di enorme, che effettivamente però poteva essere salita. Ma lì c’è stata una prima sorpresa.

Ovvero?
Non eravamo da soli! Sopra di noi c’era un’altra cordata! Dopo abbiamo scoperto che erano Santiago Padròs e Francesco Rigon. Avevano la medesima idea nostra, erano partiti forse 3 o 4 ore prima di noi e stavano salendo veloci. Bravi, davvero. Vittorio e io ci siamo guardati e non abbiamo esitato: noi eravamo lì per la via, ci era uguale se eravamo i primi o gli ultimi a salirla, quello che contava era provare a vivere l’avventura. Per questo abbiamo deciso di seguire il nostro progetto iniziale. E dopo circa 140 metri ci siamo calati.

Forse non è stato facile calarsi, sapendo che sopra c’erano gli altri?
No, non è stato difficile. Intanto era una ritirata obbligata, avevamo con noi piccozze e ramponi, ma non avevamo portato viti da ghiaccio proprio perché volevamo solo salire la parte iniziale. Poi iniziava a diventare tardi. E poi come dicevo, per noi davvero era importante il riuscire a salire la via. Non è mica una corsa lassù.

E Santiago e Francesco?
Hanno continuato altri due tiri, sono una cordata fortissima e stavano andando molto bene. Poi anche loro hanno iniziato a scendere. Pensavamo inizialmente per trovare un posto migliore per bivaccare, poi invece abbiamo visto che anche loro sono tornati giù alla base. Forse perché era già tardi, in ogni caso sarebbe stato un bivacco durissimo. Per noi però era chiaro: volevamo continuare con il nostro progetto e siamo ritornati lunedì 16 dicembre.

Detto fatto.
Esatto. Questa volta con tutto il necessario per il tentativo definitivo ed un bivacco in parete. Siamo partiti dalla macchina alle 4 di mattina e ci era chiaro che davanti a noi ci aspettava un’avventura enorme. Ci siamo scaldati per bene risalendo le nostre corde fisse, poi come Santi e Francesco ad un certo punto abbiamo lasciato la Via Abram e ci siamo diretti verso destra, seguendo la logica linea invernale. Abbiamo raggiunto il loro punto più alto e con una calata siamo riusciti a raggiungere la via Niagara. Questa calata ci ha sorpreso devo dire, non era programmata ma era l’unica maniera per raggiungere i diedri. Altrimenti ci sarebbe stata una placca da fare, sembrava difficilissima, non era certo il caso.

Come siete saliti?
Sempre alternando capocordata. Il primo leggero, senza zaino ma con cordino per tirare sù l' haulbag, il secondo invece con uno zaino piccolo. Direi che il 90% delle soste le abbiamo dovuto attrezzare, usando nuts, friends, clessidre, chiodi da ghiaccio. Abbiamo piantato anche 4 chiodi da roccia che abbiamo lasciato in parete.

Diventa buio presto adesso
Sì, alle 4 abbiamo tirato fuori le nostre lampadine frontali. Abbiamo trovato un bel posto per bivaccare ma volevamo ancora capire se era possibile raggiungere il ghiaccio in alto, quindi abbiamo mollato il materiale in cengia e siamo saliti ancora un po’. Poi alle 7 siamo tornati alla cengia e abbiamo aperto la tenda.

La tenda!?!
Sì, avevamo una piccola tenda con noi! Non sapevamo se saremmo riusciti ad usarla, ma osservando le vecchie foto del Pordoi scattate in inverno avevamo notato che sulla cengia c’era sempre un po’ di neve. Speravamo di trovare un buon posto e siamo stati super fortunati. Sotto ci sarebbe stata la possibilità di bivaccare da seduti, uno un po’ sopra l’altro, ma essere insieme in tenda e molto meglio. Più caldo. Più divertente. Giù in valle vedevamo che alcune macchine si fermavano, probabilmente vedevano le nostri luci, così ho chiamato Andrea Oberbacher per avvisarlo che stavamo bene e che se qualcuno avesse chiamato il soccorso alpino, non ci sarebbe stato bisogno di un soccorso. Poi abbiamo dormito. Visto dove ci trovavamo, non ci potevamo lamentare, anzi!

All’alba siete ripartiti?
Alle 6 è suonata la sveglia, era ancora buio fuori. Abbiamo fatto colazione, messo via la tenda, alle 7 circa abbiamo iniziato a scalare.

Adesso sul ghiaccio, il vero motivo della scalata
Finalmente eravamo lì dove volevamo essere! I successivi tiri sarebbero stato quelli chiavi, perché sapevamo già da Isidor che la parte alta era fattibile. E in effetti quei due tiri sono stati quelli più difficili, inizialmente un po’ di roccia e ghiaccio, poi solo ghiaccio, molto ripido, con piccoli bombè.

E la qualità del ghiaccio?
Non sarebbe potuta essere migliore. Davvero. Eravamo nel posto giusto al momento giusto. E poi tutto ad un tratto abbiamo visto segni del passaggio di Isidor, sapevamo a questo punto che ce l’avremmo fatta. Con altri 4 tiri siamo giunti in cengia. I primi due erano ancora molto ripidi, poi la parete è diventata più facile.

L’esposizione lassù è totale…
L’abbiamo sentita, ma a dire il vero non l’abbiamo vista. C’era così tanta nebbia che non abbiamo quasi mai visto la base della parete. Nella notte aveva nevicato leggermente e ha continuato a nevicare durante il giorno. In più il vento ha cominciato a soffiare. C’è da dire che nonostante nevicasse, sugli ultimi tiri colava dell’acqua, pazzesco.

Ma faceva caldo? Non era troppo pericoloso?
Quando siamo tornati alla macchina, alle 7:30 di sera, c’erano +2°C quindi in quel momento era arrivato il Föhn. Mi ritengo una persona molto prudente, e durante la salita non ho mai avuto una brutta sensazione. Neanche Vittorio. La qualità del ghiaccio in quel momento era perfetta.

Quindi eccovi in cengia
Arrivati in cengia abbiamo scattato qualche foto, eravamo contenti con due bambini sotto l’albero di Natale. Sapevamo di essere riusciti, ma sapevamo anche che l’avventura non era ancora finita.

Dovevate ancora scendere
Esatto. Abbiamo iniziato le doppie.

Siete scesi per la via di salita?
Sì. Anche perché avevamo lasciato tutto il materiale sulla cengia. Se la salita si fosse rivelata troppo difficile, avremmo potuto bivaccare una seconda notte, ecco perché avevamo lasciato tutto lì. Raggiunta la cengia ci siamo calati non lungo la via di salita ma giù dritti. Ad un certo punto è arrivata la notte e abbiamo acceso le frontali. Le calate sono filate lisce e alle 7:30 eravamo alla macchina. Finita l’avventura pazzesca.

Cosa ti lascia questa salita?
Diverse cose. Innanzitutto il fatto che uno dei primi a congratularmi è stato Santiago. Mi ha proprio colpito, dal punto di vista umano, l’ho trovato un gesto bellissimo che dimostra la sua grandezza. Poi, se mi chiedi dal punto di vista alpinistico, devo dire la stessa cosa che ho detto all’inizio. È un highlight assoluto. Riuscire a salire quella parete, in quello stile, in quell’atmosfera, con un bivacco in parete… lo considero speciale. Sembra una cosa che si fa in spedizione su qualche cima remota, qui invece siamo riusciti a farlo sulle montagne di casa. È un raro privilegio.

Link: FB Simon GietlFB Vittorio Messiniwww.simongietl.it, Salewa

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