Reinhold Messner, Everest 1978, dopo la rivoluzionaria salita senza ossigeno supplementare del 8 maggio insieme a Peter Habeler
archivio Reinhold Messner

Ossigeno supplementare, 'record' e ipocrisia: il dibattito che non vuole morire sugli 8000

0, 2, 4 litri al minuto... proviamo ad alzare il velo sul flusso di ossigeno supplementare e i pretesi 'record' sull'Everest ed in Himalaya. Di Alessandro Filippini.
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Reinhold Messner, Everest 1978, dopo la rivoluzionaria salita senza ossigeno supplementare del 8 maggio insieme a Peter Habeler
archivio Reinhold Messner

Il post del prolifico alpinista-scrittore Mark Horrell che qui potete leggere è particolarmente interessante perché, accanto ad alcuni fraintendimenti, propone un’esperienza soggettiva, che vale più di tante spiegazioni scientifiche riguardo all’effetto dell’uso di ossigeno supplementare durante la salita degli Ottomila.

Egli lo fa partendo da una domanda che, come vedremo, è errata e che prende spunto dal tempo dal primato fatto registrare dallo statunitense Tyler Andrews con la sua salita veloce dell’Everest dal versante nepalese (9 ore 55’).

È giusto chiedersi quanto ossigeno supplementare sia stato utilizzato durante quel tentativo di primato, ma è sbagliata la domanda su quale sia la "quantità consentita". Tanto più che, al contrario di quanto pensa Horrell, ciò non ha molto a che fare con il dibattito — ormai secolare, se si considera la scelta di usare le bombole da parte di George Mallory — sulla correttezza o meno dell’uso di ossigeno supplementare, soprattutto dopo che Peter Habeler e Reinhold Messner nell’ormai lontano 1978 hanno dimostrato che se ne può fare a meno perfino sul Tetto del Mondo.

Dibattito che va aggirato, come peraltro poi scrive lo stesso Horrell, riconoscendo che ognuno ha il diritto di salire le montagne, anche quelle più alte, nel modo che preferisce. Basta essere onesti nel descrivere il modo. Anche se questo, purtroppo, è un comportamento piuttosto raro. Non soltanto per colpa di chi spudoratamente imbroglia — e abbiamo avuto casi eclatanti —, ma anche per via di tutte le possibili dimenticanze (ad arte?) nelle descrizioni, e anche, semplicemente, per la mancanza di un vocabolario condiviso. Che, a esempio, distingua, chiaramente e per tutti, il significato di "solitaria", che sulla "pista" non può essere tale alla lettera, o di "senza ossigeno", magari con rassicurante "bombola di sicurezza" e ancor più rassicuranti Sherpa "imbombolati" al seguito.

Torniamo però a Horrell e alla sua testimonianza diretta su cosa significa passare dal flusso di ossigeno supplementare di 4 litri al minuto a 2 soli litri al minuto. Egli usa come esempio quanto gli avvenne sul suo primo Ottomila, il Manaslu, per merito-colpa di Chonga, il suo Sherpa. Prima si sentiva congelare le mani e non riusciva a respirare bene, tanto da doversi togliere la maschera. Poi Chonga in una sosta armeggiò con l’apparecchiatura e subito dopo Horrell si sentì un superuomo, in grado di sorpassare tutti coloro che prima gli erano passati davanti e di mettere in difficoltà lo stesso Chonga, che saliva senza bombola. E che gli chiese una nuova sosta, dopo la quale la salita di Horrell divenne durissima. Mistero? Ne ebbe la soluzione mesi dopo, quando in una nuova spedizione fu proprio Chonga a raccontargli quel che aveva fatto: alla prima sosta aveva portato il flusso di ossigeno da 2 a 4 litri al minuto e nella seconda lo aveva riportato a 2.

Horrell racconta poi del suo Everest dal versante tibetano e di come Chonga dopo il Terzo Step, per paura che l’ossigeno si esaurisse, abbia secondo lui commesso un errore, regolando il flusso a un solo litro al minuto: inutile, sostiene, se si deve comunque portare il peso della bombola (4 kg). Magari questo fatto del fardello (qui quasi) inutile da portare in spalla fa venire in mente anche a voi un famosissimo episodio storico di 70 e passa anni fa…

Sulla base di queste esperienze personali Horrell arriva alla conclusione che il tempo di Andrews, che ha usato le bombole già da campo 2 (a soli 6400 metri!) e col flusso tarato a 4 litri al minuto, non sia in alcun modo paragonabile al tempo fatto registrare ben 23 anni prima da Lhakpa Gelu Sherpa, che cominciò a usarle molto più in alto (qui si specifica dopo la metà della parete del Lhotse, probabilmente dal relativo campo 4) e con un flusso di soli 2 litri al minuto. Che secondo Horrell è un valore di riferimento molto più appropriato: aumenta il margine di sicurezza senza alterare eccessivamente le prestazioni.

In ogni caso, egli chiede che, se già non esistono, vengano definite regole precise per questo genere di primati. Magari è una questione che interessa il librone dei (pretesi e spesso fantasiosi) record, ma non ha alcun senso. Tanto meno dal punto di vista alpinistico.

In primo luogo, perché la montagna non è mai uguale, perfino nell’arco di una stessa giornata. E poi le variabili sull’Everest sono numerosissime, anche solo per la presenza o meno di code nei punti critici.

Ma soprattutto: esistessero anche delle pretese regole (definite da quale organismo?), chi e come potrebbe farle rispettare? A 8000 metri e oltre? Sherpa di guardia a ogni passo?

Come avevo scritto in un post precedente proprio riguardo a quanto fatto da Andrews, l’unico tentativo serio e corretto di salita veloce dell’Everest in questa stagione pre monsonica è stato quello dell’ecuadoriano-elvetico Karl Egloff, che non aveva bombole con sé, né assistenza di Sherpa. Ogni altro modo di salire rende non confrontabili, perché non accertabili nei modi, le prestazioni.

Anche quest’anno Karl si è dovuto arrendere a Colle Sud, raggiunto con un ritmo calante e col compagno, Nicolás Miranda, che cominciava ad accusare problemi legati all’altitudine. Ma questo è il prezzo della sfida vera: quella fatta a sé stessi, alla propria resistenza. Senza "truccare" il motore…

Alessandro FilippiniMilano




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