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Forza Gioele, Pointe de l'Androsace, Monte Bianco: vicino alla sommità, sul sesto tiro
Fotografia di Denis Trento, Filip Babicz
Forza Gioele, Pointe de l'Androsace, Monte Bianco: Denis Trento su L8, sullo sfondo les Aiguilles du Diable
Fotografia di Denis Trento, Filip Babicz
Denis Trento e Filip Babicz insieme in cima dopo l'apertura di Forza Gioele, Pointe de l'Androsace, Monte Bianco. Sullo sfondo Monte Maudit
Fotografia di Denis Trento, Filip Babicz
Forza Gioele, Pointe de l'Androsace, Monte Bianco (Filip Babicz, Denis Trento 01/2020)
Fotografia di Denis Trento, Filip Babicz

Monte Bianco: Denis Trento e Filip Babicz aprono Forza Gioele a Pointe de l'Androsace

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Il racconto di Denis Trento che insieme a Filip Babicz ha aperto Forza Gioele (600m, WI3, M7, D7), una nuova via di ghiaccio e misto su Pointe de l'Androsace (4107m) nel massiccio del Monte Bianco

In ogni epoca si è ciclicamente affermato che gli spazi per fare cose nuove sul Monte Bianco sono ormai saturi. Ma a confutare questa tesi è sempre arrivata una evoluzione della tecnica o dello stile, o purtroppo anche climatica, che allargava nuovamente gli orizzonti del terreno di gioco.

Negli ultimi anni questa evoluzione è stata portata da quella che forse è la disciplina più vecchia nell’alpinismo: il misto. Grazie all’avvento del dry tooling, disciplina di stampo ormai molto sportivo, il misto moderno ha ricevuto nuovi impulsi, portando anche in montagna all’estremo delle conseguenze le discipline che lo caratterizzano: arrampicata su roccia e arrampicata su ghiaccio.

Più che da una smodata passione per grattare le picche sulla roccia, questa nuova via nasce però paradossalmente dall’amore per lo scivolare sulla neve in alta quota. Avere infatti la possibilità di frequentare assiduamente la montagna con gli sci dà modo di potersi guardare molto intorno, (per lo meno in salita) di seguire passo passo l’evolversi delle condizioni, ma anche di mettere piede in luoghi dove altrimenti difficilmente si andrebbe per altri fini. È proprio sfruttando le sciate in montagna, per seguire quanto succedeva a livello di condizioni, che mi è venuta voglia di andare a vedere da vicino dove portava veramente quella sottile linea bianca sulla quale mi cadeva l’occhio ogni volta che mi spingevo verso la Combe Maudite.

Il cambio di ruolo all’interno del Centro Sportivo Esercito, da allenatore della squadra di sci alpinismo a coordinatore della Sezione di Alta Montagna, mi ha dato la possibilità di poter andare in montagna con compagni fortissimi, come ad esempio Filip Babicz.

Nonostante fosse in piena preparazione per la spedizione invernale polacca al Batura, Filip ha raccolto con entusiasmo una proposta che poteva avere un esito quantomai incerto. Ma con un socio che scala su misto sportivo ai massimi livelli mondiali, in fin dei conti anche la più ostica delle barre di roccia non avrebbe potuto opporre una grande resistenza.

Dopo i primi metri di arrampicata avevamo già capito che la via sarebbe stata meglio di quanto avevamo immaginato, ma il fatto che tiro dopo tiro non calassero intensità e bellezza dei passaggi ci ha stupito ed entusiasmato allo stesso tempo.

Purtroppo nei primi giorni di gennaio il tramonto non si fa attendere e dopo aver aperto 7 lunghi e bellissimi tiri, abbiamo prudentemente deciso di scendere una volta giunti ad una brèche alla base di una paretina di roccia ad un centinaio di metri dalla cima della Pointe d’Androsace.

Se la via non fosse stata così bella, quel colletto a oltre 4000m di quota poteva anche essere considerato una logica conclusione dell’itinerario. Il fatto che però non avessimo tra le mani una via qualsiasi, ci ha motivato per fare un altro tentativo, con partenza anticipata dal Rifugio Torino, per provare a forzare la parte rocciosa in alto, in modo da raggiungere la cresta e completare l’opera salendo in cima all’Androsace.

Complice il non stare più scalando a vista, il secondo assalto è stato molto rapido: in meno di 4 ore eravamo al punto più alto del tentativo precedente, e in poco meno di due ore abbiamo risolto i difficili tiri che ci separavano dalla cima. La discesa in doppia si è rivelata più faticosa che complicata. Due orette e duemila tiraggi di corde più tardi eravamo di nuovo sul ghiacciaio, a goderci una bella sciata su sastrugi di cemento armato.

E così i primi giorni del 2020 ci hanno regalato la possibilità di assaporare le stesse sensazioni che hanno provato i grandi alpinisti di ogni epoca del passato. Ovviamente questo è possibile solo confrontandosi in modo leale con la montagna. Il nostro approccio in apertura non poteva quindi essere che quello migliore possibile dal punto di vista etico: arrampicata libera su protezioni tradizionali. In definitiva la montagna è da sempre la stessa, ma cambiano gli occhi con i quali la si guarda.

Il nome della via vuole essere un incoraggiamento al figlio di un nostro collega, fortissimo scialpinista, che da quando è nato sta affrontando, in cordata con i suoi genitori, una impegnativa scalata verso una vita normale e che proprio nei giorni di Natale era di nuovo in un ospedale lontano da casa. Ora fortunatamente Gioele sta di nuovo meglio e noi siamo sicuri che quando sarà grande potrà portare suo papà a ripetere questa via. Sempre che suo papà impari a scalare in modo decente…

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