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Simone Monecchi sul muro a gocce di L6 di Lucifero al Costa dell’Anglone in Valle del Sarca
Fotografia di archivio Matteo Rivadossi
Ultimi metri del tirone di L7 di Lucifero al Costa dell’Anglone in Valle del Sarca
Fotografia di archivio Matteo Rivadossi
Alla fine del traverso sospeso di L8 di Lucifero al Costa dell’Anglone in Valle del Sarca
Fotografia di archivio Matteo Rivadossi
Lucifero al Costa dell’Anglone in Valle del Sarca
Fotografia di archivio Matteo Rivadossi

Lucifero, nuova via alla Costa dell’Anglone in Valle del Sarca

di

Il report di Matteo Rivadossi che insieme a Simone Monecchi e Silvio Fieschi ha aperto Lucifero, una nuova via d'arrampicata alla Costa dell’Anglone in Valle del Sarca.

È con la ripetizione della spettacolare Archangelo e della simpatica Essusiai, quasi speculare alla sua destra e sempre del mitico Heinz Grill, che a me e Simone Monecchi si insinua il tarlo di una nuova via proprio nel mezzo, un diretta verso i grandi tetti evitati dai zigzag delle precedenti. Studiamo le foto, scrutiamo con il cannocchiale: sì, qualità della roccia permettendo, potremmo passare. Questo fingendo di non sapere che le velleità esplorative ci avrebbero costretto all’ennesimo fiaccante cantiere.

Ed ecco che, una decina di giorni dopo, la fantasia morbosa prende forma: sabato 16 maggio apriamo i primi due tiri a comando alterno, godendoci una giornata classica da Valle del Sarca. Del tutto inconsapevoli però che sarà anche l’ultima giornata lieta delle 4 spese per l’apertura…

Infatti il sabato successivo, mentre ero impegnato ad uscire dal 4° tiro, becchiamo un nubifragio apocalittico con 4-5 ore di anticipo sulle previsioni: in 15 minuti il cielo si è chiuso in un viola cupo trasformando l’Anglone in un mare in tempesta. Con una decina di cordate appese ad improbabili doppie, come dei naufraghi a cercare la terra.

Dopo un bidone di Simone per influenza intestinale, mercoledì 2 giugno torno agguerrito in compagnia di Silvio Fieschi. Socio storico della premiata ditta e come sempre buongustaio delle aperture sofferte, nonché esperto di giardinaggio verticale. Nonostante il caldo potente, Silvio sale veloce fino all’ombrosa S4, terminus precedente. Ringraziandolo per lo sgravio salvifico, parto io su un bel muro grigio: al suo termine devo traversare a destra, per forza. Mentre perso mi domando dove salire, ha fiutato bene Silvio convinto di traversare ancora: "Vecchio, avevi ragione!"

Fortunatamente anche S5 è sotto una pianta, oggi come un’oasi. Faccio il pieno di materiale ed acqua poi la sorpresa di un muro a gocce. D’accordo, sempre da spazzolare ma gocce meravigliose! Pochi fix e tanti metri, che goduria scalare così in apertura! Sono quasi all’uscita quando vedo il mio compagno piegato a testa in giù in sosta: "Sto vomitando ma vai tranquillo", mi urla! Cosa? Piazzata la sosta, lo raggiungo. La trepidazione sale quando Silvio si accorge di avere la glicemia a 400! Azz, la pompa automatica per l’insulina evidentemente non ha funzionato e a 500 si muore! Ed ora che facciamo? L’unica è bere per diluire il sangue e poi giù, fatalistiche doppie a velocità della luce!

Dopo la seconda sfiga consecutiva comincio a pensare che questa via possa davvero meritarsi un nome infernale… Ma siccome non c’è due senza tre, eccoci sabato 12 giugno, secondo giorno ufficiale di afa africana: io ed un ritrovato Simone partiamo per la nostra personale missione di finire la via, costi quel che costi, prima dell’estate.

Sfidando la calura ci trasciniamo fino alla grande cengia e finalmente attacchiamo gli strapiombi gialli quando il sole gira dietro lo spigolo, esattamente come pianificato. Qui si muove addirittura un po’ d’aria, ottimo! Mentre io pimpante sbandiero staffa e trapano pinzando canne fantastiche, Simone (che si è sorbito la catarsi di tutti i tiri sotto) troppe volte mi ripete che si sente davvero arso. Ma sì, gli passerà, penso io…

Il tirone per arrivare al fico (con un pizzico di superbia tra i più bei tiri dell’Anglone) si rivela lungo e laborioso ma per fortuna siamo all’ombra, addirittura con il venticello. Oltre seguo un bel traverso sul vuoto, con l’incubo che il pinnacolo a destra finisca di sotto: l’ottava lunghezza è breve ma scovare la libera nella seconda parte comporta tempo. "Dai Simone, non manca molto!", urlo nel vuoto.

Ancora una volta le ipnotiche oscillazioni del sacco da recupero regalano quella sottile inquietudine omaggio della forte esposizione. Poi appesi alla scomoda sosta accarezziamo il soffittone finale: dai, ancora un tiro con la paranoia di un masso che incateneremo, un bel diedro e finalmente siamo all’ultimo tirello sotto il bosco sommitale in cui apriremo un varco. E’ finita! Mentre esulto mi raggiunge un Simone davvero cotto. Dopo dieci ore appesi, dopo aver messo una cinquantina di fix, spazzolato, disgaggiato e potato, da abbruttiti ci dividiamo l’ultimo sorso d’acqua. Ed immediatamente lui inizia a vomitare senza più fermarsi. Di certo un colpo di calore, pensiamo senza nulla potere se non caricarci come bestie e raggiungere l’auto, oggi lontanissima, con un calvario di 2 ore. E così al posto dell’agognata birra di fine lavori, solo conati di bile per un rientro infinito a mezzanotte citofonando a tutte le farmacie tra la Val di Ledro ed il Lago d’Idro in cerca di un fantomatico Plasil…

Lucifero
, l’angelo caduto, nome che i meteorologi nel frattempo hanno dato all’anomala calura estiva, per noi è stato tutto questo. Nessun nome più appropriato per una bella via piacevolmente diabolica.

di Matteo Rivadossi

Matteo Rivadossi ringrazia: Camp - Cassin, Montura, Kayland, Elbec

SCHEDA: Lucifero, Costa dell’Anglone, Valle del Sarca

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