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Gabriel Zeni porta una rosa nelle Piccole Dolomiti per sensibilizzare l’ambiente montano verso la Fibrosi Cistica
Fotografia di archivio Gabriel Zeni
Gabriel Zeni in montagna
Fotografia di archivio Gabriel Zeni
Cristiano Gregnanin, Gabriel Zeni e Matteo Gravino
Fotografia di archivio Gabriel Zeni
Gabriel Zeni in cima alla Punta Penia, Marmolada, Dolomiti, giungo 2019
Fotografia di archivio Gabriel Zeni

La Fibrosi Cistica e l'alpinismo di Gabriel Zeni

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Gabriel Zeni e la sua battaglia contro una rara malattia genetica, la Fibrosi Cistica. Per combatterla ed essere sempre in forma va in montagna. Questa è la storia del 25enne di Bolzano.

"Combatto la Fibrosi Cistica da sempre, la combatto con tutte le mie forze per poter vivere al massimo. Per me vivere al massimo significa andare in montagna, dove mi sento libero e dove respiro veramente." Gabriel Zeni è un ragazzo 25enne di Bolzano che nonostante la malattia genetica cerca di vivere la sua passione smisurata per la montagna. In questo racconta traccia il suo percorso e le sue avventure, vissute dopo aver ricevuto il permesso da parte dei medici, per sensibilizzare su questa rara malattia, e per dare speranza a chi sta male come lui.

La montagna: la cura per il mio corpo ma soprattutto per la mia mente di Gabriel Zeni
Quando mi si incontra in montagna sembro un normale ragazzo di 25 anni che cammina, arrampica, brama di andare sempre più in alto e sempre in posti più avventurosi. Quello che nessuno sa è che ogni mia giornata inizia qualche ora prima della giornata di qualsiasi altra persona e finisce qualche ora dopo. Tutto ciò perché ogni giorno io combatto una grande battaglia contro una malattia genetica: la fibrosi cistica. La combatto facendo quello che più mi rende felice e vivo. La combatto andando in montagna e traendo il massimo da ogni singolo momento e da ogni singolo respiro.

In montagna con la fibrosi cistica
La fibrosi cistica è una malattia genetica che causa un accumulo di muco soprattutto nei polmoni. Questo muco causa continue infiammazioni e infezioni dei polmoni, che col procedere della malattia vengono danneggiati. Ogni giorno quindi devo fare dalle 3 alle 4 ore di fisioterapia respiratoria per liberare i miei polmoni dal muco in eccesso. Ecco perché le mie giornate iniziano prima e finiscono dopo. In aggiunta alle fisioterapie viene sempre consigliata un’attività fisica regolare. Personalmente ho provato moltissime attività sportive, ma mai nessuna mi ha conquistato come tutte quelle che possono essere praticate in montagna. Sono stato introdotto alla montagna dai miei genitori e da mio zio Michele, da sempre anche lui grandissimo appassionato. Tutto ciò si limitava a trekking e qualche ferrata, che però col passare del tempo hanno iniziato ad essermi stretti. Ho quindi cominciato ad introdurmi a qualcosa di più avventuroso e selvaggio: l’alpinismo, ma soprattutto i ghiacciai.

Cosa significa per me la montagna
Con il tempo la montagna ha cominciato a darmi una sensazione di libertà, di sfida contro me stesso. Far fatica mi fa sentire vivo, vedere altre persone far più fatica di me mi fa sentire sano, uguale a tutti gli altri. Tutto ciò mi fa capire che questa malattia non dev’essere un freno, bensì una motivazione in più ad andare in alto, a fare fatica per stare meglio. Per questo motivo ho cominciato a voler andare sempre più in alto e sempre in posti più avventurosi. Sono sempre stato ben conscio della pericolosità di alcuni ambienti alpini, soprattutto senza alcuna esperienza alpinistica. Per questo motivo nell’estate 2019 mi sono rivolto alla a. guida alpina Cristiano Gregnanin, che mi ha portato in cima alla Marmolada. Così facendo ha inconsapevolmente alimentato la mia voglia di montagna e il modo in cui i ghiacciai mi affascinano. A fine estate siamo tornati in Marmolada per fare la ferrata Cresta Ovest e a dicembre invece mi ha portato a salire il Vajo dal Cengio, la mia prima esperienza di alpinismo invernale che mi ha fatto sentire incredibilmente vivo e mi ha fatto innamorare della neve e del ghiaccio.

Fino ad oggi la malattia non ha influito marcatamente sulle mie attività montane, anche se i medici del centro mi hanno dato il compito di tenere monitorata la saturazione sanguigna quando vado in quota. Inoltre suggeriscono e raccomandano di avere sempre a portata di mano una piccola bombola di ossigeno quando salgo sopra i 3500 m per ovviare alla rarefazione dell’aria, che combinata alla condizione dei miei polmoni, potrebbe portarmi a desaturare. Nulla di troppo complicato quindi. Soprattutto nulla che mi impedisca di andare in montagna come amo fare.

Nuove sfide
A fine luglio mi sono imbattuto in un post facebook della lega italiana fibrosi cistica che invitava i camminatori a portare una rosa su una cima e farsi una foto, in modo da creare un album di 65 foto. Il numero 65 non è preso a caso, in inglese infatti "65 roses" si pronuncia in maniera molto simile a "cystic fibrosis". L’obiettivo è sensibilizzare l’ambiente montano verso questa malattia, molto diffusa ma poco conosciuta. Subito mi è venuta l’idea: 65 rose su 65 cime, io e chi altro si sarebbe voluto aggregare a me. Così è nato il mio progetto – sfida, che inizia tra le Dolomiti dietro casa mia, ma che probabilmente mi porterà verso nuovi orizzonti in Italia e forse anche oltre al confine.

Il grande sogno infatti sarebbe arrivare a mettere la rosa numero 65 sopra i 4810 m del Monte Bianco, la cima più alta d’Italia. Tutto ciò è possibile, ma devo allenarmi, devo organizzarmi con il centro che mi ha in cura e sottopormi a visite specialistiche. Soprattutto devo tenere a bada la malattia ancora per qualche anno. Intanto i medici mi hanno detto che la cosa non è del tutto impossibile, quindi resto speranzoso e mi curo al massimo delle mie possibilità per tenere questa porta aperta.

Ispirazione
Penso che ognuno abbia una storia da raccontare, penso che tutti abbiamo qualcosa da insegnare ad altre persone. Io stesso ho sicuramente molte cose da imparare da altre persone sul come affrontare il domani. Non faccio mai alcun pensiero al futuro, perché la malattia me lo impedisce. Le statistiche dicono che la vita media è circa 40/45 anni, il che significa che con i miei 25 anni posso quasi ritenermi un ragazzo di mezza età. Mi va bene, l’ho accettato molto tempo fa e mi sono ripromesso di fare tutto il possibile per godermi ogni singolo momento di benessere che mi viene concesso. Voglio vivere il presente al massimo delle mie possibilità, imparando da ogni singolo momento e guardando sempre avanti.

Penso che chiunque debba vivere il presente al 100%, malattia o non malattia, senza negarsi la possibilità di essere felice e di rincorrere i propri sogni e le proprie passioni. Bisogna sempre tenere a mente che il domani non è così scontato come si è soliti pensare. Si vive meglio quando si impara ad apprezzare il momento, le piccole cose, e questo non vale solo per chi è affetto da fibrosi cistica, ma per tutti, qualunque sia il passato di ognuno di noi. Siamo diventati quello che siamo grazie alle grandi e piccole cose che ha vissuto. Nel mio caso la Fibrosi Cistica mi ha formato, mi ha imposto orari e regole rigide e mi ha insegnato ad avere cura della mia salute e del mio corpo, per poter poi realizzare i miei sogni, per potermi sentire felice e vivo facendo quello che amo.



Info
- https://65cime.fibrosicistica.it
- Lega Italiana Fibrosi Cistica

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