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Cima Undici (Val di Fassa - Gruppo Monzoni Vallaccia - Dolomiti)
Fotografia di Manuel Lugli
Sassolungo e Piz Ciavazes (Dolomiti)
Fotografia di Manuel Lugli
Piz Ciavazes (Val di Fassa, Dolomiti)
Fotografia di Manuel Lugli
Piz Ciavazes (Val di Fassa, Dolomiti)
Fotografia di Manuel Lugli

L'innocenza perduta e la montagna dell'età del ferro

di

Manuel Lugli racconta la montagna che non c'è più e quella attuale.

Estate 1968, 1969 o giù di lì. Nel parcheggio sterrato della piccola pensione, lassù, in fondo a Meida, dove il paese finisce, aspetto di veder spuntare il muso della macchina di mio padre, un Maggiolino nero, che viene a trovarci per il weekend. Ho sette, otto anni, e quel ricordo mi rimane stampato nella mente. Si sa, i ricordi più lontani, invecchiando, sono quelli che rimangono più presenti, indelebili. E da allora, in effetti, sono passati cinquant’anni.

Mio padre aveva scoperto da poco un vero paradiso: la Val di Fassa. Una valle di bellezza pura, con i suoi piccoli paesi snocciolati lungo l’Avisio, le rocce più belle del mondo a fare da grandioso scenario e la Marmolada a incoronarla, lassù sul Fedaia, col suo ghiacciaio. Le giornate erano fatte di lunghe passeggiate e giochi di bambini sui prati dietro la piccola pensione di Pozza, di temporali da guardare dalle finestre, ascoltando i proprietari parlare quel brasiliano dolomitico che è il ladino fassano. Eravamo certamente dei privilegiati. A poterci permettere un mese di ferie, a farlo in quei luoghi, a goderne nell’epoca aurea di Kronos, nell’età dell’oro, età che sarebbe lentamente declinata fino ad arrivare a quella odierna: l’età del ferro.

Si camminava a piedi, lasciando l’auto alla fine della strada asfaltata, a quei tempi piuttosto in basso, risalendo le valli più nascoste, i ghiaioni, i sentieri. Fermandosi per un pic-nic con il plaid steso sull’erba, spesso in mezzo a prati di stelle alpine, senza nessuno in vista, o quasi, per ore. L’età dell’oro.

Leggo da qualche parte che quest’estate il numero d’impianti aperti in valle, ma anche in quelle dolomitiche adiacenti, sarà lo stesso della stagione invernale. Un giro su internet mi permette di scoprire il lancio entusiastico della “Dolomiti SuperSummer” e della tessera che consente, dal 25 maggio al 3 novembre, di, testuale, “accedere ad una rete di 100 impianti di risalita in 12 valli del Trentino, Alto Adige e Veneto.” Leggo anche che questa “è la vera novità per gli amanti della montagna”, figurarsi, che rende possibile “scoprire a piedi o in mountain bike le piste e i lunghissimi percorsi del famoso carosello sciistico”.

Subito il pensiero torna a quelle famose estati di fine anni sessanta-inizi settanta e alla loro bellezza semplice: senza impianti aperti, senza “supersummer” meccanizzata ma usando i piedi, senza “astroring” ma ammirando lo stesso stupiti il cielo stellato, senza “skyscraper” ma con normali altalene di corda ad altezza d’uomo, senza “bike galaxy” ma con normali sentieri, senza “apericene” ma con un buon bicchiere di Marzemino.

E le domande, forse da vecchio nostalgico, spingono: ma davvero non era possibile pensare a un modello turistico diverso da questo ? Un modello che non preveda di avere impianti aperti anche d’estate, con l’enorme consumo energetico che ne deriva e tutto il pesante carico inquinante a pesare su un sistema eco-ambientale sempre più alterato ? Un modello che portasse la gente sui sentieri senza “de-faticare” a tutti i costi l’esperienza e facendo camminare le persone lungo quegli orrendi sterrati che sono le piste da sci d’estate ? Un modello a impatto ridotto che non seguisse a tutti i costi l’idea perversa della “crescita”, dello “sviluppo”, della “modernizzazione”?

Certo si può dire che è troppo tardi, che la Val di Fassa (non solo lei, ma questa con particolare pervicacia) ha da anni imboccato la via del luna park, delle settimane bianche per russi ubriachi e delle cene tipiche nei rifugi (ristoranti) con le motoslitte. Ed è certamente vero. Ma è altrettanto vero che questa tanto decantata crescita sta portando con sè un ulteriore carico ormai insostenibile d’inquinamento, dell’aria, acustico, elettromagnetico e umano. L’ecosistema sta cominciando a presentare il conto: la devastante tempesta che ha colpito tante aree del Trentino e del Triveneto, radendo al suolo oltre quarantamila ettari di foresta, spazzando sentieri e manufatti, ferendo e uccidendo persone, è figlia anche di questi modelli di sviluppo che nel tempo hanno alterato il clima. E non si parla di ere geologiche, ma di cinquant’anni.
File ininterrotte di mezzi rombanti lungo i tornanti del Sella o del Pordoi; file ininterrotte a passo d’uomo lungo la strada in valle, file ininterrotte alle partenze d’impianti aperti tutto l’anno. E’ questo il sistema turistico “vincente”: un’orchestra che suona spensierata sul ponte del Titanic.

Ho avuto una casa in valle per quarant’anni. Una casa che ho amato e in cui ho passato alcuni dei momenti più belli della mia esistenza, amplificati in qualche modo dalla mia origine di pianura. Come capita spesso nella vita, col passare degli anni le cose cambiano e quella casa non c’è più. Al dispiacere della perdita, si è lentamente sostituita una sorta di doloroso sollievo. Un po’ da bambini nascosti dietro le tende, se volete, ma pur sempre sollievo. Quello di non essere costretti a vedere l’orchestra suonare sul Titanic. Quello di non dover più affrontare l’innocenza definitivamente perduta delle “mie” montagne.

Manuel Lugli

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