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Everest 2003, Golden jubilee - 6

di

Sesta e ultima "puntata" di Manuel Lugli sul 50° anniversario della salita dell'Everest. I ricordi.

Ecco l'ultimo report di Manuel Lugli sull'Everest Golden Jubilee: dall'addio al Campo base ai pensieri del ritorno, quelli dei ricordi.
Abbiamo voluto far decantare quest'ultimo pezzo. Abbiamo scelto di pubblicarlo ora, che i clamori sull'evento dell'anno si sono un po' sopiti, per continuare a riflettere. Perchè altre ricorrenze si preparano (leggi K2), altre sono state quasi dimenticate (leggi Nanga Parbat), altre se ne inventeranno, ma non per questo, tra sconfitte e vittorie degli uomini, la montagna cambia... Gli unici che possono cambiare siamo noi (alpinisti e non), anche se questa speranza sembra sempre più una pia illusione.


EVEREST GOLDEN JUBILEE - Final report
Italia, 21 maggio 2003
di Manuel Lugli - foto Oscar Piazza


27 maggio. Lasciamo il campo base, in un’atmosfera da dopo-concerto: residui di chorten, le piazzole delle tende deserte e cadenti, cacche di yak ovunque. Solo poche tende ancora in piedi, quelle degli ultimi ostinati che confidano in un ritardo del monsone. Fa un po’ più caldo e l’acqua ha preso a scorrere ovunque lungo il ghiacciaio. Ci allontaniamo girandoci ogni tanto, con quel misto di sollievo-nostalgia che prende alla fine delle spedizioni, quando ti rendi conto che è la fine delle fatiche e dei rischi, ma anche di qualcosa che sai che probabilmente non potrai – o non vorrai - più ripetere. Beh, come direbbe Paperon de’ Paperoni, bando ai sentimentalismi. Ora ci aspetta Kathmandu, una buona birrra ed un filetto come dio comanda all’Everest Steak House.


Una settimana dopo siamo a casa. Caldo. Sole e persino afa: non li abbiamo mai avvertiti con tanto piacere. Due freddi mesi sono passati dall’inizio dell’avventura. Un tempo che si fatica a quantificare realmente, trascorso lentissimo e veloce insieme. Ed ora eccoci qua, a tentare bilanci e ripensamenti, dopo una breve sedimentazione di emozioni e fatti. Tempo anche di togliere qualche sassolino dalle scarpe.





Quest’anno dall’Everest, in questo Golden Jubilee, ci si aspettava davvero di tutto e molti sono rimasti senz’altro delusi. Deluso (per fortuna) è rimasto chi, con la quantità di gente che c’era, si aspettava un altro 1996, un’altra strage. Un po’ con quell’attesa/timore sospesi, non dichiarati, ma spesso presenti, ad esempio, in chi guarda le corse automobilistiche, di assistere all’incidente. No, per fortuna nessuna strage. Tre morti in totale in tutta la stagione, a cui vanno aggiunti però i due morti dell’elicottero precipitato. Per quanto doloroso, una media statisticamente accettabile, su oltre sei-settecento persone impegnate sulla montagna ed oltre duecento in vetta. Deluso è rimasto anche chi si aspettava records strabilianti. Noi per primi, in questo caso. Fabio Meraldi, ha mancato il suo record di velocità, ostacolato da un tempo freddissimo ed inclemente. Gary Scott, in diretta concorrenza con Meraldi, ha fallito anch’egli. Ma, come abbiamo già detto, quest’anno salire senza ossigeno era veramente impresa difficile. Lo sherpa Lakpa Gelu ha fatto sì un suo record, ma usando ossigeno in abbondanza e quindi lasciando aperti tentativi più interessanti by fair means. Qualche salita “speciale” c’è stata, ma alla fine è passata quasi inosservata, nel complesso delle ascensioni. Il primo alpinista di colore della storia dell’Everest, per esempio, un giovane sudafricano giunto in cima al suo terzo tentativo – dopo aver tentato il 12 ed il 20 di maggio - il 26 maggio. Ha dedicato la sua salita ai neri di ogni nazionalità, un bel gesto in questi tempi di generale memoria corta. E’ salito anche l’americano Gary Guller da Austin, Texas, primo uomo privo di un braccio a salire in vetta, in concorrenza diretta con uno sherpa a cui di braccia ne mancavano addirittura due, in un crescendo di invalidità...

Ed è salita, ovviamente, Manuela Di Centa, stabilendo anch’essa un primato, quella di prima donna italiana a giungere in vetta alla montagna più alta della Terra. Aperta parentesi (polemica). Su questa salita tutti hanno detto di tutto, prima durante e dopo. Addetti ai lavori e meno addetti, su siti web e giornali, radio e tivvù. E’ naturale che un personaggio come la Di Centa susciti polemiche e discussioni, viscerali passioni ed altrettanto viscerali antipatie. Ogni personaggio che abbia compiuto grandi imprese – faccio riferimento al suo passato agonistico – ha questo potere, al di là del suo specifico carattere. Ed è naturale e legittimo che si discuta della sua salita: è impresa o no? E’ alpinismo o no? Cosa si può definire alpinismo all’Everest, dove sta il suo confine? Materiale per cinque o sei tavole rotonde, otto libri e ventitre articoli. E’ meno legittimo – e qui parlo anche da capo-spedizione – ed anzi piuttosto irritante leggere, invece, articoli fondati su totali illazioni, non supportate da alcuna prova concreta, scritti da chi è rimasto comodamente seduto nella sua poltrona d’ufficio, dando sfogo a livori da campanile o magari, peggio, a frustrazioni del tutto personali. Questo è un problema cronico dell’informazione alpinistica – ma, ovviamente non solo – quando travalica i confini delle testate specialistiche. Un’informazione fatta per lo più di notizie approssimative, nella migliore delle ipotesi non verificate od errate – in un pezzo sul Corriere di poche righe ho contato almeno cinque o sei errori di quote, campi, orari e nomi - di tragedie (quelle “tirano” sempre), di interviste “esclusive” ai soliti Messner , Maestri o Valeruz – la Trimurti della consulenza sci-alpinistica di quasi tutta la stampa non specialistica italiota. Quando questa approssimazione è scuola di un qualsivoglia maitre a penser dei forum o delle chat di qualche newsgroup passi, ma quando l’illazione, il sospetto o la palese calunnia diventano espliciti e pubblici, nonché pubblicati, questo è francamente eccessivo. Qui non si tratta di ergersi a paladini di Manuela Di Centa – ultima cosa di cui la campionessa ha bisogno - ma solo di stigmatizzare la raffica ad altezza d’uomo sul personaggio solo perché tale, come pratica quantomai meschina e avvilente. Per chi la subisce, ma anche e soprattutto per chi la attua. Chiusa parentesi.





Chi è rimasto senz’altro deluso da questo Golden Jubilee sono gli abitanti della Valle del Khumbu che si aspettavano benefiche orde di trekkers calate a celebrare l’anniversario, mentre guerre inutili (come se esistessero guerre utili...), malattie, crisi economiche e maltempo hanno tenuto il numero delle persone decisamente sotto le medie stagionali. E’ vero che l’autunno è più frequentato come stagione, ma è anche vero che il nostro gruppo, sia in salita verso il campo base, che in discesa, ha incontrato poche decine di persone lungo i sentieri. Innegabile vantaggio – con buona pace dei nepalesi – è stato il riscoprire un’atmosfera “antica” (lodge in costruzione a parte), di quando il Nepal era terra per pochi avventurosi.
Le manifestazioni di Kathmandu avvenute il 29 maggio ce le siamo perse tutte, essendo arrivati in città il giorno dopo. Poco male. La cronaca letta sui giornali riporta fasti regali e scontati interventi degli alpinisti più famosi, da Bonington a Messner, da Habeler a, ovviamente, Hillary. Certo vedere le foto di Sir Edmund uscire dall’aerporto sulla sedia a rotelle fa una certa impressione, ma del resto il tempo è passato inesorabile anche per lui, portandolo alla soglia degli 85 anni. Tenzing Norgay non c’è, morto in pace a Darjeeling, dove viveva, nell’ormai lontano 1986. La fama gli aveva dato un po’ di benessere in più, ma non l’aveva veramente cambiato. Chissà cosa avrebbe pensato di queste celebrazioni dorate.
Ci sarebbe piaciuto, lo abbiamo già detto, immaginare anche Fabio Meraldi tra questi salitori. Per le sue capacità atletiche, per la sua genuinità e serietà, per il suo stile. Che è poi lo stile di chi prima fa e poi parla. E se parla prima è solo per lo stretto indispensabile. Last but not least , senza ipocrisie, ci sarebbe piaciuto anche per noi, per il team, che ha lavorato per due mesi – ma anche per parecchio tempo prima della partenza – per far sì che tutto fosse quanto più possibile preparato e rodato per questo doppio, non facile tentativo – sia di Fabio che di Manuela. Come spesso accade in Himalaya, Laghyelo, hanno vinto gli dei.

A questo punto, prima di chiudere, come fanno gli attori alla fine di ogni commedia che si rispetti, vorrei ringraziare i compagni operai di questa avventura: Oskar Piazza, Guida Alpina, coordinatore del film team, Dave Rasmussen, da Whitefish, Montana, cameraman e regista, Silvano Odasso, Guida Alpina e assistente cameraman, Filippo Sala, “il prof.”, responsabile delle “energie” e Paola Pozzi, responsabile logistica del campo base. E poi gli sherpa: “Big” Dorjee Sherpa, nove volte in cima all’Everest, Nima, l’incrollabile Dawa Temba e Zanghbu. Infine l’insostituibile staff cucina, coordinato da Prem e Bibi. Grazie di cuore per l’ottimo lavoro e l’amicizia anche a Nima Nuru, titolare di Cho Oyu Trekking ed a sua sorella Pemba, vera “didi”, ospitale e protettiva come pochi durante il nostro soggiorno a Namche Bazaar.
Un grazie anche a Planetmountain, per l’ospitalità offerta a queste nostre cronache – per dirla con Ray Bradbury – marziane. Ed agli amici Roberto Giordani di Montura, Consuelo Bonaldi di Outback/Mountain Hardwear ed Eddy Codega di Camp per l’aiuto appassionato ed insostituibile prestato alla spedizione.
Come si dice, senza di loro tutto questo non sarebbe stato possibile. Sipario.


di Manuel Lugli

Foto Oskar Piazza)

Portfolio
1° report dall'Everest 2003
2° report dall'Everest 2003
3° report dall'Everest 2003
4° report dall'Everest 2003
5° report dall'Everest 2003
Manuel Lugli
news Everest
Meraldi e l'Everest
Everest speed expedition
"?QuizEverest" KAYLAND


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