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Drycula alla Corna Piatta: le pance nere del quinto tiro
Fotografia di archivio Marco Serafini
Drycula alla Corna Piatta: la torre del sesto tiro
Fotografia di archivio Marco Serafini
Drycula alla Corna Piatta: l’uscita dal camino
Fotografia di archivio Marco Serafini
Drycula alla Corna Piatta, gruppo del Monte Alben (Alpi Orobie) di Marco Serafini, Emanuele Cavenati, Hamal Cantù
Fotografia di archivio Marco Serafini

Corna Piatta dell’Alben (Alpi Orobie) e la nuova via di misto Drycula

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Il report di Marco Serafini che insieme a Emanuele Cavenati e Hamal Cantù ha aperto Drycula, una via di misto moderno alla Corna Piatta del Monte Alben nelle Alpi Orobie.

La parete nord della Corna Piatta mi ha sempre affascinato. I suoi contrafforti crescono sopra il paese di Oltre il Colle, in Val Brembana, nel gruppo del Monte Alben. Insieme alla vicina Cima Croce, creano un anfiteatro che negli ultimi anni ha visto sempre più cordate nei canali che le dividono e nelle vie di misto che tappezzano la parete Nord-Ovest della Cima Croce. L'ampia scelta di itinerari e la comodità del posto hanno reso questa conca una meta ambita dai bergamaschi e d'inverno non è raro trovare coda agli attacchi delle vie.

Ricordo diverse mattine al parcheggio sotto le pareti, con il naso all'insù a scrutare le due cime, leggendo la relazione di Black Line o Hotel California e bevendo l'ultimo sorso di tè con quel misto di trepidazione e dubbio che solo le battute con i compagni di cordata riescono a tenere a bada.

Salendo verso gli attacchi sulla Cima Croce, con zaini sempre troppo pesanti, volgevo lo sguardo alla Corna Piatta e mi domandavo come potesse essere priva di vie. Dopotutto è la parete più verticale e compatta, non ché più imponente, del gruppo dell'Alben, eppure gli sforzi alpinistici si sono concentrati sulla più piccola parete nord-ovest della Cima Croce. L'unica spiegazione che mi diedi, in quelle mattinate gelide passate a scoprire il bellissimo mondo del misto invernale, era la presenza della via ferrata Maurizio; realizzata negli anni 2000 per l'appunto sulla Corna Piatta e frequentatissima d'estate. Mi immaginavo gli alpinisti duri e puri schifati dalla prospettiva di dividere placche e diedri con una ferrata e che quindi avessero preferito lasciare questa zona ai cugini ferratisti.

Il dubbio mi rimase e così iniziai a ricostruire la storia della parete. Scoprì tra vecchi annuari del CAI quella che con ogni probabilità fu la prima salita; due cordate nel 1943 salirono due linee distinte arrivando in vetta in poco meno di 6 ore. Impossibile ricostruire l'itinerario dalla breve relazione, pensata per dare notizia della conquista, ma non certo per agevolare possibili ripetizioni.

In tempi più moderni trovo qualche accenno ad una via Oprandi di cui scopro il tracciato parlando con l'apritore Omar Oprandi. La via fu aperta nel 1983 da Oprandi e Bonzi e sembra proprio che sia stata "mangiata" dal percorso della ferrata, che nella parte alta si sovrappone perfettamente al tracciato che Omar mi gira. Aprendo la nostra via scopriremo sulla parete dei residui consunti dal tempo. Resti di chiodi che potrebbero benissimo risalire alla via degli anni '43 che zigzagano attorno alla parte bassa della nostra via, scegliendo sempre il percorso più facile che in un paio di punti attraversa la nostra linea.

Passano un paio di anni. Con i compagni di cordata e con mio padre, che risveglio da un letargo alpinistico, apriamo qualche via di roccia e di misto e intanto il tarlo della Corna Piatta continua a scavare. Da lontano si scorge un sistema di diedri stupendi contornati da placche troppo compatte e verticali per una salita invernale. Eppure un'idea inizia a farsi strada: questa particolare ferrata viene chiusa d'inverno in quanto il cavo viene sepolto dalla neve; d'inverno la parete è tutta per noi! E allora, con Emanuele e Hamal, ci facciamo coraggio e decidiamo di aprire la via dal basso su un percorso che evita la ferrata; in dry tooling, chiodando a spit, ma evitando passi in artificiale. Insomma, spittando, ma conservando un po' di stile.

Il progetto risulta subito molto ambizioso. Così a naso contiamo 8 tiri, divisi centralmente da una grossa cengia. I primi tiri fanno bella vista di sé già all'attacco, culminando con un diedro tanto bello quanto minaccioso. La fessura basale sembra troppo grossa per le picche e la placca che ne forma il lato destro è compattissima. Non siamo certi che si possa salire con i ramponi, ma non vediamo l'ora di metterci il naso!

Il primo giorno ci mette subito in riga. Mentre ci prepariamo all'attacco, fissiamo come obiettivo il raggiungere la cengia del quarto tiro, per poi fissare una corda che ci permetta di continuare la via evitando la prima parte. Parto carico, ma ben presto mi rendo conto che è molto più dura di quello che immaginassimo. Dopo due ore di fatica mi trovo appeso a 15 metri da terra, in sosta su due cliff hanger con il trapano, arricciato al rinvio sotto di me, che non vuole saperne di seguirmi. Forse il trapano ci ha visto bene, quella fredda mattina autunnale, perché ci metteremo tre giorni per arrivare finalmente alla base del diedro.

Tre giorni di avvicinamenti con zaini stracarichi; tre giorni passati per lo più in sosta a guardare il compagno strisciare lentamente, uno spit dopo l'altro. Alzati qualche movimento - cerca un appiglio per i cliff hanger - recupera il trapano – fora - metti lo spit - appendi il trapano-togli i cliff hanger - ripeti... Proprio durante una di queste interminabili soste la via prende il suo nome, quando dal taschino della giacca di Hamal una voce rompe il silenzio: "In una di quelle grandi casse, cinquanta in tutto, su un mucchio di terra scavata da poco, giaceva il Conte! Era morto, o addormentato, non lo capivo, perché gli occhi erano aperti e immobili, ma senza l'aspetto vitreo della morte". Fu così che passammo la sosta ad ascoltare l'audiolibro di Dracula, partito fortuitamente dal cellulare di Hamal.

Metro per metro, la dama di pietra cede lentamente al nostro corteggiamento e inizia a svelarci le sue forme. Il diedro del terzo tiro parte con una fessura offwidth che ingoia le piccozze e il braccio fino al gomito, poi si stringe invitandoti ad alzare la picca quanto basta per quell'incastro perfetto, che sei sicuro che se solo riuscissi a raggiungerlo potresti issarti senza altri appigli, con i ramponi che schettinano sul calcare compatto. Così bello che ti spiace abbandonarlo quando al culmine devi buttarti fuori in esposizione per rimontare il pilastrino che ne forma il lato sinistro e da qui, su un terrazzino non più largo di un paio di ramponi, volgere lo sguardo verso il basso ai compagni in sosta, con la felicità di un bambino che è riuscito a scalare le pareti del lettino.
Insomma, il diedro è favoloso e ci ripagherà dei primi tre giorni di fatica lasciandoci entrare sulla grande cengia al centro della parete. Da qui, manca solo metà via...



Per finirla ci vorranno ancora quattro mesi, tra impegni personali e nevicate così copiose che non permettono di accedere in sicurezza alla via. Attrezziamo gli ultimi 4 tiri in modo non meno sofferto dei primi 4, ma sempre con la soddisfazione di veder crescere una via che continua a stupirci. I tiri più alti offrono condizioni più miste, dove la neve si ferma più facilmente sulla parete, ma ogni tiro ha qualcosa di particolare. Battezziamo il quinto tiro le "pance nere" per il colore nerastro delle pance strapiombanti che attaccano sopra la grande cengia. Il sesto tiro "la torre" perché percorre un camino formato da un grosso pilastro. Il settimo "la grotta" poiché sbuca da un piccolo grottino sul nevaio sommitale.

Ad aprile siamo finalmente pronti a tentare la via integralmente. La parete è stata asciugata dal sole primaverile, ma decidiamo di tentare comunque; ci seccherebbe rimandare al prossimo inverno. Eppure l'Alben non è ancora pronto e ci sbatte la porta in faccia. L'uscita è una débâcle totale; siamo tesi, senza ritmo e commettiamo tanti errori. Io perdo il secchiello alla prima sosta, Hamal lancerà nel vuoto un rinvio ed Emanuele testerà i nuovi spit volando sul diedro del terzo tiro. A metà via siamo in ritardo, nervosi e stremati. Decidiamo di calarci e torniamo alla macchina in silenzio, coscienti che probabilmente ci siamo giocati l'ultima occasione per salire la via.

Non potevamo sapere, durante quella triste camminata, che due settimane dopo la parete avrebbe cambiato faccia e indossato un nuovo abito bianco; un ritorno di inverno che riporta indietro le lancette a gennaio! E questa volta cogliamo l'occasione con una salita perfetta su neve incrostata e ghiaccioli. In sintonia non solo tra compagni di cordata, ma forse anche con la montagna che ci regala una giornata indimenticabile, abbracciandoci tra i suoi canali, camini, placche e splendidi diedri.

Sbuchiamo in vetta con una soffice nevicata tra qualche timido raggio di sole e tutto d'un tratto le fatiche, le delusioni e le paure sono cancellate e rimane solo un'immensa soddisfazione.

di Marco Serafini


SCHEDA: Drycula, Corna Piatta dell’Alben, Alpi Orobie

Info: www.nuoveviesulleorobie.it

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