Ruggero Samanden durante l'apertura di 'Vertical Pleasure' alla Cima Tosa nelle Dolomiti di Brenta (Ruggero Samanden, Emanuele Andreozzi 10-11/03/2026)
archivio Emanuele Andreozzi

Alla Cima Tosa (Dolomiti di Brenta) Emanuele Andreozzi e Ruggero Samanden trovano la loro Vertical Pleasure

Il report di Emanuele Andreozzi che dal 10-11 marzo 2026, insieme a Ruggero Samanden, ha aperto 'Vertical Pleasure' alla parete nord-nord-est della Cima Tosa nelle Dolomiti di Brenta.
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Ruggero Samanden durante l'apertura di 'Vertical Pleasure' alla Cima Tosa nelle Dolomiti di Brenta (Ruggero Samanden, Emanuele Andreozzi 10-11/03/2026)
archivio Emanuele Andreozzi

Sognavo questo lunghissimo camino che solca da cima a fondo la parete nord-nord-est della Cima Tosa da tanti anni. Principalmente erano stati i funghi di neve a farmi desistere. Durante l’apertura di Pazzione Primavernale, avvenuta nel 2021 con Santi Padros e Matteo Faletti, avevamo incrociato il camino sulla cengia a circa un terzo della parete; tutti e tre non potemmo fare a meno di notare come un fungo nevoso di proporzioni colossali ne ostruiva completamente il passaggio. Quella però era stata una stagione particolarmente abbondante dal punto di vista delle precipitazioni nevose, dunque in questo inverno così tristemente avaro di neve, speravo che quel fungo potesse avere delle dimensioni più contenute. Nonostante l’evidente problematica causata dai funghi, ero consapevole di come l’unica possibilità per salire la linea era data dalla morsa del gelo invernale, d’estate non sarebbe fattibile, in quanto grondante d’acqua e soggetto a scariche. Con questi buoni propositi, condivisi il progetto a Ruggero Samanden, custode del Rifugio del Sette Selle in Lagorai, che accettò di buon gusto l’invito.

All’alba del 25 febbraio giungemmo all’attacco. Guardando in su, il grande camino roccioso incuteva timore, mille metri di parete sono tanti e dopo l’incidente di 4 anni fa, non avevo più tentato di aprire una nuova via su una parete così alta. I tiri iniziarono a susseguirsi, la scalata si stava rivelando relativamente piacevole e le lunghezze si somigliavano tra loro: camini con sassi incastrati grandi e piccoli da agganciare con le picche e le difficoltà che si mantenevano regolarmente tra l’M5 e l’M6.

Anche la proteggibilità risultava sempre ottimale, eppure il ritmo della nostra progressione fu piuttosto macchinoso fin dall’inizio. Non tanto a causa dell’assenza del ghiaccio, ma principalmente per via della presenza massiccia di funghi nevosi, onnipresenti su tutti i tiri. Quelli più piccoli si riuscivano a buttare giù interamente e non rappresentavano un grande problema, per quelli più grandi invece bisognava armarsi di pazienza e farsi strada con le picche, pulendo il possibile sopra la testa fin quando non si riusciva ad avere abbastanza spazio per fare un passo verso l’alto. Ne conseguiva un’inevitabile doccia, la neve si infilava nel collo e nelle maniche, per poi sciogliersi a contatto col calore corporeo e così ben presto ci ritrovammo bagnati fino alla mutande. Anche l’ingombrante e pesante zaino, carico di materiale da bivacco, non agevolava.

Camino dopo camino, in tarda mattinata arrivammo a quello che avevo individuato come primo grande rebus della via, ovvero una muro di roccia dall’aspetto spiccatamente verticale. Invece l’arrampicata si rivelò addirittura più facile che nei tiri precedenti, inizialmente solo IV grado su roccia, scalabile agevolmente con i guanti e senza usare le picche. Dopo una trentina di metri il terreno si fece più verticale e invece di proseguire dritto e affrontare direttamente lo strapiombo, traversai a destra di qualche metro, fino ad intercettare una fessura gialla un po’ marciotta che arrampicai torcendoci dentro le lame delle picche. Quando essa terminò in uno strapiombo, piantai un chiodo e traversai nuovamente a destra senza particolari difficoltà, fin dietro una grande scaglia di roccia. Bingo! Lì vi era un canale nevoso nascosto, che mi condusse facilmente fuori da quella sezione. Primo rebus superato agevolmente!

Il morale era alto, ma Ruggero, appena passato avanti, ci mise pochi minuti a smorzarlo. Mi recuperò appena 15 metri dopo, in cima al pulpito nevoso dove si era fermato preoccupato perché gli si era palesato di fronte il camino col grande fungo. Il pulpito era il punto d’incrocio con Pazzione Primavernale, dunque eravamo a circa un terzo di parete. Rispetto al 2021 il fungo era forse dieci volte più piccolo ma ancora spaventosamente grande. "No Ruggero, niente da fare, scendiamo", dissi sconsolato. Non arrivò alcuna obiezione. Non tentammo neanche, le probabilità di fallire erano altissime e sopratutto, anche nel caso fossimo riusciti, ci saremmo ritrovati a bivaccare e i nostri indumenti erano già troppo bagnati per poterlo fare. Per esperienza so come un tiro del genere può richiedere facilmente tre ore di lavoro al primo di cordata. Tre ore in cui lo scalatore si bagnerà completamente, e a quel punto chi bivaccherebbe mai in quelle condizioni? "Fagli una foto" mi esortò Ruggero mentre iniziavo a calarmi dopo aver attrezzato il primo ancoraggio. "No no, non voglio mai più vedere nella mia vita questo camino infernale".

Invece due settimane dopo, il persistere dell’alta pressione e il fatto che al calduccio sul divano il cervello tende a dimenticare in fretta quanto tribolato, si riaccese in Ruggero e me un’irrazionale voglia di riprovarci. Inoltre venimmo a sapere che circa una settimana dopo il nostro tentativo, ci aveva provato anche la fortissima cordata composta da Francesco Leonardi e Nicola Castagna. Anche loro si erano fermati sotto il camino col fungo enorme. Provammo ad unire le forze organizzando un nuovo tentativo insieme, ma purtroppo fu impossibile trovare un periodo in cui gli impegni lavorativi combaciassero.

Per il nostro secondo tentativo, cambiammo strategia. Era chiaro come bivaccare bagnati fradici dopo aver ravanato tra i funghi era un’idea insensata, dunque alleggerimmo lo zaino, tentando una scalata non-stop giorno e notte.

Attaccammo la parete a notte fonda. All’alba giungemmo nel punto esatto in cui ci eravamo ritirati. Il camino col fungo gigante si palesò davanti a noi in tutta la sua maestosità. Costituiva l’unico naturale punto debole di una porzione strapiombante e repulsiva della parete, non a caso non vi era alcuna via estiva nei pressi. Quell’enorme e profonda fenditura costellata da strapiombi emanava un fascino irresistibile, passare da lì avrebbe voluto dire salire veramente una linea ideale.

Il primo tiro fu una piacevole sorpresa, visto che trovammo dei tratti di ottimo Alpin Ice dalla consistenza del polistirolo. Basta trovare del ghiaccio al posto della neve inconsistente anche solo nei ribaltamenti dai sassi incastrati per fare tutta la differenza del mondo e agevolare parecchio la progressione. In due lunghezze giungemmo sotto l’enorme fungo, che toccò a me affrontare. Dalla sosta iniziai a salire in artificiale, pulendo un muro articolato dal margine sinistro del fungo. Presto però fu inevitabile entrare in pieno camino ed affrontare direttamente il mostro. Dopo due ore di tribolazioni, tra artificiale, scavi e un passaggio in libera su neve a 95°, riuscii ad infilarmi in un angusto spazio tra il fungo nevoso e la roccia, sparendo nelle viscere della montagna. Alleluia! Dietro il fungo c’era una grotta, che una volta raggiunta forniva un ampia stanza pianeggiante, dove poter tirare il fiato e difatti non esitai a fare sosta.

Per uscire dalla grotta al tiro successivo, bastò camminare sopra il fungo per poi intercettare un canale nevoso oltre lo strapiombo. Era ancora presto per cantare vittoria, ma obbiettivamente ci eravamo messi alle spalle un problema enorme. In quel momento venimmo avvolti dalla nebbia, la visibilità si ridusse e presto iniziò a scendere un leggero nevischio, del tutto imprevisto dai modelli meteorologici.

Proseguimmo a scalare su impegnativo terreno in total dry per alcuni tiri, poi una volta fuori dal grande camino strapiombante, incontrammo un tratto più facile lungo un canale nevoso. Eravamo entrambi provati e bagnati, Ruggero sembrava patire più di me, avendo perso anche sensibilità ai piedi. Giunti all’interno dell’enorme e largo camino che segnava la parte finale della parete, avevamo la netta sensazione di essere alle battute finali, invece davanti si palesò un nuovo preoccupante ostacolo.

Era appena calata la notte quando la luce della mia frontale illuminò un nuovo enorme fungo pensile che ostruiva completamente il passaggio. Sconsolato mi avviai lungo una bella cascata di ghiaccio, poi giunto sotto il fungo, questa volta realmente insormontabile, mi spostai qualche metro più esterno su un masso incastrato, da dove cercai una via scalabile sulla faccia destra del camino. La roccia era marmorea e a scaglie, marcia e priva di fessure, non riuscivo a proteggermi. Alla fine, dopo un lungo tergiversare, mi rassegnai ad accontentarmi di due protezioni schifose e misi via le picche per scalare con le mani.

La pietra era già di per se levigata, ma l’essere immersi nella nebbia e nel nevischio aveva anche causato una patina ghiacciata che rendeva le prese ancora più sfuggenti. Fu un inferno scalare quella sezione, di sesto grado e praticamente non protetto. Solo molti metri in alto, quando le difficoltà calarono, il terreno si fece più generoso, offrendo migliore proteggibilità. Superato in altezza il fungo, traversai nuovamente sul fondo del camino, raggiunsi l’uscita e mi ribaltai in un canale di neve che conduceva dentro un enorme grotta, dove recuperai Ruggero.

Ci fermammo a bere e mangiare, sciogliendo alcuni litri d’acqua col fornelletto. La grotta entrava in profondità dentro la montagna, l’insormontabile tetto che la chiudeva sarà stato lungo una ventina di metri almeno. A metà stanza una spettacolare candela di ghiaccio colava dal soffitto fino al pavimento, mentre in fondo vi era un’incredibile colata di ghiaccio strapiombante, spessa oltre un metro, ma perfettamente trasparente. Guardandoci attraverso, si vedeva nitidamente la parete rocciosa dietro il ghiaccio. Era un posto incredibilmente affascinante, ma in quel momento per noi significava solo essere in guai seri, non sembravano esserci possibilità di andare avanti. L’odore del fallimento aleggiava nell’aria. Tutta quella fatica per tornare indietro a pochi passi dalla vetta? Era terribilmente frustrante.

Scartata per ovvie ragioni una diretta sulla grotta, dopo aver mangiato e bevuto, Ruggero cercò una via d’uscita fuori, sulla parete di destra del camino, ma la nebbia, riflettendo la luce della frontale, impediva qualunque visuale. Il pulpito che aveva raggiunto si rivelò un vicolo cieco, allora ridiscese dal lato opposto per un paio di metri e iniziò a traversare lungamente a destra fino a raggiungere un piccolo camino laterale dall’aspetto potabile. Lo seguimmo per due tiri, sperando fosse la chiave d’uscita, invece andò a morire in aperta parete.

Eravamo alla frutta, Ruggero era completamente incapace di generare calore, ormai tremava anche mentre scalava da primo. Dal punto di vista della termicità ero messo meglio, scalando riuscivo a generare calore a sufficienza per scaldarmi, pur avendo gli indumenti completamente bagnati. Il materiale forse era ancora più alla frutta di noi, le corde gelate erano dure come se avessero l’anima in fil di ferro e le protezioni, inglobate dal ghiaccio, funzionavano male. Poi prese anche a nevischiare con maggiore intensità, solo il fatto che non scendeva spindrift ci confortava, facendoci sperare di essere ormai prossimi alla vetta. Il grosso problema era che a quel punto eravamo troppo in alto per poterci ritirare, non avevamo con noi materiale sufficiente per farlo, quindi l’unica nostra salvezza era arrivare in cima. Con quella nebbia, neanche il soccorso sarebbe mai venuto a prenderci.

Traversammo a sinistra, poi tiro dopo tiro proseguimmo a zig-zag cercando la via più agevole possibile verso l’alto, sembrava funzionare, ma la cima non arrivava. Tutte le volte ci illudevamo di essere all’ultimo tiro, invece non lo era mai. Non ne potevamo più. Dopo un tempo che non saprei quantificare, mentre recuperavo Ruggero appeso ad una sosta, durante una fugace diradazione della nebbia pareva che un tiro sopra di me la parete finisse per davvero. Mi avviai e invece trovai solo una piccola spianata, oltre la quale il terreno tornava ancora una volta ripido. Però a quel punto si trattava di neve e facili rocce, dunque proseguimmo scalando in simultanea, ma furono necessari ben 200 metri prima di uscire davvero dalla parete.

Guardai l’orologio, erano le 4 di notte. Quando anche Ruggero mi raggiunse, non manifestammo alcuna gioia, ma solo un grande sollievo, eravamo troppo provati per percepire alcuna emozione. Il nostro unico pensiero era scappare via da quell’inferno. Sul filo di cresta il nevischio imperversava più forte che in parete, schiaffeggiandoci la faccia, così filammo le corde indurite dal gelo e ci affrettammo in direzione del pianoro sommitale.

Ad un tratto le nuvole si abbassarono appena sotto di noi e la tenue luce della luna rivelò l’ambiente spettrale nel quale eravamo immersi. Poco dopo raggiungemmo l’imbocco del Canalone Neri e finalmente iniziammo la discesa. Quando arrivammo alla base del canalone, era ormai un nuovo giorno, Ruggero si avvicinò a me e mi chiese "Li vedi anche tu, vero?" Risposi di sì, sapevo esattamente di cosa stesse parlando. Era ovvio, avevamo le allucinazioni, entrambi vedevamo nitidamente sbucare dalla nebbia un gran numero di scialpinisti intenti a risalire verso di noi. "Tranquillo, è normale, non farci caso". Provai a tranquillizzarlo, per lui era la prima volta con le visioni, a me invece era già capitato in situazioni simili. Le sue però dovevano essere più forti delle mie, in quanto scambiava dei grossi massi alla base del canalone con delle accoglienti case e inoltre vedeva un lago. "Ma Ema, le vedo nitidamente, sono lì per davvero." Continuava ad insistere. "Lo so, sembrano reali, ma credimi, non lo sono, cerca di non farci caso".

Il nome della via è innanzitutto un omaggio a Mick Fowler, quando tredici anni fa iniziai a scalare, avevo tratto grande ispirazione dai suoi meravigliosi racconti, che ebbero molta influenza sul mio modo di andare in montagna. Vertical Pleasure è il suo primo libro, che trasuda di avventura, ma con leggerezza e humour. Penso che questa sia proprio una via perfetta da dedicargli, rispecchiando a pieno il suo stile di scalata. Inoltre Vertical Pleasure è anche un modo per ironizzare sulla via che abbiamo aperto, dal momento in cui una tribolata del genere dentro un tetro camino, non rispecchia di certo i moderni canoni di “scalata piacevole”.

Vertical Pleasure si sviluppa in modo quasi del tutto indipendente anche dagli itinerari estivi. Su 1.200 metri, solo i primi due tiri ricalcano la via aperta da Tita Piaz nel 1911, per poi tornare a sovrapporsi nuovamente ad essa per un breve tratto all’ingresso del caminone enorme che segna l’ultima porzione di parete, dove poi la via estiva si sposterà sullo spigolo, mentre la nostra proseguirà sul fondo, entrando nelle viscere della montagna. Da segnalare anche come nella prima parte Vertical Pleasure corre per alcuni tiri parallela alla Via del Cinquantenario, ma mentre la via aperta dalla cordata Stenghel-Cabas corre sulle placche e sullo spigolo sinistro del grande camino, la nostra si sviluppa direttamente fondo di esso, dunque pur apparendo vicine, seguono due linee ben distinte.

Emanuele AndreozziTrento

Info: emanuele-andreozzi-alpinista.com

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