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Cerro Torre Patagonia: verso il fungo sommitale
Fotografia di archivio Tommaso Lamantia
Cerro Torre Patagonia.
Fotografia di archivio Tommaso Lamantia
La magica cima del Cerro Torre in Patagonia
Fotografia di archivio Tommaso Lamantia
Cerro Torre Patagonia: cumbre! Da sx a dx: Tommaso Sebastiano Lamantia, Manuele Panzeri, Giovanni Giarletta, 25 gennaio 2018
Fotografia di archivio Tommaso Lamantia

Cerro Torre e resilienza. Di Tommaso Sebastiano Lamantia

Tommaso Sebastiano Lamantia racconta la salita del Cerro Torre in Patagonia attraverso la celebre Via dei Ragni, effettuata lo scorso gennaio insieme a Manuele Panzeri e Giovanni Giarletta, e ricorda l'amico Giovanni che a metà febbraio ha perso la vita in una valanga  in Grignetta insieme a Ezio Artusi.

A lavorare nemmeno troppo di fantasia, tra le innumerevoli guglie della Grignetta se ne possono trovare parecchie che, da certi punti di osservazioni ovvero con condizioni di luci e ombre particolari, ricordano la celeberrima sagoma del Cerro Torre – in scala ridotta, ovviamente. O, forse, c’è più da lavorare di ricordi ed emozioni, perché tra il Torre e Lecco esiste un legame speciale, intessutosi nel 1958 quando su quelle rocce ancora inviolate dall’altra parte del mondo il lecchese Carlo Mauri, insieme a Walter Bonatti, ci mise le mani per un epico primo tentativo di salita, quindi consolidatosi nel 1974 con la spedizione dei Ragni capeggiata da Casimiro Ferrari e con una via ormai divenuta leggendaria. Un legame solido come il ferro che Lecco ha prodotto per secoli nelle ferriere mosse dalle acque discendenti dai monti che cingono la città. E, in metallurgia, è in uso un termine tecnico oggi impiegato (e forse abusato) in mille altri contesti: resilienza, la capacità dei metalli di adattarsi alle forze che vi vengono applicate. Per un metallo la resilienza rappresenta l’esatto contrario della fragilità, e in fondo così è anche in campo psicologico, ove la persona resiliente è l’opposto di una facilmente vulnerabile. Ecco, questa che state per leggere si può definire una storia di "resilienza umana" dipanatasi tra i graniti patagonici del Cerro Torre e le rocce calcaree delle Grigne, narrata da un non lecchese come me che da Varese le Grigne le scorge lontane a oriente ma le sente vicine nell’animo.

Prologo: 2016, Prealpi Lombarde, durante un’esercitazione del Soccorso Alpino. Siamo lì io, Giovanni "Charlie" Giarletta ed Manuele "Panza" Panzeri, che fantastichiamo intorno a un’idea che a tutti frulla in testa da un po’, una spedizione alpinistica in Patagonia. E siccome la matematica nemmeno in alpinismo è un’opinione, la somma di "Patagonia" più "Lecco" più "Ragni" più "1974", addizionati pure i nostri sogni, non può che dare un solo risultato: Cerro Torre. Peraltro, della storica spedizione del ’74 faceva parte pure Ernesto Panzeri, padre di Manuele: già, la matematica non è un’opinione, è una spedizione! Certo, non abbiamo mai scalato in Patagonia, l’obiettivo può sembrare fin troppo ambizioso, ma siamo consci delle nostre capacità: è soprattutto una questione di preparazione e convinzione, e io sostengo da subito che se troviamo la via in condizioni ottimali ce la facciamo sicuramente, in caso contrario sarà comunque una bella avventura e un’occasione perfetta per conoscere da vicino le straordinarie montagne patagoniche.

La storia: arrivo a El Chalten a fine dicembre 2017 da solo, qualche giorno dopo mi raggiungono anche Charlie e Panza. Ho meno giorni a disposizione per la salita, a fine gennaio devo volare a Dubai per lavoro mentre loro hanno in programma di restare quaggiù fino al 12 febbraio. Per di più il saccone di Panza col materiale d’arrampicata arriva con una settimana di ritardo: cominciamo bene! Meno male che in Patagonia è semplice trovare dei soci per scalare ed allenarsi, così tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio inganno l’attesa (e lotto col celeberrimo maltempo patagonico d’una stagione che, poi si dirà, è una delle peggiori degli ultimi anni) insieme ad un ragazzo americano: saliamo l’Aguja Guillaumet e l’El Mocho, dove però siamo costretti a calarci prima della fine della via per l’assenza di ghiaccio. Mi basta però per capire cosa significa scalare in Patagonia con il brutto tempo: un esercizio che richiede grandissima forza di volontà, ferrea convinzione sull’obiettivo mirato e anche un po’ di sana fissazione – o follia, forse.

L’8 gennaio, arrivati anche i miei due compagni d’avventura, partiamo carichi come muli in direzione del Passo Marconi - pare che verso il 12 vi sarà una finestra di bel tempo d’un paio di giorni – ma le difficoltà cominciano ben presto: il Rio Elettrico è molto più gonfio del previsto, attraversarlo è un’impresa. Ci riusciamo, ma pure il successivo Rio Pollone è carico d’acqua da far paura. Via i vestiti, finiamo nei flutti fin quasi al torace ma è troppo pericoloso, non siamo venuti qui per affogare in un fiume! Per giunta piove e tira vento: si torna a El Chalten, ci riproviamo l’indomani all’alba, con meno acqua. Passiamo, dormiamo a La Playita, attraversiamo l’ennesimo fiume in piena con una tirolese, affrontiamo coi nostri sacconi da 35 Kg in spalla i mille metri di dislivello che portano al Passo Marconi, trascorriamo lassù una notte che definire "ventosa" è eufemistico, il giorno dopo attraversiamo la monotonia glaciale dello Hielo Continental e, finalmente, eccoci nel Circo de los Altares, la piana alla base del Cerro Torre. Bene: ci sarà pur un luogo riparato, qui, dove piazzare le tende, o no? No, non c’è, non esiste affatto – ci tocca constatarlo rapidamente e con desolazione.

La sera il tempo peggiora e ci costringe a rimanere attendati per due giorni interi. Abbiamo una tenda da due e siamo dentro in tre, facciamo i turni per far che non venga strappata via dalle folate di vento: a rotazione due dormono, uno resta sveglio a tenere il cordino che tiene tutto quanto a terra... se non è "resilienza" questa! Il terzo giorno il tempo dovrebbe migliorare e invece no, tutto come prima, le montagne restano invariabilmente nascoste tra le nubi e il Cerro Torre non si fa neanche vedere. Si perde solo tempo, inutile restare qui: via, si torna a El Chalten – e meno male che ho registrato la traccia dell’andata sul mio GPS, perché il ritorno lungo lo Hielo Continental è un altro patema d’animo, tra raffiche di vento a oltre 100 km/h, neve inconsistente e condizioni di white out totale. Un’esperienza unica! – ma lo diciamo dopo che siamo riapprodati a El Chalten, distrutti dalla fatica.

Ripartiamo il 20 gennaio, giorno del mio compleanno che festeggiamo poco sopra il Passo Marconi, con la Patagonia che per l’occasione mi regala un tramonto indimenticabile. Pare che verso la fine del mese ci sarà una finestra di bel tempo un po’ più duratura, non possiamo permetterci di mancarla – il 27 ho il volo di ritorno in Italia! Le condizioni del ghiacciaio sono migliorate, arriviamo veloci al Circo de los Altares e, sulla nostra rotta, ci sono anche i ragazzi americani che ho conosciuto a fine dicembre: pure loro vogliono salire il Torre. Il tempo però vira ancora al brutto e la mattina del 22, tutti quanti accucciati nella truna che ci protegge dalle intemperie, devo mettere i miei compagni con le spalle al muro: domani dobbiamo cominciare a salire, con qualsiasi condizione meteo, altrimenti dovrò rinunciare alla scalata. La montagna non è affatto messa bene, così carica di neve com’è, ma l’indomani a mezzogiorno partiamo in direzione Colle della Speranza con il morale inopinatamente alto: finalmente si scala!

Davanti a noi vediamo due puntini in movimento: pensiamo siano gli americani, ma questi li troviamo alla base dell’ultimo pendio prima dei tiri di misto, partenza effettiva della via dei Ragni. Sono invece due ragazzi rumeni, quelli lassù – un’altra cordata con cui condividere gioie e dolori della salita. Meglio così! Mi sento così carico che nemmeno mi accorgo d’aver letteralmente saltato la crepaccia terminale: traccio il pendio, affronto le lunghezze di misto soprastanti e solo ora cedo il passo a Charlie, per non affaticarmi troppo. Un’ora ancora e siamo sotto il Colle della Speranza, insieme agli americani e ai rumeni – loro in tenda, noi in un’ennesima truna.

Il mattino successivo il tempo sembra migliore: alle 5 partiamo, il pendio è ghiacciato e dunque Charlie comincia a salire tiri continui da 60 m. In base alle nostre capacità abbiamo deciso di dividere la salita in tre parti: Charlie scalerà da primo la sezione di ghiaccio, io lavorerò dall’Elmo fino alla Headwall nei tiri di misto e Panza (anche in ossequio all’eredità paterna), ci guiderà dalla Headwall fino in vetta. Da questo momento, saranno 33 ore filate di emozioni uniche, tra verticalità incredibili, neve inconsistente, fittoni per sicurezze aleatorie e lunghe sezioni improteggibili, innumerevoli bizzarre conformazioni di ghiaccio aggettanti nel vuoto e sospese sopra le nostre teste che sembrano dover staccarsi ad ogni minimo colpo di vento, un "bivacco creativo" senza materiale da bivacco sotto i funghi sommitali a 40 m dalla cima, un altro tramonto da brividi, un inglese che nell’oscurità mi piomba addosso urlandomi «Stavo morendo!» (recupereremo anche il suo compagno, entrambi sani e salvi), una notte insonne e altre 8 ore di lotta condivisa col ghiaccio (con una sola pala a disposizione), finché alle 14 del 25 gennaio siamo in vetta al Cerro Torre! L’emozione è indescrivibile, ci sentiamo i più forti del mondo, i più "resilienti" e sicuramente anche i più fortunati, per essere in quel magnifico posto e per averlo salito in un solo giorno e mezzo con condizioni tanto estreme. Tutto sotto di noi è piccolo e l’orizzonte sembra ovunque infinito, almeno fino a dove le nubi del prossimo peggioramento già non ingombrano la vista... meglio affrettarsi: ci abbracciamo, scattiamo le foto di vetta e cominciamo subito a preparare le prime calate, abbandonando i fittoni nella neve dei funghi sommitali.

Credo sia inutile rimarcare che pure la discesa del Cerro Torre è un’impresa non indifferente, soprattutto se affrontata nella nebbia e in balìa del vento patagonico, con pezzi di ghiaccio che cadono ovunque e corde che volano da tutte le parti. A metà parete mi tocca pure "fare da sosta" agli altri lungo un delicato traverso, per mancanza di altri punti d’assicurazione validi, in ogni caso alle 23 atterriamo tutti quanti sul pendio nevoso basale, dove scavammo la nostra prima truna, ormai fuori dalle difficoltà.

Il "mio" Torre finisce qui, ho l’aereo e il lavoro che mi aspettano, non posso consumare altro tempo. Charlie e Panza restano ancora una notte al Circo de los Altares prima di rientrare, io dopo un veloce "pranzo" a mezzanotte percorro 40 km in 19 ore e, alle 20 del giorno successivo, dopo ormai tre giorni senza dormire, sono seduto a El Chalten a festeggiare con una birra con Matteo Della Bordella e Luca Schiera, di ritorno dalla loro nuova via al Cerro Pollone. Altri tre giorni, e sto già lavorando e soffocando sotto il Sole incandescente di Dubai.

Epilogo: il 16 di febbraio rientro in Italia dagli Emirati Arabi, felice come un bambino scrivo subito ai ragazzi per ritrovarci e festeggiare la nostra impresa, ora che finalmente abbiamo il tempo di farlo. Purtroppo quel giorno Charlie viene travolto da una valanga in Grignetta, insieme a un altro amico. A pochi passi da Lecco, sulla montagna di casa, a migliaia di km dal "lecchese" Cerro Torre che era diventato anche un po’ "nostro".

Nella vita ho imparato ad essere "resiliente", applicando a tutte le situazioni che mi si presentano la stessa peculiarità propria dei metalli. La resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi ostici e ingaggianti, fronteggiando in maniera efficace ogni difficoltà e qualsiasi evento negativo che si debba manifestare, adattandocisi e sapendo che anche da essi a volte può scaturire un’inattesa nuova opportunità. Di contro, so bene che le sconfitte sono parte integrante del processo emotivo che porta una persona a maturare, ponendosi degli obiettivi sempre un poco superiori alle proprie capacità al fine di migliorare continuamente. La sconfitta serve a rendere la persona più forte, più giudiziosa e consapevole nell’affrontare una seconda volta le sfide sostenute.

Poi, capita che si presentino delle difficoltà tanto impensabili quanto oltre modo ardue, e stavolta la vita mi ha messo di fronte alla più grande delle "prove" da affrontare in modo consapevole e razionale. Mutuando di nuovo il linguaggio della tecnologia dei materiali, potrei parlare di "prova d’urto", ovvero del test con cui determinare la resistenza a rottura per una sollecitazione dinamica. La scomparsa di Giovanni "Charlie" Giarletta è stata una prova d’urto molto forte, che ha richiesto un tempo più lungo e una forza maggiore per potervi reagire: ma tutto mi sento fuorché una persona fragile, che non sia in grado di affrontare le situazioni che purtroppo la vita, soprattutto quella di un alpinista, ti può presentare. Sono, e devo essere ancora una volta, "resiliente", anche solo per incanalare l’energia ricevuta dall’urto del trauma e convogliarla in qualcosa di produttivo che possa ricordare al meglio una persona speciale.

Ciao Charlie, sono contento di averti salutato a modo mio sotto al Cerro Torre, e ogni volta che in montagna sentirò un soffio di vento, saprò che tu sarai lì con me.

Tommaso Sebastiano Lamantia
www.lato.co Instagram: _la_to

Si ringraziano per il supporto: Salomon, Suunto, CAI Calolziocorte, Gruppo alpinistico Gamma, DF Sportspecialist

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