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Parete del Burel dalle Forzellette
Fotografia di Beppe Ballico
Parete Ovest della Palazza, Monti del Sole, Dolomiti Bellunesi
Fotografia di archivio Beppe Ballico
Franco Miotto nel 2006
Fotografia di archivio Roverato - Baù
Franco Miotto, Benito Saviane, Mauro Corona, Alessio Roverato e Alessandro Baù dopo la prima ripetizione della Diretta del Gran Diedro al Col Nudo
Fotografia di archivio Roverato - Baù

Addio a Franco Miotto, grande alpinista e poeta delle rocce dolomitiche

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Mercoledì 7 ottobre è scomparso all’età di 88 anni Franco Miotto, uno dei più grandi alpinisti delle Dolomiti. Il ricordo di Flavio Olivo.

Franco Miotto era un poeta, un poeta delle rocce. Nella sua vita avventurosa di cacciatore e di alpinista si era spinto molto più avanti e molto più su dei versi che di Leopardi amava leggere e declamare. Naturalmente le sue non erano le liriche letterarie dell’amato poeta, benché mostrasse una certa dimestichezza anche con le rime, ma trasfigurazioni alpinistiche, elevazioni del coraggio e dell’intuito fino al raggiungimento di una sorta di condizione spirituale. Quando abbandonava lo spazio orizzontale per entrare nella dimensione verticale, riusciva a diventare leggero come una piuma sollevata dal vento.

Nelle fitte boscaglie penetrate a caccia di camosci aveva sviluppato un fiuto che sarebbe stato determinante e unico nella scalata di pareti impossibili. Basta rileggere le sue leggendarie imprese, affrontate e vinte nello spazio di una dozzina di anni, per capire che si trattava di un uomo ispirato dalla forza e dalla passione, qualunque cosa facesse. Come la poesia, ogni sua via d’intuito portava alla luce qualche cosa di nascosto ai più. Non sarà un caso che alcune sue vie non sono state ancora ripetute e altre solo in tempi recenti. I grandi dislivelli dal fondovalle e l’ambiente severo rendono tutto più difficile e impegnativo ma di una bellezza selvaggia.

Emilio Comici, l’”Angelo delle Dolomiti” entrando nella Valle del Cordevole per dirigersi nel regno dolomitico, ebbe modo di dire che chiunque avesse scalato quella lavagna di roccia che è la Palazza, avrebbe riscritto i confini del sesto grado.

Ma è il gigantesco Burèl, pronto a ricevere le sue ceneri, la montagna diventata un po’ il simbolo di Miotto, dove sono tracciate vie estreme che hanno fatto la storia dell’alpinismo dolomitico.

Altrettante poesie sono la repulsiva parete nordest del Pizzocco, lo Spiz di Lagunaz con i suoi passaggi estremi, il Col Nudo e le sue rocce impossibili. Miotto nella dimensione poetica è proprio questo: talento, anzi perenne stato di grazia. Come tutti sanno, non arrampicava da solo. Le sue imprese più ardite sono legate soprattutto a compagni di cordata come Riccardo Bee, Benito Saviane, Mauro Corona, Stefano Gava.

Questa sua maniera di affrontare nuovi tracciati, le grandi doti tecniche e atletiche, la sua forza fisica e la capacità di procedere in sicurezza si sono affermate anche grazie ad un’altra sua caratteristica. Gli anni della caccia lo avevano trasformato in una sorta di camoscio, agile quanto basta per superare salti e attraversare pareti. Osservando questi straordinari animali, egli aveva maturato la certezza che anche un uomo coraggioso avrebbe potuto seguirli da qualche parte, che anche la più esile delle cenge lo avrebbe portato al di là. Così era diventato abilissimo nelle traversate e non a caso il suo debutto in alpinismo fu il traverso sul Pilastro Micheluzzi al Piz Ciavazes, nel gruppo del Sella.

I celebri e temuti viàz non sono che una traccia vertiginosa senza soluzione di continuità, la sfida alla paura, il guardare avanti camminando sospesi sull’abisso. Non per tutti. Ma se il vuoto dei viàz era una prova con se stesso senza possibilità di ritorno, la prudenza e la rinuncia erano due qualità salvifiche che Miotto non smetteva mai di predicare a tutti, ma in particolare alle nuove generazioni nell’invitarle a procedere sempre con “piede leggero”.

Flavio Olivo

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