La Schiara d'inverno - scialpinismo nel cuore selvaggio delle Dolomiti Bellunesi
Lo scialpinismo nel gruppo della Schiara reca appresso l'indefinito fascino dei luoghi dimenticati dagli uomini e avvolti nella selvaggia esistenza di una montagna ancora incontaminata.
Se si escludono le impronte di qualche escursionista, che si appresta ai rifugi lungo i sentieri più comodi, ogni altra traccia che segna le nevi del Gruppo Centrale appartiene ai camosci o al vento che scolpisce le creste e modella i pendii.
Gli itinerari che percorrono queste zone, seguono la conformazione di terreni impervi e silenziosi, attraverso le strette gole o le cenge esposte, lungo i pendii più spaziosi o tra i fitti sottoboschi.
Da questo ambiente inospitale sono nati percorsi arditi, spettacolari e dal fascino un po' romantico, come quello della Gusela e del Canal del Marmol, che invitano ad una naturale riflessione sui significati profondi che animano l'attività dell'alpinismo. In una simile prospettiva si presentano anche le zone più meridionali del gruppo della Schiara, che però sfuggono all'imponenza degli appicchi centrali, adagiandosi nei dolci pendii della foresta di Cajada o in quelli più solari del monte Serva, alle cui pendici già si animano i piccoli e ridenti paesi della Val Belluna. G. Sani – Scialpinismo nelle Dolomiti Bellunesi (ed. Tassotti anno 2000 )
La Schiara d’inverno ti riavvolge nel tempo. Non risulta affatto comoda come altri gruppi che circondano la Val Belluna; i suoi accessi classici estivi, dalla Val Vescovà a nord o lungo la Val dell’Ardo nel versante bellunese, sono ingressi lunghi, romantici certo, ma faticosi.
Il versante longaronese, dalla foresta di Cajada, è invece una logica salita invernale che subito immerge il nostalgico scialpinista nell’animo dei "primi", rapito dal fascino del silenzio, in spazi che il bianco valorizza, che il freddo valorizza, in bellezza e difficoltà.
Poco considerata dal "popolo delle pelli", la Schiara d’inverno offre itinerari splendidi con una varietà di territorio, impegno e sviluppo difficilmente comparabili con i vicini gruppi montuosi. Se collegati con ambizione e logicità alla vicina Talvena e ai vicini versanti agordini e zoldani, in condizioni ideali lo scialpinista può immergersi in nevi immacolate e solitarie.
Di carattere morbido, il Pelf si prende tutta la scena e si fa preferire a tutto quello che lo circonda; il suo canale, la sua gola, la borela del Pelf, già primo accesso alla cima della Schiara ad opera di Berti nel 1909, è la discesa pionieristica ambita e simbolo per molti. A sud lo spallone est della Schiara resta dedicato ed elitario per pochi, mentre a nord, con la gelida parete a vegliare e a portare giusta inquietudine all’animo, la Schiara si apre con i Van della Gusela, del Burel e di Nerville, anfiteatri grandiosi tra i più belli delle Dolomiti. Più che mai la Schiara d’inverno ti riavvolge nel tempo.
Il 1959 è l’anno in cui di fatto l’alpinismo esplorativo e documentato nella Schiara ha l’evoluzione con gli sci ai piedi. Il 3 febbraio di quell’anno, Arturo Valt – già figura di riferimento nelle cordate bellunesi con all’attivo diverse prime salite e fresco gestore del rifugio Settimo Alpini – in compagnia degli amici Umberto Faccio e Giuseppe Da Rold, conclude la prima e più grandiosa traversata scialpinistica della Schiara, salendo la Borela del Pelf, scendendo i pendii di Nerville, puntando a Forcella La Varetta e, dopo una notte trascorsa a Casera Pian de Fontana per confortare spirito e ridare forza, superando i Van de Zità, la "cordata" conclude la sciata nello Zoldano.
Siamo agli albori della disciplina: rudimentali sci e un improvvisato abbigliamento in un contesto invernale severo che più volte li mette in difficoltà e fa temere sulla buona riuscita dell’impresa sono solo di contorno al forte animo e alla convinzione che li porta a unire d’inverno il gruppo della Schiara e della Talvéna con quello dello Zoldano.
Resta nel tempo una delle più importanti attraversate scialpinistiche delle Dolomiti.
Per correttezza storica, non si dimentichi la prima salita invernale non documentata al Monte Pelf nel febbraio del ’56, sempre dello stesso Valt in compagnia dell’amico Corrado Da Rold, con cui qualche settimana dopo sale anche la cima della Schiara; a detta dello stesso Valt, non pensarono di lasciare traccia scritta viste le difficoltà incontrate relativamente modeste.
È una normale evoluzione alpinistica quella che vede nei primi anni ’60 le più forti cordate locali abbracciare la Schiara d’inverno, complice una sana competizione e una gran voglia di mettersi alla prova in un contesto totalmente nuovo, affascinati anche dall’eco di imprese nazionali e internazionali che alimentavano le serate della sezione CAI.
Ma come è giusto che sia, la storia dello scialpinismo in Schiara comincia in leggenda, con uno sci che scivola a valle, via libero verso ripide gole gelate, con lo sguardo di un giovane che lo segue fin dove è possibile, incredulo e infuriato.
Il giovane è Franco, Franco Miotto, l’alpinista camorziere che lega il proprio nome non solo all’alpinismo romantico della Schiara, ma anche a Viaz e leggende ben raccontate nel libro di Mandrino "La forza della Natura" (Cda Vivalda Ed.). Franco dal centro di Belluno, da Piazza Campedel, vede, intravede, una lingua bianca candida proprio tra Pelf e Schiara: il Canal del Marmol, e ne fa suo intento.
Sono i primi anni ’50; è da poco a Belluno, e con due robusti sci di avanzo militare Franco entra solo in Val dell’Ardo per raggiungere quella piega di neve. Raggiunti i Van del Pis Pilon, imbocca il canale ma arrivato in forcella qualcosa va storto e nelle manovre di aggancio uno sci scappa verso la ripida via di salita, e la tanto sognata sciata diventa patimento in discesa. Franco comunque in quel canale ci ritorna nel 1957, sempre solo, ben due anni prima che la cordata di Valt affronti la traversata, e pare ne compia la prima discesa; pare, perché non documentata, e la stessa si rivela oggetto di beffa e incredulità nelle chiacchiere da bar bellunesi: "è impossibile tu sia sceso con gli sci dal Marmol".
Se lasciamo gli itinerari della vicina Talvena e Zoldano alle esplorazioni di Pomarici, Bien, Levis e Zasso, l’attenzione alla Schiara d’inverno la pretende Ivan Ducapa, l’alpinista bellunese, il primo a documentarne poi la discesa del Canale nella fine primavera del 1973. Ivan, talentuoso sciatore, abbraccia la Schiara in tutte le sue forme, dalla semplice escursione alle complicate pareti, legandosi in cordata con l’élite degli alpinisti bellunesi. Ma la sua firma la andrà a lasciare con gli sci.
Una dote naturale, un consapevole rischio e un’altissima conoscenza di sé e del territorio che affronta permettono a Ducapa di scoprire e scendere i pendii più ripidi e nascosti della Schiara mai tentati prima. Dai Van de la Gusela a nord, alla traversata dal Pis Pilon al Pian dei Gat, da rifugio a rifugio, alla cima del Pelf fino alla foresta di Cajada: Ivan, maestro di sci e poi allenatore federale FISI, in pochi anni affronta e risolve quello che la Schiara offre. Certo, qualcosa lo lascia di irrisolto che l’estro poi di Gianpaolo Sani, suo allievo alla Scuola Sci Nevegal, andrà a chiudere.
Gianpaolo Sani, studente di filosofia, entra in Schiara con gli sci nei primi anni ’90, neanche maggiorenne, trovandosi davanti una sorta di libro con infinite pagine bianche dove molto poteva essere ancora scritto nel dar sfogo alla sua passione. Ci dedica tempo e attenzione nel tentare di completare le discese che la Schiara può regalare, e complice anche l’incredibile e veloce evoluzione dei materiali, Sani, nel confronto anche con chi lo ha preceduto, diventa riferimento nell’universo candido del gruppo, scendendo itinerari inediti e andando di fatto a completarne l’esplorazione.
Nel 2000 per Tassotti editore pubblica la prima guida dedicata allo scialpinismo nelle Dolomiti Bellunesi; altre ne seguono come autore e coautore, al fine di documentare e raccontare la Schiara d’inverno.
Capolavori come la diretta Weiss e Lady Alice sul versante sud del Monte Pelf, la S’ciara de Oro lungo lo spallone nord e la Grande Z a nord-est della Schiara completano il suo percorso di ricerca ed eleganza dedicata a questa disciplina, riassunte anche nelle poche righe conclusive dell’introduzione alla prima guida:
"… rivolto a chiunque voglia iniziare la pratica dello scialpinismo affinché possa cominciare a sciare sulle nevi più facili e splendide per comprendere tre momenti fondamentali: la rabbia di creare le prime scomposte curve in neve fresca, l’emozione di imparare a sognare le grandi discese dolomitiche e la nostalgia di ricordarle all’alba di una nuova primavera."
Rare se non elitarie sono le figure femminili che affrontano la Schiara d'inverno. Lo stesso Pelf con il suo carattere quieto conta davvero poche ripetizioni "rosa" anche in epoca recente. Dovuto e giusto dunque ricordare la prima discesa scialpinistica femminile dalla seconda anticima Est della Schiara per la Borela del Pelf ad opera di Genny Zaros nell'inizio della primavera del 2003 in compagnia di due menbri della Scuola Scialpinismo Cai Vittorio Veneto. Le fatiche si mescolano all'ansia e alla soddisfazione della cima raggiunta e all'incredulità nel voltarsi, una volta giunta a valle, per l'apparente impossibile linea di discesa. Ad oggi nessuna donna oserà seguirla.
- Monte Pelf
- Gusela del Vescovà
- Forcella del Marmol
- Cima del Burel
- Fabrizio Gaspari, Rifugio Settimo Alpini e Luca Sovilla, Belluno
Info: www.rifugiosettimoalpini.it














































