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L'Alba dei Senza-Guida di Paolo Ascenzi e Alessandro Gogna (Nuovi Sentieri Editore, 2018)
Fotografia di archivio Ascenzi Gogna
George Herbert Leigh-Mallory: Aiguille des Grands Charmoz, parete est (Massiccio del Monte Bianco) 02/08/1919
Fotografia di archivio Ascenzi Gogna
Viktor Wolf Edler von Glanvell: Campanile di Val Montanaia (Gruppo degli Spalti di Toro e Monfalconi) 17/09/1902
Fotografia di archivio Ascenzi Gogna
Johannes Emil Dülfer: Cima Ovest di Lavaredo, parete ovest (Dolomiti di Sesto) 29/07/1912
Fotografia di archivio Ascenzi Gogna

L'Alba dei Senza Guida, il libro di Paolo Ascenzi e Alessandro Gogna

La recensione di Alberto Sciamplicotti di L'Alba dei Senza Guida, il nuovo volume di Paolo Ascenzi e Alessandro Gogna (Nuovi Sentieri Editore, 2018)

"L’Alba dei Senza-Guida", nuovo volume di Paolo Ascenzi e Alessandro Gogna, già autori di "Guide e Clienti - stessa corda stesse passioni", è uscito praticamente in contemporanea con il lavoro di Enrico Camanni dedicato al Nuovo Mattino. Sono vicende separate fra loro praticamente da cento anni: la prima ebbe inizio alla fine degli anni ’60 del XIX secolo, la seconda al principio degli anni ’70 del XX.

Così, potrebbero sembrare due titoli lontani fra loro, per temi e autori. In realtà, già chi ha dedicato tempo e passione per la scrittura di queste due opere ha condiviso ben più di un tratto di strada di vita. Allo stesso modo d’altronde, le vicende raccontate sono più vicine di quel che si potrebbe in un primo momento pensare. Quasi fossero facce di una stessa medaglia, divise solo dallo scorrere del tempo: simili le situazioni di partenza e simili gli sviluppi, in un succedersi di avvenimenti che sarebbero piaciuti al Giambattista Vico dei corsi e ricorsi storici.

Se i protagonisti delle vicende del Nuovo Mattino sono i figli della piccola borghesia e di quella classe operaia che di lì a poco si sarebbero fuse a formare una nuova classe media, cento anni prima i Senza Guida sono ragazzi ugualmente individualisti, generati da quel terzo stato che era secondo solo alla nobiltà, ceto di cui era stata appannaggio fino ad allora la pratica dell’alpinismo. Se la borghesia del XIX secolo, come scrive Andrea Gobetti nella prefazione, "è una borghesia che ancora si ricorda d’aver fatto una rivoluzione, esprime slancio, follia, volontà di misurarsi", quelli del Nuovo Mattino discendono direttamente da quel clima di cambiamento nato con lo Stato Repubblicano e fondato su una guerra di liberazione.

Ambedue queste generazioni poi rifiutano il modo di andare in montagna di chi era stato prima di loro. Quelli del Nuovo Mattino preferendo alla lotta con l’Alpe e al "non c’è tregua se non sulla vetta" il gioco dell’arrampicata fine a se stessa, i Senza Guida rifiutando le logiche austere su cui i loro predecessori hanno portato a termine la prima conquista delle Alpi, cercando una loro personale strada di appagamento su nuovi itinerari da percorrere liberi e in un rapporto più paritario fra i componenti della cordata. Così, dove sulle rocce della Valle dell’Orco si sperimentavano nuove tecniche con le scarpette a suola liscia e si iniziavano a seguire fessure e placche, cento anni prima sulle Dolomiti la cordata veniva ridotta a due elementi per essere più veloci e si cominciava a cercare le difficoltà della piena parete in opposizione a quegli itinerari sostanzialmente di cresta.

In ambedue i casi, l’età giovane dei protagonisti rifiutava di seguire pedissequamente una Guida, fosse morale, come quelli del Nuovo Mattino, o reale come quella dei montanari che si erano conquistati il ben volere dei nobili conducendoli verso le prime cime. Due rivoluzioni, due cambiamenti che condizioneranno ognuno il periodo storico seguente. Due ricerche simili e parallele guidate entrambe da una passione consapevole, senza più l’alibi della ricerca scientifica, dell’esplorazione o dell’epos della vetta.

Il volume di Ascenzi e Gogna ha il pregio di indagare su un periodo storico a torto poco considerato nel suo complesso, ma spesso visto solo attraverso le salite dei suoi protagonisti – Georg Franz Winkler, Paul Preuß, Hans Dülfer, Eugen Guido Lammer, Albert Frederick Mummery e tanti altri - che qui compaiono sì, ma come pezzi di un puzzle di memoria e di storia che va a comporre il disegno di quel nuovo alpinismo che andava prendendo corpo.

Un volume che certamente meriterebbe di essere tradotto in tedesco e in inglese, visto l’origine della gran parte di questi nomi e l’importanza che questo lavoro ha nel ricostruire un preciso periodo storico.

recensione di Alberto Sciamplicotti

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