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Aleš Česen sale da capocordata sul Latok I, salito in 7 giorni nell'agosto 2018 insieme a Tom Livingstone e Luka Stražar
Fotografia di Tom Livingstone
Latok I: Tom Livingstone sulla cresta nord, salendo da secondo per raggiungere Aleš Česen e Luka Stražar
Fotografia di archive Aleš Česen, Luka Stražar, Tom Livingstone
Aleš Česen, Tom Livingstone e Luka Stražar dopo la salita del Latok I
Fotografia di archive Aleš Česen, Luka Stražar, Tom Livingstone
Latok I e, in rosso, la via salita da Aleš Česen, Luka Stražar, Tom Livingstone. In verde la discesa
Fotografia di archive Aleš Česen, Luka Stražar, Tom Livingstone

Latok 1, intervista a Aleš Česen

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Intervista all’alpinista sloveno Aleš Česen dopo la salita effettuata insieme a Luka Stražar e Tom Livingstone del Latok I lungo la parete nord e sud. I tre sono stati soltanto i secondi a raggiungere la cima di 7.145m nel Karakorum, Pakistan, dopo la prima salita del 1979.

Come abbiamo riportato a metà dello scorso agosto gli sloveni Aleš Česen e Luka Stražar e il britannico Tom Livingstone sono arrivati in cima al Latok I 7.145m (Karakorum - Pakistan), a pochi giorni dalla tragica morte del russo Sergey Glazunov e dal salvataggio a 6200 metri del suo compagno di cordata Alexander Gukov, impegnati sulla famosa Cresta Nord del Latok.

Česen, Livingstone e Stražar sono saliti saliti inizialmente lungo la stessa Cresta Nord per poi abbandonarla a 2/3 d’altezza, salire verso il colle a destra e poi raggiungere la cima attraverso la parete sud.

Nell’euforia della cima raggiunta insieme a molti altri abbiamo pubblicato erroneamente che i tre avevano seguito l’intera cresta nord - conosciuta come uno degli ultimi grandi problemi rimasti nel Karakorum e in Himalaya. Questa intervista getta quindi un po’ di luce sulla salita di Česen, Stražar e Livingstone che dev’essere ricordata per quello che è: una formidabile intuizione ed impresa, e soltanto la seconda salita della montagna, dopo la prima effettuata nel 1979 da una spedizione giapponese guidata da Naoki Takada dal lato sud.


Aleš, quando siete arrivati al campo base c’era l’emergenza della spedizione russa. Non un modo ideale per iniziare un'impresa così grande.

In realtà quando siamo arrivati ​​al campo base era il primo giorno di scalata sulla cresta di Gukov e Glazunov. Abbiamo proseguito il nostro acclimatamento esattamente come l’avevamo pianificato. Nel momento in cui è avvenuto l'incidente eravamo già scesi dalla nostra seconda ed ultima salita di acclimatamento dal Baitha Kabata. Naturalmente siamo stati colpiti dalla triste situazione e abbiamo cercato di dare supporto all'altra squadra russa al campo base che si occupava dell'organizzazione del soccorso. Francamente però non c'era molto che potessimo fare per aiutarli.

In che modo ha influito questa tragedia sulla vostra scalata?
Naturalmente siamo stati stressati dalla situazione, e non è stato facile assistere a tentativi di salvataggio in elicottero con quel tempo brutto. Dopo che Gukov è stato salvato, abbiamo aspettato qualche giorno. Avevamo bisogno di questo tempo non solo per aspettare che le condizioni della parete migliorassero dopo la forte nevicata, ma anche per sistemare le nostre menti e per ritrovare le motivazioni vere.

Cosa ci potete dire della vostra salita del Latok I? Come è stata l'arrampicata? E le cose sono andate secondo i vostri piani?
Avevamo circa 6 o 7 giorni di cibo e gas, attrezzatura base per la roccia (un set di camme, dadi e pochi chiodi), circa 8 viti da ghiaccio, 2 mezze corde, attrezzatura da bivacco compresa una tenda e questo era praticamente tutto. All'inizio i nostri zaini pesavano circa 17 kg, ma ogni giorno diventavano un po‘ più leggeri. Le condizioni del ghiaccio e della neve durante la salita erano sorprendentemente buone. Certo, di tanto in tanto ci siamo imbattuti in qualche sezione di neve di pessima qualità, soprattutto nella parte superiore, ma generalmente non era poi tanto male. Come è normale per una parete a tale altitudine con una tale dislivello, tecnicamente la scalata non è mai stata al limite, ma la lunghezza della via e l'esposizione erano le cose difficili da affrontare. Abbiamo prestato molta attenzione alla nostra tattica di salita. Per esempio, abbiamo scalato la sezioni più esposte di notte per evitare le temperature elevate.

Avete arrampicato molto slegati oppure in conserva, per andare più veloci?
Abbiamo arrampicato senza la corda per poche centinaia di metri all'inizio, poi ci siamo legati per il resto della via. A volte siamo saliti in conserva, mettendo delle protezioni tra di noi.

A che punto avete deciso di abbandonare la cresta? Era stato programmato prima di iniziare la salita?
Abbiamo lasciato la cresta tra 6350m e 6400m. Questa quota non è una misura precisa, è puramente una stima. Non è successo niente di particolare che ci avesse costretto a lasciare la cresta, avevamo programmato di farlo sin dall’inizio, anche prima di partire di casa. La linea che abbiamo seguito ci è sembrata la linea di salita più logica e sicura dal ghiacciaio Choktoi. Prima di partire per la nostra spedizione abbiamo anche discusso questa opzione con Luka Lindič, che aveva tentato il Latok con Luka Kranjc nel 2015. Loro avevano programmato più o meno questa linea e sostanzialmente abbiamo adottato la loro idea. Quindi l'intera Cresta Nord non è mai stata il nostro primo obiettivo, ma soltanto un'opzione che poi non è mai nemmeno stata discussa seriamente.

Dal colle vi siete poi spostati sulla parete sud. Che cosa sapevate di questo versante della montagna?
Non sapevamo molto della parete sud. Ne avevamo una foto scattata da lontano e avevamo una vaga idea di dove dovevamo andare. Ma non avevamo alcuna sicurezza finché non siamo arrivati ​​lì. Fortunatamente, il giorno in cui abbiamo raggiunto la parete sud abbiamo avuto un tempo assolutamente buono e siamo riusciti a vedere chiaramente dove andare e dove si trovava la vetta. In cima eravamo contenti, ovviamente, ma non ci sentivamo vittoriosi. Sapevamo tutti che la parte più pericolosa dell'intera salita era ancora davanti a noi.

Quindi per quanto riguarda la discesa?
Dopo la cima siamo scesi alla tenda che avevamo lasciato sotto il pilastro roccioso, a circa 350 metri sotto la cima. La mattina successiva abbiamo attraversato fino al colle ovest (il colle tra Latok I e Latok II) e abbiamo iniziato la discesa in corda doppia lungo la parete nord fino al terzo bivacco usato in salita (circa 6500 metri), che abbiamo raggiunto un paio d'ore prima di mezzogiorno. Il traverso che poi porta alla cresta nord è esposto al sole nel pomeriggio e certamente non volevamo essere lì in quel momento. Le temperature non erano alte come durante la fase di acclimatazione, ma comunque troppo alte. Quindi abbiamo aspettato fino alle 20.00 prima di continuare la discesa durante la notte seguente. Abbiamo raggiunto il nostro primo bivacco (a circa 5450 metri) pochi minuti prima dell'alba. Abbiamo riposato per circa tre ore, poi siamo scesi lungo la cresta rocciosa finale e nello stesso giorno abbiamo raggiunto il campo base verso le 18:00. La parte notturna della discesa (tra 6500 metri e 5450 metri) è stata davvero difficile. Il problema principale era ovviamente non perdersi e a questo punto vorrei sottolineare che Luka ha fatto un ottimo lavoro da capocordata durante questa parte della discesa.

Rispetto alle tue precedenti salite, quanto è stato facile o difficile?
Sappiamo tutti che è quasi impossibile confrontare salite, ogni salita ha la sua storia. Abbiamo dato un grado indicativo di ED+, ma questo non dice nulla. Psicologicamente è stato difficile, perché al di sopra dei 6400 metri, dove abbiamo girato a destra verso il colle, non c'era una via di fuga sicura se il tempo fosse peggiorato. Fisicamente ovviamente è stato difficile perché la via era lunga, negli ultimi giorni di salita abbiamo iniziato a sentire la mancanza di apporto calorico. La salita è durata ben 7 giorni e, in media, abbiamo consumato circa 1100 kcal di cibo al giorno.

Nell'euforia dopo la salita, molti - tra cui planetmountain.com per cui ci scusiamo - hanno riferito in modo errato che l'intera cresta nord era finalmente stata salita fino in cima. Per certi aspetti questo, purtroppo, è un segno dei tempi che viviamo. Tu che idea ti sei fatta?
Immagino che sia in parte anche colpa nostra per questa confusione. Abbiamo inviato un messaggio di testo molto breve al Club Alpino Sloveno dicendo nient'altro che eravamo arrivati ​​sulla vetta da nord e avevamo raggiunto il campo base in sicurezza. La nostra unica intenzione era di comunicare loro che eravamo sani e salvi al campo base, nient'altro. Non abbiamo pensato alla cosa ovvia, che l’avrebbero pubblicato. Il nostro errore. Il nostro primo messaggio avrebbe dovuto avere un po' di informazioni in più.

Ales, ora che l'hai vista da così vicino, pensi che tornerai mai per la tentare tutta la cresta nord?
E’ molto improbabile. Ci sono così tanti altri problemi interessanti là fuori. Non vivrò abbastanza a lungo da vedere metà delle montagne che vorrei vedere, per non parlare poi di quelle che vorrei tentare!

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