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Gianluca Piras, uno dei più attivi chiodatori di nuove vie d’arrampicata della Sardegna 
Fotografia di Maurizio Oviglia
Gianluca Piras, uno dei più attivi chiodatori di nuove vie d’arrampicata della Sardegna 
Fotografia di Sandro Buluggiu
Gianluca Piras in arrampicata in Sardegna all'inizio degli anni 90
Fotografia di Mattia Vacca
Gianluca Piras è promotore dell'iniziativa "adotta una sosta" per mettere in sicurezza le vie d'arrampicata in Sardegna
Fotografia di archivio Gianluca Piras

Gianluca Piras, l’apertura di nuove vie d'arrampicata e la sicurezza

di

Intervista di Maurizio Oviglia a Gianluca Piras, uno dei più attivi chiodatori di nuove vie d’arrampicata della Sardegna 

Gianluca Piras, amico e collega di attrezzatura di falesie, ha partecipato allo sviluppo dell’arrampicata in Sardegna in maniera attiva da oltre 30 anni. Spesso il suo nome non viene ricordato nella storia dell’arrampicata sarda e tutti i meriti vanno erroneamente al sottoscritto, dimenticando che anche Gianluca ha scoperto e valorizzato intere falesie in tutta l’isola e tutt’ora lavora alla richiodatura e alla rinascita di molte pareti. Tra i primi a Cala Gonone, Isili, Jerzu, Roccadoria, primo a Ulassai e in tante zone dell’Iglesiente, è anche un’alpinista oltre che arrampicatore sportivo (al suo attivo diverse vie di 8a). Istruttore FASI, oggi è titolare di un negozio di articoli sportivi a Cagliari e si occupa di promuovere l’arrampicata, il torrentismo, la speleologia e l’escursionismo in tutta l’isola. Ha iniziato all’arrampicata outdoor moltissimi giovani isolani. La sua campagna "adotta una sosta" ha riscosso notevole successo ed ha permesso la messa in sicurezza di molte falesie: vale la pena di saperne di più… (M. O.)


Gianluca tu sei uno dei chiodatori più attivi della Sardegna. O comunque "storico", cioè uno di quelli che l’ha costruita e contribuito in maniera determinante a farla diventare una delle destinazioni di arrampicata più in voga. Quando sono state le tue prime esperienze in questo senso e dove?
Prima di tutto grazie di avermi annoverato tra quelli che hanno contribuito in maniera positiva alla chiodatura in Sardegna! Le mie prime esperienze le ho fatte sicuramente nell'Iglesiente a metà degli anni ottanta (SO dell’isola, ndr) zona da dove è partito un po’ tutto il movimento dei climbers cagliaritani, poi Cala Gonone, che è stato per decenni il centro di arrampicata più famoso della Sardegna. Lì erano passati grandi arrampicatori e noi per confrontarci andavamo a ripetere le loro vie emulando le loro gesta.

E’ vero che tu provieni dalla speleologia? Perché hai sentito il bisogno di "emergere" dalle grotte alle pareti?
Si è vero, mi sono avvicinato alla montagna prima con la speleologia ma poi il fascino della scalata ha prevalso allo scavare in un buco freddo e bagnato: da un certo punto di vista, l'esplorazione verticale è quella che mi ha condotto alla scoperta delle pareti della Sardegna. Piuttosto che buttarmi dentro una grotta, che per carità è un mondo affascinante e faticoso quanto l'arrampicata, ho preferito la superficie.

Quali erano le motivazioni che ti spingevano a chiodare in quegli anni?
Penso che la motivazione maggiore fosse la scoperta: tracciare nuovi itinerari dove non c'era niente e dove potevi poi vedere altri salire le tue creazioni dava, e dà tuttora, una certa soddisfazione.

Hai aperto anche numerose vie classiche, che rapporto hai con lo stile tradizionale? Ti sei sempre ritenuto più sportivo o più alpinista?
Nonostante vada soprattutto in falesia, penso che l'arrampicata in montagna sia di maggior soddisfazione per il corpo e per la mente. Ci sono delle condizioni che non ritrovi certamente in falesia, la fatica, la concentrazione per ore e ore; anche se i gradi sono più facili, la tensione è diversa, più pulita, più in armonia con la natura. Non sali solo per fare grado, ma devi trovare una motivazione ancora più grande. Alla fine la soddisfazione è tutta diversa. Per il resto mi sento semplicemente un arrampicatore, non una cosa o l'altra. L' arrampicata è una disciplina variegata, ciascuno la vive come ritiene giusto.

Sei stato anche uno dei primi chiodatori di Cala Gonone. Quale era l’atmosfera in quegli anni? Quante e quali erano allora le falesie più frequentate?
Cala Gonone è stata per molti arrampicatori sardi degli anni 80/90 la nostra seconda casa: come accennavo prima, le visite di grandi arrampicatori di livello ci hanno spinto in quella località per vedere cosa avevano fatto. Volevamo cimentarci anche noi in quel paradiso che attirava molto gli stranieri, e poi c'erano ancora un sacco di spazi vergini dove fare vie nuove. Allora le falesie più frequentate erano sicuramente la Poltrona, placca stupenda, poi i Grottoni di Biddiriscottai, strapiombi in un contesto marino spettacolare, e poi Cala Fuili. Le vie nell'entroterra ancora scarseggiavano, poi pian piano son venute le altre falesie che tutti oggi conoscono.

Cala Gonone negli ultimi anni è diventata l’area più frequentata dai turisti che vengono sull’isola per arrampicare. Ma attualmente è alle prese con il grosso problema della richiodatura, dato che l’acciaio inox utilizzato anni fa è a forte rischio di rottura e gli zincati sono ormai arrugginiti. Tu come affronteresti questo grosso problema?
Mamma mia che domanda! Ci vorrebbe un articolo solo per questo problema e non basterebbe… dico solo che adesso abbiamo vari problemi e non è solo di qualità dell'acciaio. Il problema numero uno è l'ignoranza delle persone che frequentano le pareti: quanti si informano sullo stato delle falesie e quanti sanno distinguere uno zincato da una protezione inox? Quanti sanno valutare bene se fidarsi o no di una protezione? La maggior parte delle persone per esempio inorridisce quando vede un pò di ruggine sulle protezioni, ma non si rende conto che magari la protezione bella lucida può creare più problemi di quella arrugginita. Inoltre negli ultimi anni le persone che frequentano la montagna si sono moltiplicate e questo ha attirato l'attenzione delle autorità locali sull’arrampicata. Molte amministrazioni, piuttosto che avere problemi o cercare di risolverli vietano. È tutto molto piu facile per loro, non sempre vedono la nostra attività come una fonte di guadagno per il turismo.

Seguo molto la tua attività ed ho visto che negli ultimi anni ti sei dedicato alla richiodatura e all’apertura di vie facili. Perché? Chiodare è una passione, una missione o senti in un certo senso la responsabilità di fare personalmente manutenzione a ciò che hai chiodato negli anni?
Chiodare è una passione, pochi lo fanno e pochi lo fanno bene. In questo momento storico, io chiodo soprattutto per gli altri, quando voglio fare qualcosa per me vado in montagna ma sempre pensando che qualcuno poi salga la mia via.
Trenta anni fa si chiodava diversamente, è giusto che le cose cambino; se non si fa manutenzione le falesie cadono in disuso e diventano pericolose, che le vie le abbia aperte io o altri per me è lo stesso.  Prima si faceva meno attenzione a certe cose si era più egocentrici, spesso si apriva le vie per se stessi e pretendevi che gli altri provassero le tue stesse paure, la sicurezza veniva in secondo piano. Oggi un ragionamento così è impensabile, per quello rivisito un sacco di vie che al momento mi sembrano pericolose. Un tempo c'era più sfida con se stessi ed il rischio, oggi la sfida è solo con il grado.

Sei titolare di un negozio di articoli sportivi e da qualche anno hai lanciato la campagna "adotta una sosta". E’ una bella iniziativa che ha avuto grande successo e ti ha permesso di mettere in sicurezza le soste di moltissime vie dell'isola. Ci puoi parlare di questa bella intuizione e come dovrebbero essere secondo te le soste di un monotiro sportivo?
Tirando le somme sono molto contento di questa iniziativa, ho avuto donazioni da decine di continentali che frequentano la nostra isola, questo vuol dire che l'adozione delle soste funziona! Va detto che hanno aderito anche moltissimi sardi e mi fa piacere che finalmente gli arrampicatori si siano accorti che bisogna contribuire in qualche modo a fare manutenzione: il nostro parco giochi sono tutte le falesie!
La sosta di un monotiro per me deve durare il più possibile ed essere sicura al 100%: questa condizione la trovo solamente se una sosta ha gli anelli chiusi, dunque senza moschettone. Inoltre ogni via dovrebbe avere la sua sosta, prima si faceva una sola sosta dove finivano anche quattro vie, oggi sarebbe un orrore e un errore.

Negli ultimi anni è diventato sempre più difficile per noi chiodatori il dialogo con le amministrazioni. Da un lato queste, rispetto ad un tempo, hanno preso coscienza che sul loro territorio si arrampica e vengono molti turisti che vogliono fare questo tipo di sport. Dall’altro sono molto preoccupate per la questione responsabilità. Spesso vorrebbero contribuire ma sono spaventate dal fatto che qualche incidente possa tirarle in causa. Di fatto non c’è (ancora) una chiara legislazione in materia. A tuo parere di chi è la responsabilità della sicurezza in arrampicata sportiva? Del praticante (che deve essere esperto ed avere la capacità di valutare il materiale a cui si affida), del chiodatore (che deve eliminare ogni rischio) o dell’amministrazione comunale (che deve mantenere in perfetto stato l’attrezzatura delle pareti)?
Praticante, amministrazione e chiodatore devono fare il possibile per scongiurare ogni pericolo. Il praticante informandosi e formandosi affinché le sue manovre e la sua attrezzature siano a prova di errore, le amministrazioni dovrebbero affidarsi maggiormente ad un esperto del settore, invece di dire "prima chiudo e poi ci penso". Infine il chiodatore deve tracciare e aprire le vie in modo da prevenire ogni tipologia di incidente. Ma bisogna ricordare sempre che l'arrampicata sportiva è uno sport potenzialmente PERICOLOSO e bisogna che il praticante si renda conto che la responsabilità delle sue azioni è sua e da queste dipendono la sua salute (e se va male la vita).

Ho notato che con gli anni anche tu ti sei "ammorbidito", ah ah. Mi sembra che prima chiodassi più distante, o sbaglio? A parte le battute, pensi che questo sia un buon modo per scongiurare gli incidenti? Vedi di buon occhio delle regole per i chiodatori o addirittura un patentino?
Sì, è vero, mi sono ammorbidito, in un certo senso è come se chiodassi più "responsabile". Penso più allo scalatore medio, alle sue paure. Sicuramente è un modo per scongiurare il pericolo dell'incidente, ma non mi sentirei responsabile di un incidente su una mia via.
Sicuramente sarebbe auspicabile che prima o poi ci fosse una regolamentazione, almeno per quelle falesie dove ci sono state sovvenzioni pubbliche: penso che in Francia sia già così da tempo, patentino e regole…
Riguardo al patentino ho qualche remora: il tutto sta prendendo una piega che non so se mi piace del tutto, troppo standardizzato, troppe regole. Ma forse è inevitabile, certo si perde la magia della falesia che abbiamo vissuto nei decenni passati, ma per ritrovarla forse abbiamo sempre la montagna. Chi cerca l'avventura alla fine ha spostato le sue attenzioni dalla falesia alla montagna con le vie lunghe più o meno attrezzate.

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