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Marco Pukli "L'angolo dei poeti", al settore destro della Rocca Garda, Albenga, attrezzata con tasselli meccanici, come le altre 4 vie del settore.
Fotografia di archivio Marco Pukli
Resinato in forte strapiombo.
Fotografia di archivio Marco Pukli
Chiodo su blocco venato.
Fotografia di archivio Marco Pukli
Marco Pukli e famiglia
Fotografia di archivio Marco Pukli
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Marco Pukli e l'arte di attrezzare una falesia

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Intervista a Marco Pukli, uno tra i più attivi ed esperti chiodatori delle falesie di arrampicata italiane. Di Maurizio Oviglia.

In questa settimana segnata dal Festival non si poteva non parlare di Sanremo. Ma invece delle canzoni o del gossip, preferiamo occuparci di attrezzatura di falesie, scegliendo tra i tanti chiodatori dello stivale proprio un Sanremese DOC. Marco Pukli è nato a Sanremo nel 1964 e vive attualmente ad Ospedaletti, dove svolge la professione di informatico. Sposato con due figli è un alpinista ed arrampicatore sportivo, con un passato di speleologo. Ma la sua grande passione, come potete immaginare, è attrezzare falesie. Le sue vie sono giustamente rinomate, forse perchè Marco, pur non essendo tra i più prolifici attrezzatori italiani, è sicuramente uno di quelli che quando lo fa, lo fa bene. La sua è un'attenzione alla qualità, più che alla quantità. Ho voluto rivolgere qualche domanda a Marco sulla chiodatura a resina, perchè i suoi articoli pubblicati in rete hanno riscosso unanime consenso nella piccola comunità degli attrezzatori italiani. E perchè è stato uno dei primi a mettere nero su bianco (in rete) cosa si dovrebbe fare (e non fare) per attrezzare una falesia il più possibile sicura. In tempi come questi penso che dovremmo, noi chiodatori per primi, assumerci le nostre responsabilità. Facendo il più possibile un buon lavoro e occupandoci, se ne abbiamo l'opportunità, di insegnare "l'arte" a chi si appresta per le prime volte a chiodare un sito di arrampicata sportiva. Non è mia intenzione, con queste inchieste sulla chiodatura, limitare o mettere a rischio la libertà individuale di attrezzare come si crede, nè chiamare in causa Enti o Associazioni che finirebbero per burocratizzare eccessivamente il nostro sport. Piuttosto vorrei che tutti fossero in grado di distinguere un lavoro ben fatto da uno "fatto meno bene", in modo da prendere le dovute precauzioni. E Marco, secondo il mio parere, è sicuramente una delle persone che può aiutarci!

di Maurizio Oviglia


Marco tu sei considerato uno degli attrezzatori italiani di vie di arrampicata sportiva più competente. In particolare hai scritto degli articoli sulla tecnica di chiodatura, in particolare a resina, considerati tra le migliori pubblicazioni che si possano trovare sul web su questo argomento. Che cosa ti ha indotto a scrivere questa sorta di manuali on line?
Ciao Maurizio; grazie per l’intervista. Mi sono trovato un bel giorno con una sensazione, un pensiero, che non mi mollava più. In molte falesie che frequentavo, anche all’estero, buona parte dei chiodi non mi convinceva più, non li consideravo più assolutamente sicuri, mentre buona parte degli scalatori, per non dire tutti, non se ne rendevano conto, e continuava a usarli come se niente fosse. Che fare?
Vedi, come "chiodatori", nel nostro lavoro siamo molto più simili a degli artigiani liutai, abili nel costruire strumenti musicali a corda, i quali vengono poi suonati "a orecchio", che simili a degli ingegneri, a dei professionisti, in grado di progettare, collaudare e certificare il loro lavoro.
Io, l’unica cosa che posso certificare è che l’arrampicata sportiva su roccia è un’attività pericolosa, indipendentemente dal tipo di chiodatura che si può adottare. Certo, più la chiodatura fa schifo e più aumenta il pericolo specifico legato all’attrezzatura. Ma una chiodatura perfetta non diminuisce di una virgola la pericolosità intrinseca dell’arrampicata su roccia.
In fondo, chiodare una via significa creare una "linea" sulla parete, una linea che non sia solo un’idea, ma qualcosa di concreto che ci consente di vivere delle esperienze in un ambiente altrimenti inaccessibile. Per certi versi, la tecnica, i chiodi, i materiali non contano nulla; contano solo perché, senza chiodi, quando voliamo ci spiaccichiamo per terra, e questo non è bello. Ma quando immaginiamo una linea, non ce ne frega proprio nulla dei chiodi, dell’attrezzatura, della tecnica: vogliamo che quella linea sia un mondo dove noi, in quanto persone, possiamo salire con le nostre capacità di persone, di uomini. Capisci? Con la nostra capacità di persone. Il resto, i chiodi, le corde, i moschettoni, sono solo strumenti sussidiari di un mondo molto più vasto e complesso, che noi vogliamo andare ad esplorare. L’ideale sarebbe addirittura salire senza né corda né chiodi, ma è un ideale irraggiungibile; resta il fatto che noi possiamo salire quella linea, e lo possiamo fare attraverso la chiodatura.
L’arte di chiodare si inserisce appunto in quella distanza che separa ciò che realmente riusciamo a fare sulla roccia dal nostro ideale irraggiungibile.
Anche se l’arrampicata su roccia è un’attività che – speriamo! – non potrà mai essere assimilata ad altre attività sportive "normali", non pericolose, quali giocare a scacchi o andare al cinema, resta il fatto che "vi è del metodo in questa follia", come diceva l’Amleto di Shakespeare.
Nei miei scritti, ho cercato di fare il punto della situazione su questo metodo. Un po’ per puro gusto intellettuale, un po’ per senso di responsabilità, mi sembrava che fosse giunto il momento di affrontare la questione dal punto di vista culturale: organizzare e mettere insieme ciò che sapevo sul "lavoro" di chiodatura, soprattutto dal punto di vista "pratico", legato all’esperienza sul campo, e metterlo a disposizione degli appassionati, in modo da iniziare a considerare la tecnica e soprattutto l’estetica di chiodatura in modo un po’ più completo, corretto e condiviso.

Sull'esempio francese, alla fine degli anni ottanta, anche qui in Italia si è incominciato ad usare gli ancoraggi chimici. I francesi li preferivano per una serie di ragioni a quelli meccanici. Tuttavia, a parte dove la roccia non permette ed è troppo tenera, da noi (e in Spagna) c'è stata un'inversione di tendenza e negli ultimi anni hanno avuto larga diffusione i tasselli meccanici. Qual è la tua opinione in merito?
Se utilizzati correttamente, i tasselli meccanici vanno benissimo. Penso che un chiodatore debba sapere usare entrambe le tecniche, in modo da poter scegliere in base all’utilizzo che è meglio farne in ogni singolo caso.
A tutt’oggi, io trovo che con i resinati sia più semplice rispettare tutti quegli aspetti legati sia ai fattori tecnici che ai fattori estetici. Trovo che col resinato si abbiamo nel complesso più possibilità di gestire le varie situazioni che offre la morfologia della roccia.
Certo, con i resinati il lavoro è più lungo, più complicato, più faticoso, ma i risultati che si possono ottenere ripagano ampiamente dell’investimento fatto. Con questo non voglio dire che i resinati siano meglio dei meccanici; dico che in quelle condizioni dove sono richieste alla chiodatura certe caratteristiche con i resinati è più facile ottenerle. Per esempio, su un muro molto strapiombante, ricco di colate di calcite (concrezioni), su roccia molto lavorata, il resinato offre più possibilità per quanto riguarda la scelta del posto in cui installare il chiodo rispetto ad un tassello meccanico.
Forse, ciò che mi piace di più del resinato è proprio la possibilità di installarlo in qualsiasi punto in cui la roccia sia solida, poiché con un po’ di abilità si riesce sempre a trovare un punto ottimale in cui il gruppo chiodo/moschettone/corda lavora al meglio, cosa che con i meccanici, e relative placchette, è spesso più difficile da ottenere. Con i resinati, si riesce (quasi) sempre a far adattare il chiodo alla morfologia della roccia.


Foto 1. Resinato in forte strapiombo.


Foto 2. Fix su muro poco strapiombante; notare l’angolo corretto, tra la linea rossa e quella verde, e l’angolo reale, in blu; anche se il chiodo può sembrare installato perfettamente, la placchetta è leggermente storta. La tensione sul tassello è elevata, anche senza sollecitazione da parte degli scalatori.

Ho l'impressione, e molti colleghi attrezzatori me lo hanno confermato, che si preferisca l'ancoraggio meccanico perché quello chimico è difficile da mettere. Tu pensi sia così o vi sono delle altre ragioni?
Ci sono altre ragioni, tante quante sono le teste dei singoli chiodatori. Certamente l’ancoraggio meccanico è, nel complesso, meno complesso (!) da mettere. Con i fix il lavoro è più veloce, più pulito, i tasselli a differenza delle resine non hanno una data di scadenza per l’utilizzo, e via di seguito.
Ma non penso che un chiodatore scelga il materiale "solo" basandosi su concetti tecnici. Anzi; mi sembra che più che con la ragione la scelta venga fatta seguendo le proprie emozioni. Arriverei quasi a dire che la ragione, nelle scelte di un chiodatore, in genere c’entra ben poco: ciò che guida la scelta arriva da lontano, da una parte di noi di cui non sempre abbiamo sufficiente coscienza.
Nel mio caso, nel preferire (in genere, non sempre!) i resinati probabilmente contano più gli aspetti emotivi che quelli tecnici, razionali. Tanto per fare un esempio, mi sembra che i resinati mi diano più libertà d’azione, e quindi più possibilità creativa. Ma capisco bene che questo non è un argomento strettamente "logico": è un ragionamento "di stomaco". Così come certi chiodi mal messi mi fanno venire un reale senso di nausea, così certi chiodi "perfetti" mi procurano un grande piacere.


Foto 3. La Loubière. Resinati "storici". Discreti e indistruttibili.


Foto 4. Roccia molto difficile per un chiodatore…

Chiodare a resina in strapiombo è indubbiamente più difficile che con i fix. Considerato che le resine epossidiche hanno necessità di un certo tempo per indurire, quali accorgimenti puoi consigliare e quale è la tua personale tecnica?
Domanda la cui risposta richiederebbe un lavoro in 3 volumi, con illustrazioni a colori! Cosa che peraltro si potrebbe anche fare…
Chiodare in strapiombo è sempre difficile e faticoso. Personalmente, salvo casi particolari, quando "lavoro" faccio sempre uso di un gran numero di "tassellini", in modo da restare il più possibile vicino alla parete, per poter pulire, provare i movimenti, eccetera. In ogni caso, una volta "armata" la via, predisposta quindi con la corda in modo da potervi andare su e già tutte le volte che serve, utilizzare un sistema o l’altro è più o meno la stessa cosa, fermo restando che in strapiombo, in generale, i resinati, offrono un alloggiamento ottimale ai moschettoni.
La mia tecnica è comunque assai complessa; sono talmente tanti gli aspetti importanti, che non saprei ora a quale accennare. Per esempio, per me è fondamentale decidere, come prima cosa, dopo aver armato la via e quindi essere in grado di muovermi liberamente sulle corde stese sulla linea, dove mettere la sosta (che non corrisponde praticamente mai al punto in cui mi attacco per fare i lavori). Per seconda cosa, c’è la scelta del punto in cui mettere i primi 4 chiodi, quelli che possono impedire il "volo a terra". Per terza cosa, viene la gestione delle sezioni chiave, in modo che i tratti più difficili siano protetti correttamente. Infine, si può procedere a "segnare" il resto della via. Questo criterio obbliga a provare e riprovare la via, al volte anche per ore, fino a che non si è trovata la posizione ottimale dei chiodi, che unisca quindi le esigenze legate alla sosta con quelle dei primi 4 chiodi, con quelle delle sezioni più difficili e con quelle del resto della via. Inutile dire che non mi è ancora capitata una via in cui fili tutto liscio, ovvero che segnata la sosta e i primi 4 chiodi, il resto della via si potesse segnare con facilità. L’abilità sta proprio nel trovare un giusto compromesso tra le esigenze fondamentali di sicurezza e quelle di "buon moschettonamento" di ogni singolo chiodo, per arrivare a non mettere troppi ancoraggi sul tiro o, ancora peggio, lasciare sezioni "importanti" della via male attrezzate.


Foto 5. Resinato in forte strapiombo.

Dopo un primo momento che sul mercato si trovavano solo alcune resine, come la Sikadur 31 (usata in Francia) o la Hilti, ora sul mercato vi sono una gran quantità di prodotti e molti attrezzatori sono disorientati. Puoi dare dei consigli a chi intende cimentarsi, magari per le prime volte, con gli ancoraggi chimici? Se non vuoi consigliare dei prodotti particolari, ci puoi dire quali evitare?
Le variabili nella posa di un ancoraggio chimico sono effettivamente molte, ma non devono fare paura, poiché sono sempre affrontabili correttamente utilizzando le tecniche adeguate. Se non ci sono tecniche, vuol dire che non si può fare.
Al momento, in quanto chiodatori non possiamo fare altro che utilizzare quei materiali per i quali sono stati fatti dei test specifici, per i quali esiste una documentazione che dimostra che è ragionevole utilizzarli.
Per esempio, nel test dell'ENSA, L’Ecole Nationale de Ski et d’Alpinisme (francese), vengono riportati diversi tipi di chiodi, abbinati a diversi tipi di resine.

http://www.ensa-chamonix.net/index.php?option=com_content&view=article&id=112&Itemid=390

http://www.ensa-chamonix.net/index.php?option=com_content&view=article&id=220&Itemid=538

Possiamo utilizzare direttamente questo materiale, oppure utilizzare materiale della stessa classe, o superiore, che anche se non direttamente testato risponde ai requisiti indicati nel test.
In pratica, si tiene in considerazione la documentazione tecnica disponibile, e la si integra con alcuni concetti fondamentali derivanti dall’esperienza dei chiodatori che hanno messo a disposizione della comunità le loro esperienze.

Alcuni chiodatori, soprattutto stranieri, utilizzano le fiale. Qui in Italia qualcuno ha avuto qualche brutta esperienza con questo prodotto, tu cosa ne pensi?
Sulle fialette non ne so abbastanza per poter parlare. Comunque, sempre che chi le usa sia particolarmente esperto e che venga utilizzato il prodotto giusto, in determinate situazioni potrebbe essere un sistema da non scartare a priori. Mi sembra adatto però, per ora, più ad un utilizzo con barre filettate che con chiodi da roccia, i quali hanno una loro forma un po’ particolare e richiedono un certo tipo di foro per essere alloggiati a dovere.


Foto 6. Richiodatura con fialette; no comment, non per le fialette, ma per tutto il resto.

Un'altra delle ragioni dell'abbandono parziale degli ancoraggi chimici nel nostro paese, sarebbe il fatto che in alcune famose falesie ci sono stati casi di depolimerizzazione (come per esempio per la Hilti C150, oggi fuori produzione) oppure di mancata tenuta nel tempo delle fiale chimiche. In nessun caso, tuttavia, gli attrezzatori hanno potuto avere un risarcimento da parte delle ditte produttrici, che hanno imputato ad una cattiva messa in opera il cedimento degli ancoraggi. Essendoci così tante variabili nella posa di un ancoraggio chimico, secondo il tuo parere, come ci si può cautelare?
Ci si cautela, come ho detto, utilizzando prodotti che sottoposti a test specifici abbiano dato risultati idonei.
Ogni singolo caso che solleva un problema va analizzato, volta per volta, per capire qual è esattamente l’aspetto da migliorare. Io, a tutt’oggi, escludendo i chiodi in "ambiente marino", non ho ancora visto un solo resinato ben messo dare dei minimi cenni di cedimento. Non uno.
Leggendo, per esempio i manuali "LA PROGETTAZIONE DEI SISTEMI DI ANCORAGGIO WÜRTH", (486 pagine, da leggere tutte!) e il "Manuale della Tecnica di Ancoraggio Würth" (scaricabili gratuitamente sul sito: www.wuerth.it) ci si rende subito conto che, utilizzando i materiali corretti e installando a regola d’arte, le probabilità che un ancoraggio dia dei problemi sono estremamente ridotte, per non dire nulle.

Certo che se in una falesia mi utilizzi, per esempio:
1. Resine poliesteriche, dove il manuale dice: Negli ancoranti chimici a base di resine poliesteriche insature l’influenza dell’umidità nel lungo periodo può in media ridurre la resistenza della resina al 60% circa, e in casi limite anche al 30% del valore iniziale. Le resine a base di vinilestere sono chiaramente meno sensibili ai fattori climatici di quelle poliesteriche. La loro resistenza può ridursi in seguito a fattori ambientali (per esempio umidità) del 10% al massimo.
Inoltre:
2. Non pulisci bene il buco, dove il manuale dice: Nei sistemi ad iniezione la riduzione del carico per l’inadeguata pulizia del foro dipende dalla resina e dal suo effetto adesivo. Essa varia da prodotto a prodotto e può arrivare al 60%". E ancora: "La resistenza del tassello è influenzata in maniera decisiva dalla pulizia del foro prima della posa dell’ancorante"

Due errori così, messi insieme e uniti a un po’ di sfiga, possono portare a dei seri problemi.



Un altro aspetto molto attuale e molto preoccupante, riguarda i chiodi messi su roccia poco solida, o venata, che suona vuota; è incredibile constatare quanti ve ne siano e, soprattutto, come abbia potuto chi ha messo il chiodo non accorgersi del problema.


Foto 7. Chiodo su blocco venato.


Foto 8. Dettaglio.

Nei tuoi articoli sei stato uno dei primi a insistere sul fatto che gli ancoraggi chimici sarebbero dovuti essere posti incassati nella roccia, inglobandoli nella resina. Tecnica di messa in posa che, in Francia, era ovvia. Invece da noi quasi tutte le falesie hanno gli occhielli che sporgono dalla roccia. Quanto questo, secondo il tuo parere, incide negativamente sulla sicurezza?
Non è tanto un problema strettamente legato alla sicurezza. E’ che abbiamo visto che i chiodi ben incassati abbinati a resine adatte non hanno mai dato problemi. Come ho detto, non ho mai visto un resinato messo a regola d’arte comportarsi in modo anomalo.
Tu prova a togliere un Cosiroc ben messo con la resina Sikadur31: o ti si rompe il martello, o il braccio, o la roccia, ma il chiodo non lo smuovi!
I problemi che io riscontrato erano sempre dovuti a chiodi messi male e resina non adatta. Come a dire: esiste una tecnica affidabile suffragata da decenni di esperienza e da migliaia di chiodi che non hanno mai, in nessun caso, dato problemi, e questa tecnica prevede l’incasso del chiodo e l’utilizzo resina adatta, oltre ovviamente a tutti gli altri accorgimenti tecnici. Dove questi due aspetti fondamentali non vengono rispettati, si apre la strada a successivi problemi.


Foto 9. Resinato correttamente "incassato"; il moschettone lavora perfettamente.


Foto 10. Resinato "storico" alla Loubière.

Attualmente, in Italia, non esiste una scuola di chiodatura ed i nuovi chiodatori spesso, imparano fai da te, sovente dando vita a lavori poco professionali. Qual è, secondo te, il miglior percorso per "imparare l'arte" e cosa auspichi per il futuro?
Considerando le caratteristiche delle vie d’arrampicata sportiva di oggi, consiglierei a chi volesse iniziare a chiodare di farsi aiutare, almeno nella prima fase, da un chiodatore esperto e di fiducia. Sono ormai talmente tante le cose da sapere che un po’ di scuola mi sembra indispensabile.
In un chiodatore è fondamentale la base tecnica, senza la quale non si va da nessuna parte, ma ciò che fa la differenza è la sua capacità di creare delle belle vie, e questo è un aspetto che va al di là delle nozioni tecniche, e forse anche al di là di ciò che si può insegnare.
E’ fondamentale quindi fare una distinzione tra gli aspetti tecnici e gli aspetti estetici, direi "artistici" del lavoro. Gli aspetti tecnici si possono, e forse si devono, insegnare. Per impararli è necessaria la solita dose di "buona volontà", di impegno. Per gli aspetti estetici, artistici, invece il discorso cambia radicalmente. Come tirare fuori delle belle vie è un qualcosa che difficilmente può essere insegnato, e quindi imparato, con sistemi standardizzati. In questo caso, la figura di un "maestro" è probabilmente un qualcosa di insostituibile; una persona che sappia unire in sé gli aspetti tecnici con quelli artistici e che sappia, attraverso il proprio esempio, comunicare e trasferire ad altri le proprie conoscenze.


Foto 11. Ah! che bello moschettonare… Flavio Sapia, personalità di spicco nel campo dell’insegnamento dell’alpinismo e dell’arrampicata. Una figura insostituibile nelle attività didattiche del CAI di Sanremo.

Si è parlato varie volte, in Italia, di stilare delle regole univoche per la chiodatura in falesia. Ma ci si è sempre scontrati con opinioni molto differenti che nascevano da una visione talvolta diversa della stessa attività. Secondo te si può, ed è necessario, provare a imporre delle regole?
Sono di grande utilità delle regole tecniche "ufficiali" sui materiali e sul loro corretto utilizzo, basate su test, anche se poi è solo attraverso l’esperienza che si potrà sapere fino a che punto i test di laboratorio soddisfano anche le esigenze reali dell’arrampicata su roccia.
Per il resto, quindi per gli aspetti estetici ed etici, si può provare a ragionare su certi aspetti fondamentali, i quali potrebbero essere condivisi da molte persone, anche di cultura differente. Si potrebbero per esempio seguire dei criteri condivisibili senza troppa difficoltà un po’ da tutti, quali ad esempio che non si chioda, indipendentemente dalla "stile" che si vuole dare alla via, con il rischio di volo a terra, o che non si attrezza in modo indifferenziato ogni porzione di parete senza rispettare lo spazio "vitale" tra una via e l’altra.
Bisogna però fare attenzione a non andare oltre a indicazioni fondamentali, indicazioni che possono essere condivise sia in maniera razionale che dal punto di vista estetico, senza entrare quindi in quei dettagli che sono di competenza esclusiva del "carattere" vero e proprio della via, il quale sarà legato, in relazione, al chiodatore, in quanto persona, e non dovrà essere inibito da regole stabilite a priori.
Imporre regole rigide stabilite grazie ad esperienze passare ostacolerebbe la possibilità di cambiamenti, sia di miglioramenti nelle tecniche, ma soprattutto di evoluzione dell’arrampicata stessa. Nessuno può sapere, oggi, quali saranno le possibilità di domani; come ogni altro aspetto della vita, anche l’arrampicata ha bisogno della libertà di poter cambiare.

Secondo te una meta molto frequentata, come può essere anche Albenga dove hai contribuito attivamente al suo sviluppo, dovrebbe avere una chiodatura che rispetta certi standard o va preservata una certa diversità e caratterialità delle varie falesie, anche facenti parte dello stesso comprensorio?
Finalmente una domanda sulla quale non ho troppi dubbi che mi tormentano! Va sempre rispettata una certa diversità. Ripeto: va sempre rispettata una certa diversità.
Ma bisogna anche ricordarsi della distanza che separa le esigenze tecniche, legate alla sicurezza del materiale da utilizzare, dalle esigenze estetiche, di creatività, di libertà, che poi sono il nucleo stesso dell’arrampicata su roccia. Quindi, potrei dire: materiale sicuro, sempre, ma stili d’arrampicata differenti, sempre.
Forse, è proprio questa pluralità di stili, di situazioni, uno degli aspetti più importanti dell’arrampicata su roccia. E forse è a questa pluralità che è legato il concetto stesso di sicurezza, poiché la pluralità di situazioni richiede, di per sé, la capacità da parte degli scalatori di sapere riconoscere e affrontare le caratteristiche implicite di ogni singola via di roccia, di ogni singolo passaggio.
La via d’arrampicata su roccia è e deve restare un qualcosa di intrinsecamente pericoloso, che si può affrontare solamente grazie al fatto di sapersi prendere le proprie responsabilità davanti alla parete che vuole affrontare.


Foto 11. Qui sono su "L’angolo dei poeti", al settore destro della Rocca Garda, Albenga. L’ho attrezzata con tasselli meccanici, come le altre 4 vie del settore.

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