Riscoprendo Dulcis in Fundo al Corno D'Aquilio sopra la Val d'Adige
Molti sostengono che una via d'arrampicata può essere considerata un'opera d'arte. E di primo acchito mi troverei d'accordo: pensando ad alcune linee mi sembra talmente grandiosa l'intuizione e la realizzazione di quella che in principio è solo un'idea, una scommessa... Poi una più attenta riflessione mi fa pensare che la via era già lì. Era ed è solo roccia inerme. E quel che rimane è un percorso, qualcosa di immateriale. Può essere più o meno attrezzato, ma le cianfrusaglie infisse hanno ben poco a che vedere con la qualità della via. Sono comunemente considerate capolavori sia linee "clean" che linee ben attrezzate. Ad ogni modo quella via era già lì, come una grotta per gli speleologi.
La via però può incontrare il nostro gusto in molti modi: facendoci fare dei movimenti emozionanti nel vuoto, ingaggiandoci mentalmente, spaventandoci, esaltandoci, stupendoci, sfinendoci.
Forse sono queste emozioni, molto intense, a farci pensare di essere di fronte ad un’opera d'arte. Ma una statua prima di essere scolpita non c'era. Invece la via era già là, andava solo concepita e percorsa, non "realizzata". Nella fase preliminare di apertura, ma anche nella ripetizione, entrano in gioco diversi fattori e tra questi gioca un ruolo di primo piano il luogo, la parete: magari una parete famosa ed elogiata sui libri o sul web. Oppure, come nel caso della storia che racconterò, una parete sulle montagne di casa, montagne che esercitano sempre un'attrazione potentissima.
La via Dulcis in fundo percorre un evidente spigolone grigio sul Corno D'Aquilio. Il Corno è una montagna con due facce: quella solare che guarda ad oriente dai profili dolci, malghe e pascoli, alberi secolari e culture antiche. E poi una faccia ombrosa, aspra e verticale le cui pareti sono state esplorate solo in piccola parte: "orizzontalmente" dalla visionaria Cengia Bettio-Tedeschi e "verticalmente" da varie generazioni di arrampicatori. Dalle prime esplorazioni di Eugenio Cipriani alle recentissime vie di Walter Polidori & Co.
Per molti anni l'unica via conosciuta e recensita su qualche pubblicazione era Dulcis in fundo: la cosa mi aveva incuriosito e, come sempre con le cosiddette "vie di ricerca" (vie neglette, potenzialmente da riscoprire, molto spesso da archiviare), avevo cercato info in giro. Sembrava che i ripetitori fossero pochissimi, per giunta con giudizi assai differenti sulla qualità della via. Emanuele Menegardi, Beppe Prati, Lorenzo D'Addario, Marco Heltai sostenevano fosse molto bella. Beppe Vidali invece la definiva pericolosa. Ma spesso i giudizi in questo ambito non convergono e la mia curiosità non faceva che aumentare.
C’era anche un ulteriore ostacolo: sulla via, anni or sono, era accaduto un grave incidente sulla parte sommitale. Da allora la via aveva un’aura negativa e le persone a cui proponevo di buttare un occhio puntualmente avanzavano una controproposta.
La situazione si sblocca quando, in palestra, conosco uno degli apritori della via: Alberico Mangano. Alberico è una Guida Alpina e un vero montanaro. Uno che silenziosamente ha tracciato moltissime vie di roccia e di ghiaccio che oggi sono superclassiche: le linee di ghiaccio come la trilogia di goulotte sulla Torre Innerkofler, le King Line di Castel Presina, le vie nuove nel selvaggio Vallon delle Lede, senza dimenticare un po' di sano alpinismo invernale come sulla Via dei Vallarseri sulla Torre Sprit.
Dulcis in Fundo l'ha aperta nel 1996 con più persone tra cui un giovanissimo Nicola Tondini che già allora aveva le ventose sui polpastrelli e riuscì a liberare il tiro chiave di 7b+.
La via era originariamente aperta con pochissimi spit ed aveva un carattere spiccatamente alpinistico. Poi un giorno, colpo di scena, Alberico mi scrive: "L'ho richiodata tutta, è super". Fantastico!
Ci diciamo che sarebbe bello andare insieme. E ci proviamo e riproviamo ma gli impegni non coincidono. Con il suo via libera faccio un tentativo con Emanuele Didone, in arte Didanueva, giovane e forte alpinista nonché raffinatissimo risuolatore: questa giornata è stata un completo fallimento. Per arrivare alla parete sbagliamo l'avvicinamento. La parete è fradicia, dietrofront e alla macchina ci troviamo decine di aracnidi attaccati alla pelle, tra zecche e trombicule.
Gli astri si incrociano il 18 ottobre. Siamo io, Alberico e Davide Danzi, brillante ricercatore, grande amico e compagno di avventure. A detta sua sempre fuori forma, mentre alla fine è sempre una bestia.
Con l'avvicinamento, ora ben segnalato con bolli rossi, e le indicazioni di Alberico tutto è più semplice, niente bestiacce e in poco più di un'ora siamo all'attacco. È una splendida giornata autunnale e chiacchieriamo senza sosta in una gradevole atmosfera di sintonia. Davide ed io siamo felici di percorrere Dulcis con l'apritore che a sua volta sembra essere molto contento di essere lì con noi per collaudare la nuova veste della via. Inoltre Alberico ci dice di aver piantato parecchi spit e che ora la via risulta fruibile e sicura.
Decidiamo di dividere la via in tre parti: parte Davide, proseguo io e Alberico fa la parte finale. Davide dà il via alle danze e il primo tiro è, come già preannunciato da Alberico, agghiacciante: arrampicata vegeto-minerale con brevi sezioni delicate su roccia svasa. Segue il chiave: una cannonata di 7b+ su roccia nucleare, spit misto chiodi e friend. Davide cade quasi alla fine e rieccheggia in Val D'adige il suo tradizionale urlo: "Debole!!!". Io, seppur dispiaciuto, sgnignazzo per la solita severa autodisciplina. Segue una sezione impegnativa di 6b e poi tocca a me per un traversone nel vuoto di 6c. Alberico mi dice che è l'unico tratto non restaurato, ma che posso contare su due spit piantati a mano e qualche chiodo. Parto "tranquillissimo"!
Come spesso accade, fatto il primo movimento il tiro scorre fluido, stupendo. Ne seguono altri da antologia, tra placche tecniche e diedri sospesi. Poi prende il comando Alberico che scala silenzioso, calmo e preciso come un chirurgo. Qualche breve trasferimento non intacca la bellezza della parte sommitale, anzi in una via di questo tipo è parte del gioco. Anche questi tiri alti non ti mollano mai e la roccia è a tratti strepitosa, a tratti meno. Sul nuovo libro di via scriviamo: "aspra ma stupenda via alpinistico-sportiva".
Una giornata indimenticabile, con persone speciali, su una via speciale, in un posto speciale. Una montagna dietro casa, ma selvaggia più che mai.
Gli aspiranti ripetitori partano con una buona dose di cazzimma: molti passaggi sono obbligatori, i gradi non sono regalati, la roccia è tendenzialmente ottima ma con sezioni ancora da ripulire e qualche breve tratto vegetato non manca, il luogo è "potente". Certamente senza i numerosi spit aggiunti di recente doveva essere una bella gatta da pelare!
La via è là e quel che mi rimane è il ricordo di tutta una vicenda bellissima. E, dulcis in fundo, il lusso di poter indicare lo spigolone sbandando sulla Brennero, e dire a chi mi è seduto accanto: "Là c'è una vietta gagliarda, una piccola opera d'arte!"
Si ringrazia Salewa per il supporto.
L'articolo originale è stato pubblicato da RockBook di APS Arrampicata Verona nel febbraio 2026



































