Pecá Mortal in Marmolada di Federico Dell’Antone e Elia Schena
Appena rientrati dal Verdon ci balza subito in mente un’idea: aprire una via lunga, tecnica, fatta di spalmi, nello stile delle grandi pareti francesi. Da tempo avevo adocchiato quella fascia di roccia, ancora inesplorata. Chissà quanti arrampicatori, salendo con il primo troncone della funivia verso il Banch, avranno posato lo sguardo su quella linea senza mai immaginare che un giorno sarebbe diventata una via.
Così, il 4 aprile 2026, diamo inizio a questo lungo cantiere. Fin da subito decidiamo di seguire ciò che la parete ci offre, senza mai forzare la linea: il criterio è semplice, cercare il percorso più logico ma anche il più bello.
Il primo tiro si presenta già impegnativo, tra piccoli buchi affilati. Dal secondo tiro capiamo subito quale sarà il carattere della via: arrampicata tecnica su roccia compatta, dove la precisione dei piedi e la capacità di fidarsi degli spalmi diventano fondamentali.
Proprio quel primo giorno, mentre noi eravamo appesi ai cliff a chiodare, in Marmolada si svolgeva la Sbrisèda, la storica manifestazione con gli sci di legno. Più di una volta ci siamo chiesti se non fosse stato meglio essere a festeggiare con gli amici, invece di tremare appesi ai cliff… soprattutto dopo che Elia ha collezionato i suoi primi voli con cliff proprio sul secondo tiro.
Nei giorni successivi il lavoro procede con regolarità. Inizialmente completiamo i primi tre tiri. Dal secondo giorno decidiamo di portare una corda statica, così da evitare ogni volta di dover risalire arrampicando i tiri già chiodati. È una scelta che si rivelerà preziosissima. Il secondo giorno completiamo il quarto e il quinto tiro, mentre il terzo giorno aggiungiamo il sesto e il settimo.
Per il quarto giorno decidiamo di fare le cose in grande e portiamo una statica da ben 200 metri. Un peso enorme. Riusciremo davvero a trasportare tutto quel materiale? In nostro aiuto arriva l’amico Andrea Dal Magro, per tutti From Thin, che si offre volontario per il lavoro più duro: portarci gran parte dell’attrezzatura.
Quel giorno completiamo l’ottavo e il nono tiro. Sul nono arrivo in sosta completamente distrutto. I punti dove poter utilizzare i cliff sono pochissimi e spesso sono costretto a tenermi agli appigli con una mano mentre con l’altra foro e piazzo gli spit. Poco dopo arriva Andrea, tranquillo come se nulla fosse, risalendo la statica con le jumar. Dal suo zaino estrae una mozzarella da dividere tutti insieme: probabilmente uno degli alimenti meno adatti da portare in parete. Io, talmente stanco, non riesco nemmeno a mangiare.
Il quinto giorno completiamo il decimo, undicesimo e dodicesimo tiro. Il sesto giorno aggiungiamo il tredicesimo, il quattordicesimo e il quindicesimo.
Fin dal primo giorno c’era uno dei grandi interrogativi della via: il famigerato “Scudo Grigio”. Sarebbe stato possibile superare quella liscia distesa di roccia? Arrivati sotto il quattordicesimo tiro ci fermiamo a lungo a osservare. Dopo parecchie riflessioni decidiamo di rinunciare ad attraversarlo, scegliendo invece una linea più a destra. Attraversare lo scudo avrebbe significato forzare troppo la linea, mentre fino a quel punto la via era risultata incredibilmente naturale e omogenea.
Il settimo giorno le previsioni meteo non sono incoraggianti. Dovrebbe reggere fino al primo pomeriggio. Già alla base della parete iniziano a cadere le prime gocce. Decidiamo comunque di risalire le statiche almeno per portare all’ultima sosta un’ulteriore corda, prestataci da un amico. Nonostante il poco lavoro svolto quel giorno, torniamo a casa felici come sempre. Nemmeno il maltempo è riuscito a spegnere il nostro entusiasmo.
L’ottavo giorno Elia completa finalmente il sedicesimo tiro. Quello stesso tiro, iniziato sotto il diluvio la volta precedente, si rivela tutt’altro che banale. Raggiungiamo così la grande cengia posta sotto il pilastro finale. Un tiro di trasferimento conduce alla base dell’ultimo bastione. Da lì chiodiamo due splendide lunghezze: la prima segue un magnifico diedro, la seconda si sviluppa lunga su una roccia semplicemente eccezionale. Ma anche questa volta non riusciamo a raggiungere la cima.
Così arriva il nono e ultimo giorno. Convinti che sarà l’assalto finale, chiediamo nuovamente aiuto ad Andrea “From Thin”, che si offre ancora una volta di accompagnarci per recuperare tutte le corde statiche — una da 200 metri, una da 100 e tre da 60 metri — oltre ad aiutarci nella conclusione dei lavori.
Con grande soddisfazione completiamo gli ultimi tre tiri, fortunatamente non troppo impegnativi, e raggiungiamo finalmente la cima delle Pale de i Menin al Banch de l Gigio, proprio accanto all’arrivo del primo troncone della funivia. L’emozione è enorme. Lasciamo un libro di vetta, ben protetto, all’attacco dell’ultimo tiro. Poi, con una lunga serie di corde doppie, recuperiamo tutte le corde fisse e torniamo finalmente alla base della parete. Si conclude così una grande avventura, fatta di fatica, entusiasmo e soprattutto di una splendida amicizia. Nasce così Pecà Mortal, chiodata tutta in alternata dal basso.
Mancava ancora un ultimo tassello: la libera. A inizio luglio torniamo motivatissimi e riusciamo a salire in libera tutta la via, coronando il progetto nel modo più bello. Scendiamo quindi a piedi fino alla macchina, felici di festeggiare quella che, per noi, sarà sempre una via speciale della Marmolada.
Nonostante le innumerevoli ore trascorse appesi alla parete, con pochissima acqua e quasi sempre senza mangiare, una cosa non è mai mancata: i festeggiamenti. Karaoke sfrenati, aperitivi interminabili e serate che finivano puntualmente a notte fonda. Perché una via così non si costruisce soltanto con trapano e spit, ma anche con tante risate, amicizia e una buona dose di follia.
- Federico Dell’Antone, Sottoguda















































