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Francesco Primus scala con l’ultimo sole alle Placche di Bugni, mentre il fronte di tempesta risale la Valle dell’Orco.
Fotografia di Paolo Seimandi
Valentina Saggese su 'Tell Me More', alle Placche di Bugni - Piantonetto, Valle dell’Orco.
Fotografia di Paolo Seimandi
Emanuel Bracco sullo scudo di 'People of the Sun', alle Placche di Bugni - Piantonetto, Valle dell’Orco.
Fotografia di Paolo Seimandi
Le Placche di Bugni e il Becco M. della Tribolazione, visti da Locana - Valle dell’Orco.
Fotografia di Paolo Seimandi

Le Placche di Bugni in Piantonetto, Valle dell’Orco

di

Paolo Seimandi presenta l'arrampicata alle Placche di Bugni in Piantonetto, Valle dell’Orco. Una falesia scoperta negli anni '80 da Roberto Perucca e da altri arrampicatori Canavesani dell’epoca, recentemente richiodata e valorizzata con nuove vie da Seimandi ed Emanuel Bracco.

È dagli anni ‘70 che gli arrampicatori paragonano la Valle dell’Orco alla Yosemite Valley. Le differenze sono tali e tante che a volte ho trovato il confronto un po’ forzato, ma se si mettono da parte le scale di misura e ci si lascia trasportare dall’immaginazione, allora il gioco può essere divertente. Così, mentre chi sogna le fessure di Free Rider andrebbe indirizzato al Caporal, chi volesse sperimentare la scalata sugli “knobs” di Tuolumne Meadows dovrebbe visitare le placche di Bugni. Questi scivoli di gneiss sono ricoperti di cristalli così grandi da permettere la scalata su muri che altrimenti sarebbero estremi.

Come accadde per molte altre strutture di media Valle scoperte nei primi anni ‘80, il primo a mettervi mano fu Roberto Perucca. Le prime vie della falesia sono sue e di altri arrampicatori Canavesani dell’epoca. Purtroppo, le informazioni disponibili, anche riguardo gli interventi più recenti, sono vaghe e frammentarie e non è stato possibile ricostruire la storia della falesia in modo attendibile.

Iniziai a frequentare “i Bugni” nei primi anni 2000, quando in Valle le placche erano forse più gettonate delle fessure e a turbare i nostri sonni ci pensava Manlio Motto, con i suoi obbligatori. Tornai ancora nel 2010, accompagnando Maurizio Oviglia durante la redazione della sua ultima guida (Valle dell’Orco - ed. Versante Sud), a cui collaboravo anche io. A quel tempo le vie di Bugni non avevano nemmeno un nome e fu proprio in occasione di quel progetto che mi venne chiesto di indagare. Dalle ricerche risultò che di nomi non ne fossero mai stati dati, così, per evitare uno sterile elenco numerico, pensai a qualcosa che potesse rendere omaggio a Roberto. Memore dei numerosi riferimenti ai Pink Floyd nelle sue aperture, proposi di chiamare i tiri come le tracce del loro primo album studio - The Piper At The Gates Of Dawn - e l’autore accolse la proposta.

La scorsa primavera, di ritorno da alcune esplorazioni con Emanuel Bracco, ci capitò di traversare sotto la falesia e di fermarci qualche minuto all’ombra dei castagni. Non passavo di lì da molto tempo ma evitai accuratamente la parentesi amarcord, limitandomi a far notare la particolarità della roccia e il potenziale del luogo. Emanuel mostrò subito un certo interesse e ne rimasi sorpreso, perché quelle placconate, per inclinazione e difficoltà, non rappresentavano certo la sua falesia tipo.

Un paio di settimane più tardi buttammo giù le statiche dalla cima della parete, per calarci e analizzare meglio la situazione. A parte l’aggiunta di qualche tassello lungo i tiri, ci sembrò evidente che il cambiamento più significativo avvenuto nell’ultimo decennio fosse stato l’avanzata della vegetazione. Sarebbe facile dire che la falesia era caduta nell’oblio, ma chi conosce queste rocce sa che un’epoca d’oro non l’avevano mai avuta. Escluse sporadiche visite di aficionados locali e di qualche forestiero capitato per caso in giornate di meteo incerta, sotto questi castagni non c’era mai stata ressa. Questo è probabilmente dovuto alla chiodatura poco omogena e alla tipologia di scalata, decisamente lontana dal trend degli ultimi decenni.

A nostro modo di vedere la falesia era effettivamente interessante, così come lo erano le possibilità di nuove aperture. Di contro, per sfruttarne a pieno il potenziale, era necessario un intervento massivo di pulizia della roccia, a tratti letteralmente ricoperta dal muschio e intasata di terra e radici. Anche la chiodatura andava completamente rivista: il materiale originale era obsoleto, ma anche le parziali richiodature successive si presentavano in cattivo stato. L’abbinamento di materiali diversi (tasselli zincati con piastrine inox) aveva innescato processi corrosivi tali da rendere più fragili i recenti tasselli da 10mm dei vecchi “spitrock” da 8mm! Inoltre, le linee originali non erano sempre evidenti, ma si perdevano in un dedalo di piastrine artigianali non facile da decifrare, cui si aggiungevano anche alcune soste fuori via.

Dopo aver fatto tutte le valutazioni del caso e aver condiviso i nostri propositi con i locali, sono iniziati i lavori. Una volta ripulita la parete, siamo passati alla rimozione del materiale in loco. Oltre a smontare soste e piastrine, abbiamo asportato la parte esterna dei tasselli riuscendo in questo modo a sigillarne i fori con resina epossidica. L’operazione è stata abbastanza complessa, ma ci ha permesso di contenere l’impatto estetico dell’intervento e di ripristinare porzioni di parete crivellate da ferri rugginosi. La nuova chiodatura ha mantenuto il carattere di quella originale, che prevedeva passaggi obbligatori, ma è stata resa più omogenea, specie sulle vie facili. L’operazione è avvenuta dall’alto, ma il posizionamento degli ancoraggi è stato rivisto scalando tutte le vie dal basso. Alcune soste, particolarmente scomode, sono state riposizionate in prossimità di gradini naturali portati alla luce durante la pulizia.

Per quanto riguarda le nuove aperture, oltre a diverse nuove linee in placca e lungo sistemi di fessure, la novità più interessante è certamente lo scudo del settore destro. Su questo bellissimo muro aggettante - mai salito prima - sono nate tre vie di alta difficoltà, che si aggiungono alla sostanziosa offerta di tiri facili e medi già presenti. Due di queste vie sono già state liberate da Emanuel e per qualità della roccia e dei movimenti non hanno nulla da invidiare ad altre sulle strutture più blasonate della Valle. Infine, vale la pena di ricordare che abbiamo strappato alla vegetazione anche due nuove e facili fessure - volutamente non chiodate - che costituiscono delle varianti naturali ad altre vie, con cui condividono le soste. Queste poche linee “clean” non alterano il DNA sportivo della falesia, ma aggiungono una possibilità di facile accesso per chi muove i primi passi con le protezioni mobili.

Con questo intervento abbiamo cercato di valorizzare quelle che a nostro giudizio erano le linee logiche della falesia, lasciando comunque sufficiente respiro tra una via e l’altra. I lavori sono stati eseguiti da Emanuel Bracco e Paolo Seimandi, tra maggio e ottobre del 2021. Al progetto hanno contribuito Alice Bracco, Francesco Primus e Andrea Michelotti, che ha anche reperito i fondi per coprire le spese di chiodatura.

Ricordiamo che la falesia rientra nei confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso e che si trova su terreni privati. Il bosco alla base è pulito e ben curato. Il libero accesso alla falesia è strettamente vincolato al rispetto della tranquillità e della pulizia del luogo.  Buone scalate.

La falesia è stata chiodata con materiale FIXE.

di Paolo Seimandi

SCHEDA: Le Placche di Bugni a Piantonetto, Valle dell'Orco

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