Aperta la via Giulio Regeni al Monte Garda in Val di Gresta
Partivamo dai pressi di Maso Naranch, quello dove si è sposato Ondra, in quelle fredde mattine d’autunno in cui l’aria gelida aveva già capito tutto e noi no. Sacconi troppo pesanti per la nostra dignità: dentro c’erano chiodi artigianali e dozzine di spezzoni di corda pre-impiombati. Dubbi sparsi come le foglie dei lecci che nascondono le poche tacche buone e le pareti che ci guardavano dall’alto con l’espressione: "Ma davvero siete tornati?".
Lodo, ovviamente, la linea dello spigolo sud del Monte Garda ce l’aveva in testa da mesi. Forse anni. La vedeva persino quando chiudeva gli occhi, tipo screensaver. Io lo seguivo dopo essere stato preso per sfinimento, perché a un certo punto bisogna accettare il proprio destino: se Gaspari decide che quella è la linea, amen, è la linea.
L’avvicinamento era sempre la stessa tiritera: sassi, terra, sassi, lecci impenetrabili tipo cler del kebabbaro. Un sentiero, o meglio, l’ex trincea della seconda linea austroungarica, che ti obbligava a ripensare alla scelta sbagliata di attività ludica del fine settimana. Ma poi compariva l’attacco della via e, incredibilmente, ricominciava quella strana follia che ci spingeva a salirci sopra invece di tornare al bar La Prua di S. Ambrogio come le persone normali, a mangiarci un maritozzo con doppia crema anziché star lì a prender freddo.
Aprire dal basso le vie a bassa quota richiede la solita miscela letale di ottimismo immotivato misto incoscienza. La roccia nera dei primi tiri? Una specie di lastra cotta al vapore che ti diceva: "Sì, sali pure, ma poi non lamentarti". Le placche che da lontano sembravano lavorate? Plot twist: non lo erano per nulla, ma a noi, le placche ci basta "che respirino". Le fessure da friend? Ovviamente prendevano sempre e solo quelli che non avevamo messo nella rack.
Ci fermavamo spesso a guardarci come due che hanno appena perso il vaporetto per S. Marco ma non vogliono ammetterlo. Poi Lodovico, quando toccava a lui tirare da primo, se ne veniva fuori con una delle sue osservazioni tecniche d’altissima scuola Val d’Adige anni ’90, tipo: "Sicuramente si va di là", indicando il punto opposto di dove sarei andato io. Ma alla fine aveva ragione, e si ricominciava a ridere invece di piangere. Un classico.
Intanto salivamo tiro dopo tiro, in alternata, come se facessimo zapping tra due serie TV che speri migliorino ma restano sempre sullo stesso piano narrativo: lento, ma tutto sommato coinvolgente. La roccia però migliorava davvero: diventava chiara, compatta, quasi incoraggiante. Le cenge rompevano l’arrampicata "ritmica" del buon vecchio Grill, ma noi ci dicevamo che una via senza interruzioni è troppo mainstream. Passando di qua e di là, navigando a vista, alla fine lo spigolo tornava sempre a farsi vedere, tipo mascotte ufficiale della salita.
Poi arrivavano gli "highlight della puntata": la fessura larga che finalmente accettava il friend grigio, quello più grande nella bandoliera, come un portiere rassegnato che lascia entrare un conoscente. Poi la prua del tredicesimo tiro, questa volta non il bar, che io segretamente chiamavo il Tau, per la forma a croce francescana, era davvero bella da scalare. Sì, lo ammetto senza ironia: succede anche questo, di trovare ogni tanto roccia bella, senza avere la fissa di cercare a tutti i costi il calcare più stratosferico, al costo di incrociare anche la propria dignità..mi fermo altrimenti divago. E poi l’ultimo tratto, dove la parete mollava la presa e il bosco poco più su sembrava dire: "Dai, finiamola qui". Ma invece era solo un miraggio e così per sedici, dico se-di-ci, tiri di corda.
Quando finalmente siamo arrivati in cima non sono esplosi i fuochi d’artificio: semmai le nocche delle nostre mani, prese tra disgaggio e martellate mancate sui chiodi. Non è partita nessuna sigla, tantomeno i cori angelici. Solo due tipi un po’ stralunati seduti su una roccia all’imbrunire che si dicono: "Beh, dai è finita… lo vuoi un Sambuca"?
E ogni volta che guardavamo lo spigolo dalla piana ormai rinsecchita dell’ex lago di Loppio, sulla via del ritorno alla luce delle frontali, avevamo quella strana sensazione che la parete stessa custodisse il nostro pensiero. Solo roccia, vento e una memoria, importante, che non doveva essere dimenticata nel rumore della vita frenetica, quella di Giulio Regeni ricercatore, connazionale, barbaramente ucciso in Egitto.
Niente trombe, niente luci sparate in faccia, si torna alla Prua di S. Ambrogio per una birra e una pizza, perché siamo pur sempre umani… orgogliosamente rocciatori della domenica.
- Manuel Leorato, Verona




































