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La gente di pianura pensa che non ci sia nulla di speciale ad essere una pecora. Ti svegli, e sei letteralmente circondata dal tuo cibo. Ti alzi pigramente in piedi, e tutto quello che devi fare è brucare qua e là, pascolando in cerca delle erbe migliori che la montagna abbia da offrire
Fotografia di Matteo Mocellin / Storyteller-Labs
Soprattutto, le pecore non sprecano tempo e aria in cerca di parole complicate per farsi più belle o più intelligenti.
Fotografia di Matteo Mocellin / Storyteller-Labs
La vita dei pastori è radicalmente diversa da quella a cui siamo abituati, ma non per questo meno degna di essere vissuta.
Fotografia di Matteo Mocellin / Storyteller-Labs
Pastori: Quello che so è che io e le mie pecore non abbiamo molto, ma ciononostante non ci manca niente. Abbiamo giornate di luce così affilata che le montagne sembrano una coltellata nel cielo. Abbiamo il privilegio di vedere l’ultima neve che se ne va, ed il verde che ritorna nei prati, un filo alla volta. Abbiamo un mondo piccolissimo, eppure senza confini. Che ne sa, la gente di pianura, dei rododendri in fiamme al tramonto?
Fotografia di Matteo Mocellin / Storyteller-Labs
PORTFOLIO / gallery Portfolio: Custodi del Silenzio

Custodi del Silenzio

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Una riflessione e una storia di Giovanni Spitale che riesce ad interpretare anche questi nostri giorni.

La vita dei pastori è radicalmente diversa da quella a cui siamo abituati, ma non per questo meno degna di essere vissuta.

Essere una pecora
La gente di pianura pensa che non ci sia nulla di speciale ad essere una pecora. Ti svegli, e sei letteralmente circondata dal tuo cibo. Ti alzi pigramente in piedi, e tutto quello che devi fare è brucare qua e là, pascolando in cerca delle erbe migliori che la montagna abbia da offrire. Quando è troppo caldo cerchi uno scampolo d’ombra, sotto un albero o dietro un sasso. Quando è troppo freddo, beh, hai la tua lana addosso, e quindi non è un problema. Se piove la prendi, aspetti che torni il sole, ti asciughi le ossa, ricominci a brucare.

La gente di pianura
La gente di pianura non sa proprio nulla, delle pecore. Ho conosciuto molte pecore, nel corso della mia vita: ognuna aveva il suo carattere, il suo nome, forse anche la sua anima. Ma sono un uomo semplice, non ne so tanto di cose complicate come le anime, e nemmeno mi interessano molto. Io ci sto bene, con le pecore: sono animali dolcissimi, intelligenti, delicati.

Soprattutto, le pecore non sprecano tempo e aria in cerca di parole complicate per farsi più belle o più intelligenti.

La vita, prima
Stavo anch’io in pianura, una volta. Una vita normale, come quella di tanti. Un lavoro normale, dalle otto e mezza alle cinque, ogni tanto alle sei, quando c’era da fare gli straordinari.

Amici non ne ho mai avuti tanti. Ci ho provato, ma non ho mai capito bene come funzionino gli esseri umani. Non ho mai capito come si possa passare le sere a guardare gente che tira calci a una palla, quando puoi passarle a scrutare il corso delle stelle, cercando di contarne ogni notte una di più. Non ho mai capito perché discutere, quando c’è così tanto da ascoltare. Dicevano che sono strano, e li ho lasciati dire. Alla fine, quando il Burian ulula nelle valli, le chiacchiere degli uomini non si sentono più di tanto.

Un giorno sono partito
Un giorno ho deciso che era ora. Non so cosa sia stato. Forse la luce sulle montagne, lontano, a nord. Forse il fatto che la vita è una sola, e devi vivere la tua, non quella che qualcun altro pensa che dovresti vivere. Sono partito per le stelle da contare, per l’erba da annusare, per i sassi da consumare a passi lenti. Sono partito per il silenzio.

La vita che voglio vivere
Se vivo la vita che voglio vivere, io questo non lo so. Una storia si giudica dalla fine; sono vecchio, ma ho ancora qualche stagione da passare in alpeggio, e ancora qualche transumanza per consumarmi gli scarponi e i piedi. Ho sempre diffidato da quelli che avevano tutte le risposte, che volevano spiegarti la vita come se sapessero tutto loro. Il buon Dio ci ha dato due orecchie e una bocca sola per ascoltare il doppio di quello che parliamo, dicono.

Quello che so è che io e le mie pecore non abbiamo molto, ma ciononostante non ci manca niente. Abbiamo giornate di luce così affilata che le montagne sembrano una coltellata nel cielo. Abbiamo il privilegio di vedere l’ultima neve che se ne va, ed il verde che ritorna nei prati, un filo alla volta. Abbiamo un mondo piccolissimo, eppure senza confini. Che ne sa, la gente di pianura, dei rododendri in fiamme al tramonto?

Capire il mondo
Alla fine, forse, la vita è così: puoi correre dietro ai fantasmi di cose che non ti servono, acchiappando solo la tua insoddisfazione e trovandoti sempre più affamato, più perso. Oppure puoi scegliere di avere il tuo tempo, di possederlo per davvero, usarlo per vedere il mondo per davvero. Perché il mondo non è una fotografia: continua a muoversi, come i torrenti che ogni anno cambiano un po’ il loro corso e ogni tanto si mangiano i sentieri. Come puoi capire qualcosa, del mondo, se non lo vedi per davvero?

L’ultima transumanza
Un giorno arriverà il tempo della fine, dell’ultima transumanza. Quello è il giorno, io credo, in cui tutti sono da soli.

Non lo so se ci sia qualcosa che ci aspetta, dopo. Una stalla per l’inverno, oppure un altro pascolo, chi lo sa. Però so che lascerò il bastone, il cappello, lo zaino e anche gli scarponi, quelli non te li porti dietro di sicuro, nell’ultima transumanza.

Ma se hai passato la vita a raccogliere pezzetti di mondo negli occhi e nella memoria, beh, magari quelli poi vengono con te, e te li tieni per sempre. Sono sicuro di una cosa, però: che il tempo passato in silenzio, a contare le stelle, beh, non è stato tempo sprecato.

Magari le pecore le hanno già capite da un pezzo, queste cose. Forse è per quello che sono animali così pacifici.

Che il mondo segua pure il suo frenetico corso: noi staremo qui, a custodire il tempo ed il silenzio, e i rododendri, le montagne, i torrenti e i prati. A tenere tutto in ordine, perché sono sicuro che ogni essere umano, in cuor suo, ha bisogno di queste cose. È solo che non se lo ricordano.

di Giovanni Spitale

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