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Primo sole sul ghiacciao
Fotografia di Maurizio Oviglia
Kathmandu, "il monaco delle scimmie"
Fotografia di Sara Oviglia
Sulla vetta dello Yalung Ri
Fotografia di Maurizio Oviglia
Una famiglia
Fotografia di Maurizio Oviglia

Valle del Rolwaling in Nepal, una spedizione in famiglia. Di Maurizio Oviglia

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La valle del Rolwaling, il Yalung Ri (5630m) e una spedizione in famiglia e tra amici per godere dell'avventura, del viaggio e del respiro della natura e dell'amicizia. Di Maurizio Oviglia

Tutto cominciò qualche anno fa, quando intervistai l’amico Patrick Gabarrou per una rivista. Di quella chiaccherata, mi aveva colpito particolarmente una frase che riguardava sua figlia Heidi. Ebbene per i 18 anni le aveva regalato un trekking in Nepal, un viaggio da fare insieme a lui in Himalaya! Mi era sembrato un regalo bellissimo e, per un padre alpinista, una fortuna incredibile poter condividere con la figlia un’avventura del genere! Al tempo dell’intervista, la mia figlia maggiore compiva 8 anni e non aveva mai visto la montagna se non da una pista da sci. Allora la cosa più che un sogno mi sembrava un’utopia, considerato poi che viviamo in Sardegna in riva al mare… Tuttavia, non ho mai smesso di crederci!

Nel frattempo Sara è cresciuta e sono arrivate, inevitabilmente, le sue prime arrampicate. Ma sorprendentemente, più che all’arrampicata e alla falesia, si è da subito dimostrata più interessata alla montagna e all’avventura in generale. Così, a 15 anni, è arrivato il suo primo 4000 dove, sulla vetta, se devo dirla tutta, stava ben meglio di me. Quel giorno era la prima volta che calzava i ramponi. Dalla cima del Breithorn Occidentale una cresta di neve affilata portava alla Cima Centrale. Potremmo scendere di qui, le ho detto senza pesare le mie parole coi sentimenti… ma sappi che non dovrai inciampare nei ramponi, non dovrai cadere per nessuna ragione. Se poi dovesse succedere, papà si butterà dall’altra parte, hai capito? Si, ho capito, andiamo… Cosa passi per la testa ad un padre in questi momenti non si può dire. So bene che la mamma non avrebbe approvato… ma sono decisioni che vanno prese senza pensare, d’istinto.

I 18 anni sono arrivati in fretta e così la maturità. Iscriversi subito all’Università, in questi tempi di crisi, non è più una necessità così impellente. Meglio un anno sabbatico dedicato ad imparare l’inglese all’estero. E poi, l’autunno è l’ideale per rispolverare quel vecchio sogno, ricordi?

Così eccoci qui a Kathmandu, con la mamma e due amici, Marco e Valentina, a cui abbiamo proposto di accompagnarci. La nostra meta è la Rolwaling, perché avevo scelto sin da subito di escludere Khumbu e Annapurna. Volevo qualcosa di diverso! Grazie all’amicizia con Chhongba (che avevo conosciuto nel ‘99 al Dhaulagiri), avevamo pianificato di provare a salire un 6000. Una meta ambiziosa per chi vive al mare e non cammina quasi tutto l’anno! Sara e Cecilia fanno arti marziali (!?!), io più che altro cammino negli avvicinamenti alle pareti (?!?), Valentina e Marco hanno scarponi e ramponi nuovi… praticamente si sono preparati un po’ nell’ultimo mese… In poche parole, insomma, non siamo per nulla allenati ma ci proveremo lo stesso!

Chhongba non può venire con noi, dovrà restare a lavorare a Kathmandu, ma ci affida a suo cugino Kancha. Anche se non è fisicamente con noi, l’organizzazione è perfetta e leghiamo subito con gli Sherpa del gruppo e con i Tamang al seguito, gente davvero meravigliosa! La Rolwailing è una valle davvero stupenda: nonostante non sia più come 20 anni fa (per molto tempo è rimasta chiusa, in quanto sacra), è ancora selvaggia e poco frequentata. Incontriamo pochissimi turisti, abbiamo l’impressione di trovarci in un Nepal non ancora invaso dai trekkers. Sono i giorni immediatamente successivi alla terribile bufera dell’Annapurna, quindi c’è ancora molta neve e il pomeriggio le montagne sono completamente avvolte dalla nebbia. Ho il presentimento che non riusciremo proprio a fare nulla! Phurba, lo "sherpa d’alta quota" che dovrebbe venire con noi sulla cima, 24 anni con Everest, Makalu e Cho Oyu nel curriculum, non fa altro che dormire. Ovunque si fermi, si addormenta. Forse si sveglierà sopra i 4000, pensiamo, e infatti… A Na, il campo base a 4200 metri, piantiamo le tende tra gli yak. E’ un posto davvero magico! Alla mattina, quando il cielo è limpido, sei circondato da cime stupende molte delle quali vergini o salite una sola volta e di recente. Tra tutte, troneggia la presenza sacra del Gaurishankar, impossibile anche solo desiderare di salire una montagna così difficile e immensa!

La neve e la meteo mi preoccupano, ma inutile condividere i miei dubbi con gli sherpa. Stranamente, sembra non conoscano bene l’orografia, spesso fanno confusione tra una montagna e l’altra, addirittura scambiano un versante per un altro. E del meteo, semplicemente non se ne preoccupano. Decido che salire il 6000 in programma sarebbe un azzardo per la troppa neve e per la mancanza di traccia e mi accordo per ripiegare sullo Yalung Ri, di 400 metri più basso, una meta a quanto sembrerebbe facile e frequentata. Phurba mi ha detto di aver sentito che qualcuno, nonostante la neve, c’è salito qualche giorno fa. E sembrerebbe proprio l’unica cosa che sia possibile fare. Ok, proviamoci!

Saliamo al campo 1 e piantiamo le tende in un freddo glaciale ed in mezzo alla neve: normalmente ci sono ancora i prati! Ma del resto a 2800 metri avevamo già il piumino…cosa pretendevamo a 5000? Un bel calduccio? Ma a parte i mal di testa di rito ed il fatto di non esserci neanche riposati un giorno, siamo ancora in piedi. Mezz’ora prima del tramonto un portatore, un ragazzino di 17 anni, si sente male. Cecilia è un medico e lo visita, la pressione è normale, sembra solo nausea. Gli fa la prima intramuscolo della sua vita. Trema di freddo e di paura, Cecilia ha l’impressione che si spezzi l’ago della siringa, tanto è tonico il ragazzo! Gli presto i miei guanti, 10 minuti dopo si riprende e gli sherpa lo spediscono a valle, con una frontale in mano… 900 metri di discesa quasi al buio su terreno tutto ghiacciato! Staremo in pena per lui sino a quando non lo rivedremo, pieno di salute, a Na…

Sono le 3 del mattino quando alla luce della frontale ci incamminiamo verso la vetta. Il cielo è stellato, il freddo è paralizzante. L’alba sembra tardare, ma il primo sole sul ghiacciaio, è un momento che ci ricorderemo tutta la vita. Come del resto gli ultimi 300 metri, ripidissimi e con la neve fonda ed il cuore che sembra scoppiarti in gola. Phurba corre avanti ed indietro, come prevedevamo si è svegliato! Resto sbigottito dalla sua abilità e dimestichezza con i ramponi, le piccozze, le manovre di corda! Oramai è finito il tempo in cui noi insegnavamo a loro a fare alpinismo! Ma dimmi piuttosto, sull’Everest hai usato l’ossigeno? Phurba abbassa un po’ lo sguardo e annuisce; "ma fino a 8200 no, sto bene senza!" Sulla vetta siamo tutti e 6 insieme e ci abbracciamo, scende anche qualche lacrima. Perché a volte i sogni si realizzano, e perché in qualche momento qualcuno tra noi ha pensato di non farcela ma ha tenuto duro, dimostrando grande carattere. Che volete farci, siam gente di mare, calcare e ginepro, mica facciamo tutto l’inverno sci-alpinismo! Il panorama è favoloso, dal Manaslu al Langtang, dal Gaurishankar al Cho Oyu. Peccato solo che l’Everest sia coperto dalla cima di fronte! Si sta benissimo qui in vetta, ma dobbiamo tornare, possibilmente interi. Sfiniti, facciamo attenzione a non commettere nessun errore in discesa: vorremmo scendere questa sera direttamente a Na, in modo da perdere quota il più possibile…

Come sempre capita quando si hanno pochi giorni di ferie, in discesa uniamo qualche tappa, dato che non dobbiamo più acclimatarci. Mi arrabbio un po’ con gli sherpa, all’inizio credono che stia scherzando, poi si scusano mille volte. Cerco di fargli capire, in poche parole, che noi non siamo come loro! Dopo 10 giorni di cammino, siam stanchi, perdio! La finiamo in una sonora risata… Alla fine, corri corri, siamo al punto di partenza con tre giorni di anticipo… e ora che si fa? Con Kancha progettiamo dunque una variante, toccando alcuni villaggi dove normalmente i turisti non passano. Siccome le carte sono un po’ vaghe, saremo guidati da alcuni dei portatori Tamang, che lì hanno le loro famiglie. Non essendoci né lodge né spazi adibiti al campeggio, siamo costretti a piantare le tende nei prati delle scuole, a dire il vero piuttosto scarne e fatiscenti. I bambini ci guardano come se fossimo marziani, non hanno mai visto niente di simile, non solo le tende ma nemmeno una macchina fotografica! I maestri ci vengono a dare il benvenuto e si sorprendono molto nell’apprendere che Cecilia è medico e Marco ingegnere: ci sarebbe molto bisogno di voi qui, gli dicono! Rimarranno comunque i giorni più belli e più autentici del nostro viaggio…

Cecilia ha lasciato le medicine del nostro pronto soccorso a Chhongba. Coi nostri soldi, manderà i suoi figli a studiare in India: studiare è importante, ci dice. Ed il resto che rimane dopo aver pagato i Tamang, come sempre, servirà a costruire ponti e ad aiutare la gente del suo villaggio vicino a Namche. Con orgoglio, ci mostra le foto della costruzione del ponte, scattate durante la stagione delle piogge. "Molti" - continua Chhongba – "pensano di venire qui e fare a meno di noi. Ci utilizzano solo per chiedere il permesso al governo, poi vanno da soli. Alcuni, non sappiamo neanche dove siano, non possiamo andarli a prendere se si trovano in difficoltà. Così è capitato all’Annapurna pochi giorni fa… Senza contare che ho rischiato di andare in galera quando un alpinista europeo mi ha chiesto di fargli avere il permesso per un 6000 e poi si è unito ad un gruppo che saliva l’Annapurna. E’ arrivato in vetta, ma in discesa ha avuto un incidente. Siamo andati a prenderlo lo stesso, ma mi hanno telefonato dal Ministero dicendomi: "tu ora hai un grosso problema con noi". Mi volevano chiudere l’agenzia e mettermi in galera! Mentre era in ospedale, abbiamo sequestrato i soldi all’alpinista per poter pagare la multa e tentare di dimostrare che io non ero complice. Il resto l’ho pagato io, l’alpinista ha promesso che me li ridarà… Quindi - dice Chhongba mettendoci al collo la tradizionale collana di fiori - anche se forse avreste potuto fare a meno di noi, sappiate che col vostro viaggio avete aiutato la nostra gente ad avere un futuro migliore". Namastè, Chongba, penso mentre parte l’aereo. Forse ci rivedremo per i 18 anni di Elena, chi lo sa…

Maurizio Oviglia

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