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Un Sogno per Ettore alla Cima delle Gole Larghe nel Gruppo dell’Adamello (Matteo Iacuone, Giuseppe Rocca 12/08/2020)
Fotografia di Matteo Iacuone, Giuseppe Rocca
Giuseppe Rocca durante l'apertura di Un Sogno per Ettore alla Cima delle Gole Larghe nel Gruppo dell’Adamello (Matteo Iacuone, Giuseppe Rocca 12/08/2020)
Fotografia di Matteo Iacuone
Matteo Iacuone durante l'apertura di Un Sogno per Ettore alla Cima delle Gole Larghe nel Gruppo dell’Adamello (Matteo Iacuone, Giuseppe Rocca 12/08/2020)
Fotografia di Giuseppe Rocca
Il tracciato di Un Sogno per Ettore alla Cima delle Gole Larghe nel Gruppo dell’Adamello (Matteo Iacuone, Giuseppe Rocca 12/08/2020)
Fotografia di Matteo Iacuone, Giuseppe Rocca

Un Sogno per Ettore alla Cima delle Gole Larghe nel Gruppo dell’Adamello

di

Il report di Matteo Iacuone che insieme a Giuseppe Rocca il 12 agosto 2020 ha aperto Un Sogno per Ettore, una nuova via d’arrampicata sulla parete Nord alla Cima delle Gole Larghe sopra la Conca dell’Aviolo (Gruppo Adamello - sottogruppo Baitone).

Sono a Vezza d’Oglio da qualche giorno con mia moglie, incinta. Quest’anno, nonostante la quarantena, è stata una buona annata: sono riuscito ad allenarmi e a scalare tanto, sia su roccia che su ghiaccio e misto. Forse perché so che sto sparando le famigerate "ultime cartucce", almeno per un po'.

Vezza la frequento da sempre e le gozzoviglie con gli amici d’infanzia iniziano a farsi sentire, così decido di fare una bella scarpinata per tenermi un po’ in forma. Scelgo il passo delle Gole Larghe, sopra il rifugio Aviolo: la conca non offre grandi possibilità per gli alpinisti in estate, mentre in inverno… beh, le cascate della Val Paghera le conosciamo tutti.

Allora via, all’alba, da solo e di buona lena, in meno di due ore sono al passo delle Gole Larghe, e poi giù di corsa per tornare in paese per l’aperitivo. Ma mentre salgo l’occhio mi corre continuamente su questa parete alla mia destra. Grandi placche strapiombianti sono tagliate da un paio di fessure nette e verticali, quasi perfette per una via "a goccia". La roccia sembra ottima e la linea mi pare evidente, ben proteggibile e chiara fin da terra. Certo sarebbe un sogno aprire una via, soprattutto in quella che negli anni è diventata la "mia" valle. Da queste parti, poi, su roccia c’è proprio poco da scalare (immeritatamente). Mentre scendo mi fermo a scattare qualche foto, sicuro che finirà nel solito cassetto dei sogni.

Poco male, domani ho appuntamento con il socio Giuseppe "Beppe" Rocca, per fare la Cassin alla Bagozza. Però il meteo è incerto e nel pomeriggio inizia a piovere. Ci scambiamo qualche messaggio per organizzarci per l’indomani e, alla fine, gli dico "sai che ho visto una linea, ci starebbe una bella via". La sua risposta è immediata: "Allora domani vengo e andiamo a provarla".

La mattina seguente, alle 7 in punto Beppe è davanti a casa mia, a Vezza d’Oglio. Partiamo con ogni genere di attrezzo nello zaino: doppia serie di friend (comprese delle ancore gigantesche emerse dalla cantina di qualche nostalgico degli anni ’70), una ventina di chiodi, dadi, martelli, fifi, staffe e ogni genere di ben di Dio. Non abbiamo mai aperto una via prima di oggi, non sappiamo cosa ci si parerà davanti.

Dopo due ore abbondanti arriviamo alla base. Quella che sembrava una fessura, da sotto invece si presenta come un camino piuttosto chiuso e – viste le piogge della notte precedente – bagnato. Parte Beppe, perché in camino è una macchina da guerra. Con bei movimenti in spaccata risale tutta la parte centrale del tiro fino al pulpito intermedio: questa parte risulta molto più difficile e fisica di quanto ci aspettavamo, ma si protegge agevolmente. Il passaggio alla placca, che contraddistingue l’inizio della seconda parte, è delicato (abbiamo lasciato un chiodo con cordone, possibile A0). Risale bene fino al pulpito sommitale dove sento piantare due chiodi e fare sosta. Beppe è felicissimo, il tiro è molto bello e ingaggioso, anche se mai estremo. Una soddisfazione. Da secondo, con lo zaino enorme e pesantissimo, me lo godo un po’ meno ma arrivo anche io in sosta.

Parto per il secondo tiro e, dopo un breve fuorivia (non so ancora come abbia fatto a sbagliare, la via è così evidente) guadagno il colatoio dove non riesco a piantare chiodi, ma faccio un’ottima sosta a friend. L’inizio di questo secondo tiro è piuttosto delicato, in una fessura camino, ma poi diviene più semplice. La via prosegue ora sempre seguendo l’evidente fessura che abbiamo preso fin da terra: è incredibile riuscire ad infilare sette tiri, uno via l’altro, senza mai dubitare sulla direzione da prendere.

Arriviamo in cima, dopo sette ore. È un sogno: un sogno per Ettore. La via è nata così naturale, così lineare: capisco ora cosa significa quando si dice che la montagna "ci ha lasciati passare". La linea sembra messa lì apposta per essere salita. La soddisfazione è infinita: aver inanellato la scoperta e la realizzazione della nostra prima via in ventiquattro ore, il fatto che sia filato tutto così liscio, la bellezza della scalata che ne è uscita (mai banale ma mai estrema), la proteggibilità e la logica di tutto l’itinerario.

Scendiamo alla base, sigaretta, scritta e foto di rito. Dedichiamo la via a mio figlio, che sta per nascere e scendiamo giusto in tempo per prenderci uno scroscio fotonico che ci fa arrivare al Rifugio infreddoliti, fradici ma felici. Ci aspettano gli amici per cenare tutti assieme.

Non è possibile – quindi non ci provo nemmeno – descrivere le sensazioni provate. Il mio augurio è che i ripetitori (e magari un giorno anche mio figlio) possano provare le emozioni incredibili che abbiamo provato noi. Lasceremo l’itinerario selvaggio, per certi versi una salita d’altri tempi. Con l’auspicio che sia solo la prima di tante altre fantastiche avventure.

di Matteo Iacuone

SCHEDA: Un Sogno per Ettore, Cima delle Gole Larghe, Gruppo dell’Adamello

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