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Hansjörg Auer, David Lama e Jess Roskelley. Gli alpinisti austriaci e lo statunitense erano stati travolti da una valanga sullo Howse Peak in Canada e ora sono stati dichiarati deceduti.
Fotografia di archive
David Lama, autoscatto durante la sua salita del Lunag Ri (6907m) in Himalaya, ottobre 2018
Fotografia di David Lama / Red Bull Content Pool
Hansjörg Auer in cima al Lupghar Sar West alle 11:30 del 07/07/2018 dopo aver salito in solitaria l'inviolata parete ovest
Fotografia di Hansjörg Auer,
Jess Roskelley durante la salita della Cresta Sud di Mount Huntington, Alaska, 2017
Fotografia di Clint Helander

David Lama, Hansjörg Auer, Jess Roskelley: addio a tre grandi alpinisti

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Gli alpinisti austriaci Hansjörg Auer e David Lama e lo statunitense Jess Roskelley che erano stati travolti da una valanga sullo Howse Peak in Canada, e che in un primo tempo erano dati per dispersi, ora sono stati dichiarati deceduti. A confermare la notizia i genitori di David Lama e di Jess Roskelley. E’ una perdita davvero immensa.

David LamaHansjörg Auer, Jess Roskelley non torneranno più. Una valanga li ha travolti sullo Howse Peak, difficile e sperduta cima nelle Rocky Mountains canadesi. Prima sono stati dati per "dispersi". Poi, inevitabilmente, non c'è stato più spazio per nessun'altra speranza. Difficile pensare a qualcosa di più devastante e definitivo e allo stesso tempo di più indefinito. "Dispersi" è un termine che nasconde infinite domande. Quasi quanto quei "perché" e quei "come" che sai destinati a rimanere senza risposta. Proprio per questo, si dice, bisognerebbe far passare del tempo. E proprio per questo, si dice anche che è inutile cercare di capire. Forse perché non c'è proprio nulla da capire. Così cerchi di prendere fiato. Di praticare quel "distacco" verso una storia che si ripete, che s'è già vista e vissuta. Cerchi di pensare - un'altra volta ancora – che questo è l'alpinismo. Anzi che è la vita stessa degli alpinisti, e che non ci si può fare nulla. Eppure questa scomparsa, questa tragedia, ha qualcosa che va oltre. Qualcosa che ti lascia tramortito. Quasi senza prospettiva. E non solo perché gli austriaci David Lama e Hansjörg Auer erano degli autentici miti dell'alpinismo contemporaneo. Mentre Jess Roskelley - figlio d'arte (il padre John è uno degli alpinisti americani più famosi) – uno dei più forti scalatori statunitensi. La verità è che così, tutta assieme, questa vicenda rischia di essere quasi impossibile da sopportare. Se non cercando di raccontare, e ricordare, chi erano quei tre giovani uomini. Quali erano le loro speranze. I loro sogni. Le loro passioni, anche. Perché in fondo, forse sono queste le radici di tutto, l'essenza di una vita.

David Lama, 28 anni, di padre nepalese e madre austriaca, era nato per arrampicare. O forse sarebbe più giusto dire per l'avventura dell'arrampicata. In ogni caso chi l'ha visto, vent'anni fa, scalare sulle pareti di roccia di Arco non può aver avuto dubbi: quel ragazzino, alto un soldo di cacio, era un predestinato. Di pochissime parole ma di tantissimi fatti, oltre che sulla roccia da subito è diventato un campione anche delle competizioni di arrampicata su plastica. Nel 2006, a 16 anni, conquistò il titolo europeo della Lead e l'anno dopo bissò il successo nel Boulder. Questo a dimostrazione di una classe grandissima, sia con la corda sia senza. Tant'è che nel 2008 vinse la Coppa del Mondo nella Combinata che riunisce le tre specialità dell'arrampicata di gara. Così, non a caso, nel 2007 vinse il La Sportiva Competition Award degli Arco Rock Legends, l'Oscar dell'arrampicata. Ma David non è da meno in falesia, sulla roccia: anche sul monotiro si è fatto da subito valere salendo nel 2000, a 10 anni (!), il suo primo 8a, diventando all'epoca il più giovane a riuscirci. Sono poi seguiti: l'8c (nel 2004, a 14 anni); l'on-sight sull'8b+ nel 2006 e, infine, il 9a nel 2015. Fin qui è la storia di un campione dell'arrampicata sportiva. Ma è nel 2008 che David dà una svolta, forse per certi versi inaspettata: con Jorg Verhoeven apre Desperation of the Northface, una via di 820 metri con difficoltà fino al 7b sulla Sagwand (3227m) nelle Alpi dello Zillertal, in Austria. Ancora fa le competizioni ma qualcosa si deve essere aperto... Va a scalare nella Valle di Cochamo in Cile e sulle big wall di Yosemite. Poi, nel 2009, arriva il suo primo viaggio in Patagonia, meta il Cerro Torre e la Via del Compressore di Maestri e C. da fare, nientemeno, che in libera. E' un fulmine a ciel sereno. Per molti un azzardo quasi "sfrontato". E forse, per lui quell'avventura arriva un po' troppo presto, e finisce altrettanto presto: senza cima, senza libera e in mezzo alle polemiche per degli spit piantati dal suo team di supporto. Molti alpinisti non lo perdonano. E' una ferita che lascia il segno su David ma allo stesso tempo lo fa crescere. Ormai sembra aver scelto la sua strada: quella delle grandi pareti e delle montagne. Così nel 2010, in stretta successione, arrivano la salita con Jorg Verhoeven di Brento Centro sulla grande parete del Brento in Valle del Sarca (Tn) e poi la veloce ripetizione di Bellavista, la super via di Alexander Huber sulla Cima Ovest delle Tre Cime di Lavaredo. Poi ecco il 2011, l'anno in cui tutto cambia. David sembra non trovare pace. O meglio sembra aver trovato la sua vocazione: l'avventura e l'alpinismo. Così con Peter Ortner sale Pacienca (8a) una nuova via sulla Nord dell'Eiger. In Kashmir (India), con Stephan Siegrist e Denis Burdet, apre Yoniverse, una nuova via sul Cerro Kishtwar. Quindi, sulla Sonnwand in Austria sale due difficili vie di più tiri, Stoamanndl e Donnervogel (entrambe di 8b), aperte da Alexander Huber. Aveva 21 anni. Si può dire avesse appena cominciato con l'alpinismo ed era già uno dei più forti. Poi di lì a poco arriverà anche il botto: il 22 gennaio 2012 David Lama realizza la prima salita in libera della Via del Compressore sul Cerro Torre, in Patagonia. Sono i giorni della polemica per la schiodatura della via da parte degli statunitensi Jason Kruk e Hayden Kennedy e in molti non colgono la portata di quello che è successo: la libera di Lama è un'enorme salita, per audacia e anche per stile. La sua uscita diretta, poi, è un autentico capolavoro di intuito e arditezza. Riceverà la menzione speciale al Piolet d'or, ma - come scritto già allora – meritava ben di più. In ogni caso lui non fa una piega e l'impressione è che per lui non sia cambiato molto da quando era un ragazzino: per lui conta solo scalare e fare il "suo" alpinismo. Così arrivano senza soluzione di continuità un'impressionante serie di vie nuove e solitarie sulle pareti delle Alpi e di tutto il mondo. Cominciando, nel 2012, dalla salita della Trango Tower nel Karakorum lungo la mitica via Eternal Flame. Per finire nel 2018 con la grandissima salita in solitaria del Lunag Ri, la montagna di 6907m sul confine tra Nepal e Tibet che aveva già tentato due volte. In questo percorso Lama aveva incrociato più volte la sua strada con quella di un altro protagonista di questa storia: Hansjörg Auer. Con lui, nel 2014, aveva tentato l'inviolata parete NE del Masherbrum. Poi i due si unirono anche per un altro super progetto: nel 2016 tentarono anche l’inviolata Cresta Sud-Est dell'Annapurna III (7555m). Entrambe le spedizioni finirono senza la vetta, ma David e Hansjörg evidentemente si trovavano bene assieme. Non c'è nulla di strano, naturalmente. Ma è bello pensare che due persone così – due campioni dell'alpinismo – si cercassero, anzi si stimassero così tanto da condividere i loro progetti e le loro vite. D'altra parte Hansjörg Auer era davvero un uomo speciale. Così come è stata speciale la sua storia e la sua dedizione all'alpinismo.

Era il 29 aprile 2007, una domenica. Quel giorno Hansjörg Auer salì la Via Attraverso il Pesce sulla Sud della Marmolada. Allora, aveva 23 anni. E percorse quella mitica e difficile via da solo e, soprattutto, senza corda. Un'impresa "senza rete" e quasi impensabile su quell'immenso muro difficile quanto aleatorio. La cosa si seppe, quasi per caso, solo dopo qualche giorno. L'effetto fu di un'autentica bomba: in pochi volevano crederci. Lui non aveva fatto foto. Non aveva avvisato nessuno, se non il fratello, del suo progetto. Dirà poi che lui era concentrato solo sul suo percorso e sulla sua esperienza, niente altro gli interessava. Per fortuna, il caso volle che in parete ci fosse anche un'altra cordata che gli scattò una foto. L'audacia, e anche la purezza, di quel ragazzo semi sconosciuto era stata – per una volta – premiata. Di colpo per il mondo dell'alpinismo divenne un fenomeno. E, da allora, la sua salita solitaria del Pesce è entrata, e per sempre resterà, nella storia delle più grandi solitarie di tutti i tempi. Per un giovane alpinista poteva essere l'inizio della fine: non è semplice sopportare una pressione, e un'esplosione, così grande e repentina. Non fu così. Hansjörg non solo dimostrò la sua qualità ma anche la sua genuina passione per l'arrampicata e per l'alpinismo crescendo, anno dopo anno, come uomo e anche come alpinista. Difficile enumerare tutte le sue vie nuove sparse un po' ovunque. Impossibile contare quante ore ha passato in parete o in viaggio per qualche sperduta montagna. La montagna esercitava su di lui un richiamo irresistibile. Per lui l'avventura era un elemento irrinunciabile. E amava viverle senza compromessi, con un'etica sempre cristallina, sempre voluta e mai subita. Hansjörg era perfettamente consapevole di ciò che rischiava. Ne parlava, anche, di quei rischi. Ma amava troppo quello che faceva per rinunciarci. E si capiva anche quanto per lui contassero i compagni di cordata giusti. Lui che era un grande alpinista solitario, sapeva godere delle salite in cordata. Sapeva essere coinvolgente. Bellissima è la storia di una delle sue imprese e spedizioni più belle: quella, nel 2013, sull'inviolata vetta del Kunyang Chhish East nel Karakorum pachistano. Suoi compagni in quell'avventura erano un altro grande alpinista, lo svizzero Simon Anthamatten, e il suo amato fratello Matthias. Appunto, la sua era una passione contagiosa. Una passione per cui ha vissuto e per cui credeva valesse la pena vivere.

Era sicuramente così anche per Jess Roskelley il terzo componente di questa, inutile dirlo, triste storia. 38 anni, guida alpina, tra i migliori alpinisti statunitensi e non solo. Nel 2003, a 20 anni, divenne il più giovane degli States a salire l'Everest. Di più, con lui in vetta della montagna più alta c'era anche a il padre John: uno degli alpinisti che hanno fatto la storia dell'himalaysmo negli anni '70 e '80 e una vera icona dell'alpinismo mondiale, non a caso nel 2014 ricevette il Piolet d'or alla carriera. La loro è una storia più unica che rara. Davvero da incorniciare! Anche perché per John quello era il quarto e finalmente vincente tentativo all'Everest. Si diceva all'inizio della passione: Jess era guida alpina del Monte Rainer dall'età di 18 anni e, dopo soli due anni, aveva già raggiunto la vetta con i suoi clienti ben 35 volte. Anche questo è un particolare che dice molto. Come le difficili salite che Jess ha realizzato o come le nuove vie che ha aperto. Moltissime nelle sperdute, lontanissime e sconosciute vette del Canada e dell'Alaska. Tra queste splende la nuova linea sul Cittadel in Alaska, aperta nel 2013 insieme a Ben Erdmann e Kristoffer Szilas. Ma anche, nel 2018, con Kurt Ross e Nelson Neirinck, le salite delle inviolate Chhota Bhai (6321 m) e Changi Tower 2 (6250 m), nel Karakorum Pachistano.

Ecco anche Jess, come David e Hansjörg, cercava montagne lontane e per nulla famose ma che avevano il fascino irresistibile, misterioso e irripetibile dell'avventura. Quella stessa avventura che l'altro giorno cercavano insieme su quella loro irrinunciabile, sperduta e difficile montagna.

di Vinicio Stefanello

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