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Fred Martin, Clément Flouret e Giovanni Zaccaria - foto di rito al ritorno da The Nose, El Capitan, Yosemite
Fotografia di archivio Giovanni Zaccaria
Enrico Geremia e Giovanni Zaccaria in cima a El Capitan in Yosemite dopo aver salito la Salathè Wall
Fotografia di archivio Giovanni Zaccaria
Alice Lazzaro verso l'Amphulapcha La Pass, Nepal
Fotografia di archivio Giovanni Zaccaria
Giovanni Zaccaria da solo, in cima alla Aguja Guillaumet in Patagonia
Fotografia di archivio Giovanni Zaccaria

Da Yosemite alla Patagonia, in mezzo il Nepal

di

Tre mesi di viaggi, tre compagni di avventura e svariati compagni di strada. Un giro del mondo un po' pazzo, ovest-est-ovest, ma soprattutto in verticale ed in profondità! Di Giovanni Zaccaria.

USA
Una Guida Alpina in estate lavora tutti i giorni, o quasi. Capita allora che, trovando qualche collega in giro per rifugi, o di fronte alla birra di fine giornata, si inizino a fare progetti e voli pindarici su viaggi e arrampicate da concretizzare alla fine della stagione.

Enrico Geremia, un amico e collega di Arquà Petrarca, è stato in America in viaggio di nozze molti anni fa, e da allora sognava di incastrare le mani per inseguire le fessure di granito di Yosemite. Io devo dire che non ho mai provato particolare attrazione per gli Stati Uniti, nonostante i grandi spazi, deserti sconfinati e foreste ancora non intaccate dall'essere umano. Avevo semplicemente altri pensieri per la testa, altri sogni nel cassetto. All'ennesima proposta di Enrico "Dai che andiamo! Forse è dei nostri anche Bubba!", ho ceduto. Bubba, Thomas all'anagrafe, è una guida di Bolzano, che avevo incrociato anni prima in qualche gita di scialpinismo. Prima o poi ci sarei dovuto andare negli States, prima o poi sarebbe capitato di legarsi in cordata con Thomas! Compriamo i biglietti per il mese di Ottobre, è fatta.

Giusto qualche giorno dopo vado a trovare Alice, la mia ragazza, impegnata per l'estate al Rifugio Tissi, al cospetto della Nord Ovest del Civetta. Finita la stagione andrà in Nepal come accompagnatrice dei gruppi del tour operator responsabile Viaggi Solidali. Perché non girare per il Nepal insieme dopo i suoi impegni lavorativi? Sembra una grande idea. La parte più difficile del partire per un viaggio lontano, si sa, è prenotare il volo aereo. Poi... è troppo tardi per ripensarci! Confermo quindi i biglietti alle ragazze che lavorano da Mehari Viaggi, l'agenzia di Padova alla quale ormai mi sono affezionato. "Torni dall'America il 7 novembre e l'11 vuoi ripartire per il Nepal? Sicuro?" Mi domandano dubbiose, ma non abbastanza da frenare il mio entusiasmo. In qualche modo farò!

Le cose si complicano invece giusto poco prima della partenza, quando Bubba si infortuna ad una caviglia. Io ed Enrico ci troviamo a preparare il materiale, comprese 5 serie di frend fino al 3 e qualche misura molto grande. Mancano due giorni alla partenza ed Enrico mi chiama con la tristezza nel cuore. E' così sconsolato che non si dispera nemmeno. A causa di un viaggio passato in Iran, gli USA gli impediscono di entrare nel paese con un semplice visto ESTA, deve recarsi in ambasciata a Milano, e chissà che tempi burocratici ci saranno. Mi sprofonda la terra sotto i piedi: io, l'unico che in fondo non voleva andarci in America, mi trovo a partire da solo? Sembra uno scherzo del destino.

La sera prima di partire torno a casa di Enrico e faccio una rapida cernita del materiale: da solo dovrò essere ben più leggero. Mentre esco da Arquà Petrarca suona il cellulare: intervento del Soccorso Alpino! Il mio volo parte da Malpensa tra 12 ore, devo ancora riempire il saccone, ma non me la sento di tirarmi indietro. Qualche ora dopo tolgo il giubbetto ad alta visibilità e sono già a bere una birra con i compagni di stazione del Soccorso Alpino di Padova. Festeggiamo la buona riuscita dell'intervento e ho l'occasione di salutarli come si deve. Purtroppo il lavoro di guida in Dolomiti ed i viaggi fuori stagione mi tengono spesso lontano da Padova e dai Colli Euganei e Berici. Non riesco ad essere presente nella squadra quanto vorrei.

Viaggiare da soli non è facile, anche se qualcuno ci è particolarmente portato. Io no, non credo, non lo so. Di sicuro non sono preparato a questa inaspettata solitudine. Arrivo a Yosemite alle 5 di mattina con l'auto noleggiata a San Francisco, dopo qualche pisolino isolato a bordo strada.

Passo qualche ora nel sacco a pelo, disteso in coda davanti alla casetta del ranger. Il giorno seguente miracolosamente mi approprio del penultimo posto a Camp 4, lo storico campeggio polveroso dove hanno messo piede, scalato boulder, acceso fuochi e suonato chitarre gli scalatori più famosi del mondo. Oltre ai climber, passano ogni tanto per Camp 4 alcuni orsi e altri animali selvatici, quindi bisogna stare attenti a non lasciare cibo in tenda e nemmeno in auto. Ogni piazzola è fornita di apposite scatole metalliche a prova di zampa.

I miei vicini di tenda sono francesi, all'ultima settimana del loro viaggio. Sono pronti per scalare The Nose, una delle vie più famose del mondo, che sale con eleganza lo spigolo centrale del Capitan, la parete più alta della valle e simbolo dell'arrampicata. Normalmente servono almeno due o tre giorni per arrivare in cima, moltissime cordate attaccano ogni mattina, complice anche la mitezza del clima, ma solamente la metà ha successo. I francesi mi invitano ad unirmi a loro e per me, l'italiano arrivato solo soletto da neanche un giorno, è semplicemente un sogno.

Prepariamo la logistica nei dettagli e la mattina seguente siamo alla base. Il primo giorno è dedicato solamente al trasporto dei materiali fino alla prima cengia ed a fissare le corde. Ho quindi un po' di tempo per osservare i miei compagni di cordata e tirarmi indietro senza lasciarli in difficoltà nel caso qualcosa della nostra improvvisata cordata non mi convinca. Fred e Clement si rivelano simpatici, prudenti e alla mano, siamo una squadra che funziona nonostante le difficoltà linguistiche non indifferenti.

In una salita di big-wall le operazioni sono spesso parecchio più complesse che in una via in giornata: oltre alla corda dinamica c'è da gestire il cordino da recupero, la corda statica, la grande carrucola per il recupero dei sacconi. Se il tiro è lungo, se ci sono pendoli o traversi marcati, è un attimo sbagliare una manovra. Se tutto va bene si perde solo qualche ora preziosa e tante energie, ma potrebbe anche cadere qualcosa giù dalla parete. Se quel qualcosa è fondamentale per proseguire si può essere costretti a scendere. Stanchi dopo una giornata di arrampicata, al buio e distanti decine di metri gli uni dagli altri, abbiamo dovuto utilizzare tutta la nostra fantasia comunicativa ed esperienza... ed io ho dovuto gioco forza imparare un po' di francese!

Alle 5 di mattina del quarto giorno di scalata sbuchiamo in cima, stanchissimi ma euforici. Cadiamo in un sonno ristoratore e finalmente orizzontale, che viene svegliato al mattino dal sole cocente e... da Tommy Caldwell in persona! Per chi non lo conoscesse, Tommy è uno degli scalatori più talentuosi d'America e più forti del mondo, protagonista del gran bel film The Dawn Wall. Mi serve qualche minuto per capire che non è un sogno, gli stringo la mano e gli offro le nostre bottiglie d'acqua vuote. Gli serviranno nel prossimo mese, dato che sta bivaccando in cima al Capitan con i suoi compagni di cordata nel tentativo di aprire una via nuova.

L'avvicinamento alla base del Capitan è di 15 minuti soltanto, ma la discesa, per quanto non particolarmente complessa, richiede qualche ora. Ce la prendiamo con calma, anche se non abbiamo più i 40 litri d'acqua dentro i sacconi, siamo piombati e affaticati. Come scendo a valle e accendo il telefono, buone notizie! Enrico è stato in ambasciata, ha già ottenuto il visto e preso i nuovi biglietti. Mi raggiunge... domani! Non ci credo, non ho avuto nemmeno il tempo di accorgermi che ero partito da solo.

Assieme iniziamo a progettare le prossime salite. Entrambi siamo entusiasti, resistenti e vorremmo fare in meno di un mese le salite di una vita! Per quanto non siamo dei maghi della tecnica di scalata in fessura, ci concentriamo sull'arrampicata libera e piano piano miglioriamo. Senza mai fermarci ripetiamo la parete sud del Mt. Watkins, che per essere una classica è decisamente selvaggia e poco frequentata, la Regular Route all'Half Dome e la Salathè Wall al Capitan. Come inframezzo scaliamo altre vie più brevi e semplici, nell'illusione di poterle chiamare giornate di riposo. Mentre scendiamo dal Capitan, già pensiamo alla via da salire il giorno seguente, ma il nostro fisico decide giustamente di ribellarsi. Ci svegliamo oltremodo stanchi, con le mani gonfie e tutti i muscoli indolenziti. Questa volta è davvero impossibile scalare!

Decidiamo quindi di utilizzare il giorno di riposo per spostarci in direzione Utah. Con le dovute proporzioni, in termini di mere distanze chilometriche è come se uno scalatore si svegliasse stanco dopo svariati giorni consecutivi di arrampicata in Dolomiti, ed al mattino decidesse di spostarsi a San Vito lo Capo. Ma in America, si sa, tutto è più grande. Ci rechiamo quindi qualche giorno a Zion National Park, dove saliamo la mitica Moonlight Buttress, forse la via di arenaria più famosa del mondo. Scalare sulla sabbia, perché di sabbia sono fatte queste rosse pareti dei canyon, è un'esperienza particolare e di sicuro unica. Montare negli autobus pieni di turisti che fanno il giro del canyon, guadare scalzi il torrente ed arrivare all'attacco, sono le solite avventure di contorno. Scopriamo dopo un paio di giorni, per fortuna senza conseguenze eccessivamente gravi, che in Utah c'è un fuso orario differente dalla California. Il nostro caso conferma solamente la tesi che noi scalatori viviamo in un mondo parallelo. Giuro però che ci sembrava strano trovare bar e negozi del paese già aperti alle 7 di mattina!

Dopo il canyon lussureggiante di Zion, passiamo ai deserti sconfinati della regione del Moab. La nostra Toyota Corolla si rivela all'altezza della situazione, anche se in un paio di occasioni siamo dovuti scendere a darle qualche spintarella per farla uscire dalla sabbia. Ci aspettavamo un clima desertico, fresco di notte e caldo di giorno, invece troviamo un freddo pungente di giorno e gelo impietoso di notte. Dato lo scarso isolamento della nostra tendina estiva, la Toyota Corolla si è improvvisata per più notti un ottimo camper a due posti (seduti). Come dei veri esploratori dei secoli scorsi, diverse sere ci siamo trovati costretti ad accendere fuochi per scaldarci e per scaldare le bombole di gas, che altrimenti si rifiutavano di bruciare e cucinare la cena!

Siamo comunque riusciti a scalare qualche torre svettante nel deserto, distante chilometri di brulle brughiere da qualsiasi anima viva, e alcune famose fessure di Indian Creek, un paradiso di falesie per la scalata trad. Mancano pochi giorni al nostro rientro in Italia ma, prima di lavare l'auto e fare i bagagli, troviamo il tempo per tornare in Yosemite Valley. Vogliamo grattare le mani ancora un paio di giorni sul granito e dire arrivederci ad una valle nella quale abbiamo lasciato il cuore. I tramonti in parete, gli orsi misteriosi, la moltitudine di scalatori da tutto il mondo: un'atmosfera magica che ti accoglie nella sua routine spensierata al punto da farti sentire a casa.

NEPAL
Non so come, riesco sempre ad incastrare ed incastrarmi mille cose insieme e nei tre giorni in Italia tra San Francisco e Kathmandu ho dato il meglio di me. Sono riuscito a partecipare a tre riunioni (grazie anche a colleghi decisamente flessibili), lavorare un giorno e... preparare i bagagli senza dimenticare niente! Questa volta l'attrezzatura da big-wall resta a casa, mentre si fanno spazio nel saccone ramponi e piccozze. Cosa faremo in Nepal? Riusciremo a scalare qualcosa? Faccio fatica ad immaginarmi. Io, che metto un friend o una vite da ghiaccio su di una montagna, in Nepal. Queste domande e questi dubbi si affollano nella mente mentre chiudo la porta di casa, ma sono questioni che non mi interessano. Sono troppo contento di rivedere la mia Alice, di passare un mese e mezzo in un continente a me sconosciuto, insieme.

Kathmandu è caotica e inquinata, ci trattiene nella sua ragnatela. Alice ci ha già passato diverso tempo visitandola assieme ai suoi clienti nelle settimane precedenti, non vede l'ora di scappare in montagna. È già stata due volte in Langtang nell'ultimo mese, quindi cerchiamo una zona per lei nuova, ma che sia abbastanza comoda da raggiungere, dato che un mese di viaggio, in Nepal, è decisamente troppo poco per spingersi lontano. Ci districhiamo tra uffici pubblici, agenzie turistiche e librerie, alla ricerca di qualcosa che faccia al caso nostro, ma ci scontriamo con delle leggi statali ed una forma di turismo che discordano dalla nostra idea di alpinismo vagabondo.

Come se non bastasse la confusione e le indecisioni del momento, dopo dialoghi a distanza e ricorrenti con Alessandro Baù, trasferitosi con la famiglia in Galles, decido di prendere i biglietti per la Patagonia a gennaio. Non ho visto le facce all'ufficio di via Roma di Mehari Viaggi, ma posso immaginarle. "Sei a Kathmandu adesso... e vuoi andare in Sud America a gennaio?" Quando prendo un biglietto non so mai se faccio la scelta giusta, quali differenti opportunità sto "perdendo" in qualche altra parte del mondo. Poi un respiro profondo, la conferma e non ci si pensa più, il viaggio sarà realtà.

Mi immergo nuovamente in Asia. Partecipiamo al matrimonio induista del nipote di Sanjib, la guida locale collega di Alice, dove abbiamo la fortunata opportunità di mischiarci alla cultura locale e scoprire qualcosa di più sulle loro usanze. Nepal non è solo montagne, yak e sherpa. È danza, musica, colori e tradizioni antiche e misteriose, anche per gli stessi uomini che le vivono. Lasciamo la festa, ovviamente in anticipo rispetto ai settimanali festeggiamenti che aspettano gli sposi, e prepariamo gli zaini. Tenda e fornello, cibo per 8 giorni circa, scarponi, materiale alpinistico da alta montagna ridotto all'osso, una corda ed un cordino. Riempiamo due zaini da 45 litri fino a farli esplodere! Abbiamo 60 kg in due sulle spalle, e quando montiamo in jeep non sappiamo quanto reggeranno le nostre schiene e per quanto riusciremo a camminare così pesanti!

Dopo un giorno e mezzo seduti sugli ammortizzatori della jeep, attraversando strade sterrate di terra e sabbia, guadando fiumi e svalicando passi, siamo contenti di tornare a pensare agli zaini e non più al nostro stomaco sottosopra. È bellissima la sensazione di caricarsi tutto l'essenziale, voltare le spalle a ciò che si conosce e partire per un tempo indefinito in mezzo alle montagne. Farlo assieme alla persona che si ama è un sogno ed una grande fortuna! La poesia si interrompe presto quando, piegati sotto il peso degli zaini, ci rendiamo conto di essere più lenti del previsto. Avremmo dovuto chiedere aiuto a dei portatori? Oppure pianificare un giro più corto, magari con un campo base dove lasciare parte del materiale? Non ci facciamo prendere dallo sconforto, dato che non abbiamo fretta e nemmeno un piano prestabilito. L'unica cosa certa scritta in calendario è che dobbiamo riprendere la jeep per Kathmandu tra 24 giorni.

Impariamo a conoscere il passo dei portatori: con pazienza e strategiche pause per riposare la schiena, riusciamo a camminare lentamente ma per molte ore ogni giorno. A pranzo e cena, quando possibile, ci fermiamo nei villaggi per un piatto di riso e lenticchie, una zuppa o delle patate bollite. Conserviamo la carne secca di bufalo, le mandorle e l'avena per quando saremo lontani da qualsiasi civiltà. Siamo così distanti dalle spezie piccanti, dal caos multirazziale e dalla frenesia di Kathmandu. In montagna possiamo respirare a pieni polmoni, rallentare e gustarci cibo semplice ma genuino.

Dei giorni in Himalaya ci porteremo dentro il grande senso di isolamento, vissuto da noi come dagli abitanti di villaggi e capanne poste a diversi giorni di cammino da una strada carrozzabile, da un mercato o da una scuola. Pareti gigantesche e impressionanti fatte di neve, ghiaccio e roccia rossa o nera, giungle fitte a 3000mt di quota, e poi le iconiche bandierine colorate che spuntano ovunque, le facce vispe e piene di vita dei bambini, l'ospitalità delle famiglie Sherpa (e non solo).

Dopo essere entrati in Inku Valley, frequentata quasi solamente dagli alpinisti interessati a scalare il Mera Peak, ed aver scavallato in Hongu Valley, ancora più selvaggia, abbiamo superato l'Amphu Lapcha Pass a 5845 metri. Nel mentre abbiamo fatto qualche deviazione dal percorso: abbiamo provato ad esplorare una valle laterale, ma ci siamo bloccati nella giungla fitta in assenza di sentiero. Abbiamo guadato torrenti, attraversato morene gigantesche e salito qualche montagna. Ci siamo sentiti dei fantasmi (Buta in lingua nepalese), ed il nostro pensiero è corso subito ai portatori. Non gli sherpa d'alta quota, di cui molti alpinisti si vantano di fare a meno, bensì gli umili portatori che arrivano al campo base, prendono qualche spicciolo e poi camminano un'altra settimana per tornare dalla loro famiglia a coltivare i campi. Silenziosi infaticabili ingranaggi di (quasi) ogni spedizione. Senza la loro invisibile presenza, molto meno sarebbe stato fatto e si potrebbe fare in Himalaya.

Giusto alla base del Peak 41 siamo stati chiamati da una cascata di ghiaccio, ed ovviamente abbiamo risposto. Dai 5000 metri della Hongu Valley, uno dei luoghi più immensi ed immersi nelle montagne nei quali siamo mai stati, abbiamo pensato ai nostri amici Carlo e Michele, volati qualche mese fa dal Sass Maor ed ora intenti ad accompagnarci per le montagne e per il mondo. Li abbiamo pensati intensamente come fossero stati là.

Dopo l'Amphu Lapcha Pass siamo entrati nel Kumbu, la valle dell'Everest. Sicuramente il turismo sta lasciando qua una traccia maggiore che dalle altre parti, ed è stato interessante notare le differenze. Il sentiero che da Lukla, raggiungibile con piccoli aerei turistici, porta al campo base dell'Everest, è una cosa. Tutto attorno, il Nepal, è un'altra. Il grande numero di stranieri che ogni anno camminano per questi villaggi ha sicuramente ridotto la wilderness e reso più confortevoli i lodge, ma ha anche reso più attenti nepalesi e stranieri alla questione dell'inquinamento del suolo. Quest'ultimo è, forse in tutta l'Asia, un problema gravissimo, spesso nascosto agli occhi dei turisti.

Avendo ancora qualche giorno a disposizione, ed un po' di energie, ci siamo diretti verso il Cho La Pass, e quindi Gokyo, per poi rientrare ad Andheri, luogo in cui arriva oggi la strada da Kathmandu. Dico oggi perché le ruspe procedono incessantemente giorno dopo giorno e l'economia locale delle singole famiglie dipenderà moltissimo, nel bene e nel male, dal futuro di queste strade. La fortuna ed il bel tempo ci hanno assistito per tutti i giorni di cammino, fino a quando non siamo scesi dall'ultimo passo di alta montagna. Solo a quel punto una grossa nevicata, atipica per la stagione, ha coperto sentieri, capanne e boschi, facendoci ammirare la calma serenità dei nepalesi anche nelle difficoltà. Mentre affronti, perfettamente equipaggiato, il vento ed una bufera di neve per ore e ore di cammino, corri il rischio di sentirti un po' un eroe; fino a quando non incontri dei ragazzini in scarpe da ginnastica e felpa di pile che tornano a casa dopo essere stati al mercato del paese "vicino". Un'altra volta i concetti di eroismo e di impresa si relativizzano.

PATAGONIA
Passare dall'Himalaya alle Alpi in poco tempo può causare delle crisi di identità notevoli, ma non ho tempo per pensarci. Appena qualche giorno dopo aver viaggiato per ore nel retro di un pick up in mezzo al fango, mi trovo catapultato in Val Badia per accompagnare degli americani alla scoperta delle Dolomiti. Le vacanze di Natale passano in un lampo tra lavori e tempo in famiglia.

È ora di ripartire verso ovest! Questa volta i preparativi li dobbiamo fare a distanza, dato che Ale è in Galles ed io in Dolomiti. Per fortuna Ale costruisce un funzionale file excel con i pesi di ogni tipo di attrezzatura, così che riusciamo a definire "chi porta cosa" sapendo esattamente quanti kg peserà il nostro bagaglio. Entrambi siamo già stati in Patagonia (lui due volte, io una), ed abbiamo viaggiato tra Cile ed Argentina in auto. Per Ale si tratta del primo viaggio senza Claudia, sua moglie, da lungo tempo.

Arrivare ad El Chalten catapultati da tre voli aerei è stato sicuramente differente dal raggiungere questo angolo appuntito del Sud America dopo eterni chilometri di brughiere e desolazione. Fatto sta che ci troviamo quaggiù, senza auto e soprattutto senza le nostre donne! Ci abituiamo velocemente alla situazione ed entriamo in contatto con moltissimi scalatori provenienti da tutto il mondo. Il Fresco Bar e la Gelateria Domo Blanco ci aiutano a fare amicizia con, tra gli altri, dei forti ragazzi sloveni, alcuni simpatici francesi, e tutta la banda di italiani.

In attesa della finestra di bel tempo, storie da ascoltare ce ne sono e la birra è davvero buona. Trovo degli americani hippie conosciuti a Camp 4, Ale torna a salutare Rolando "Rolo" Garibotti, guru della Patagonia con il quale ha stretto nel tempo una bella amicizia. Le previsioni meteo sconfortanti non ci preoccupano più di tanto, siamo troppo felici di essere qua, alla fine del mondo, a respirare il vento che soffia tra alcune delle vette più ostili del pianeta, e condividere sogni e quotidianità con la comunità di alpinisti. Subito facciamo un giro a piedi per testare le gambe: queste ultime in Patagonia sono più importanti delle braccia, dal momento che spesso le ore di cammino superano i tiri di scalata.  Ale ha un ginocchio dolorante da qualche settimana, ma grazie al lavoro svolto con Claudia, insostituibile non solo come moglie ma anche come fisioterapista, non avrà impedimenti alle nostre scampagnate in montagna.

Le previsioni non danno speranze né spiragli di finestre che si aprono, così ci rassegnamo a prendere tanta pioggia e tanto vento, e pensiamo a dei programmi fattibili con questo meteo. Se fossimo in Dolomiti, saremmo stati davanti al caminetto. Forse. Date anche le pessime condizioni delle pareti, coperte di neve e ghiaccio, la scelta delle vie non è facile.

La prima avventura la viviamo in compagnia di Mirco Grasso, un ragazzo veneto giovane, simpatico e forte, oltre che dotato di energia ed entusiasmo inesauribili. Decine di anni fa, prima delle previsioni meteo e quando El Chalten era solamente una casa, non un paese con supermercati bar e ostelli, gli alpinisti passavano mesi tra le montagne, aspettando la finestra di bel tempo. Ora non è più necessario, ma visto le previsioni instabili e la voglia di provare qualcosa di nuovo, decidiamo di passare un po' di giorni all'accampamento Niponino, 7 ore di cammino dal paese. Questo ci è possibile solamente grazie al Garmin Inreach, un satellitare compatto e relativamente economico che, oltre ad avere una funzione di SOS, permette di inviare e ricevere messaggi.

Nonostante questo potente ausilio tecnologico, la natura alla fine del mondo è sempre più forte e imprevedibile di quanto ci si aspetti. Scaliamo in compagnia di un vento fortissimo una bella via di roccia alla Aguja Saint Exupery, è da Yosemite che non indosso le scarpette: sono impacciato ma raggiante. Aspettiamo quindi che passino due giorni di brutto, senza allontanarci troppo dalla tenda in mezzo al ghiacciaio. Rolo intanto studia i modelli e le mappe meteorologiche, inviandoci le previsioni in diretta. Proviamo a dirigerci verso la Aguja Standhart, una delle cime sorelle minori del Cerro Torre, ma purtroppo la finestra prevista non si apre. Dopo ore di attesa all'attacco, al riparo della nostra tendina di emergenza, non possiamo fare altro che scendere attraversando nuovamente il dedalo di crepacci del ghiacciaio.  È stato bello condividere il peso degli zaini, le incognite della salita e le lunghe fatiche patagoniche in tre, ma purtroppo Mirco deve rientrare in Italia. Dopo aver festeggiato con una cena imperiale al Patagonicus, storico locale di El Chalten, ci separiamo e per me e Ale è tempo di progettare le prossime avventure, sempre con il brutto tempo.

Dato che le pareti continuano ad essere sporche di neve e ghiaccio, ci dedichiamo a qualche "ragliata", ovvero vie di misto da affrontare con ramponi e piccozze che alternano tratti delicati su roccia o ghiaccio sottile a tratti di neve, ovviamente inconsistente sennò non sarebbe una vera ragliata. Quando confidiamo a Rolo di voler andare a vedere la parete est del Cerro Piergiorgio, riparata dal vento, lui ci risponde: "Si, mi sembra una buona idea! Quando arrivate alla base, guardate a destra della via Argentina. C'è una colata di ghiaccio, se è formata dovete salire di là!" Ovviamente lo abbiamo ascoltato.

La finestra di bel tempo si presenta puntuale sul nostro volo di rientro. Ale monta in autobus sotto il diluvio universale, la tempesta prima della quiete. Io mi trovo praticamente solo in paese, con tutti gli amici incontrati in queste settimane che partono per sfruttare appieno questi sei giorni di sole e assenza di vento. Niente vento? Niente pioggia e neve? Per me sono delle condizioni impossibili da immaginare, decido quindi di andare almeno a vedere. Giusto il giorno prima di prendere l'aereo arrivo in cima alla Aguja Guillaumet, da solo, per godermi l'alba da lassù. Ero partito da solo per Yosemite, ora sono solo in Patagonia. Forse è solamente un caso, forse è la chiusura di un piccolo cerchio. La fine di alcuni mesi passati più nel resto del mondo che in Europa, più sulla strada che in casa. Penso a quanti letti improbabili sono stati miei giacigli, a quali corone di montagne e volte stellate sono state il mio cielo. Rifletto sulla fortuna che ho a poter vivere queste esperienze. Da un lato è stata un'esagerazione, uno stile di vita poco sostenibile per le mie relazioni, come per il pianeta. Dall'altro mi sforzo di non dimenticare gli insegnamenti della strada, del diverso, dell'altra faccia del mondo. Spero magari di poter aiutare qualcun altro a partire un giorno.

Voglio ringraziare enormemente i miei insostituibili compagni di viaggio: Enrico Geremia, la "mi vida" Alice Lazzaro ed Alessandro Baù. Un grande grazie va anche a Daniele Geremia per la motivazione e le dritte yosemitiane, Marco Berti per l'aiuto nel dedalo di mappe e burocrazia nepalese, Rolo Garibotti per aiutarmi ad essere un po' argentino, per la vicinanza totale, per la grande fonte di riflessione ed ispirazione.

Giovanni Zaccaria - Aspirante Guida Alpina

USA:
The Nose – El Capitan
Salathè – El Capitan
South Face – Mt. Watkins
Regular Route – Half Dome
N face – Rostrum
Astroboy – Washington Column (prima parte di Astroman)
Serenity Crack – Arches
Regular route – High cathedral spire
Moonlight Buttress – Zion
Monkey fingers – Zion
Primrose Dihedrals – Moses (Moab)
Fine jade – The Rectory (Moab)
North Chimney – Castelton Tower (Moab)
Indian Creek single pitches

NEPAL:
Cima quotata 6113 mt zona Khare per la parete sud-ovest
Mera Peak 6461 mt
Charlie Bicio: cascata di ghiaccio in Hongu Valley

PATAGONIA:
Cerro Piergiorgio - Scrumble de manzana (via nuova alla parete est: più info su questa salita si trovano in un'intervista pubblicata su www.xmountain.it)
Aguja Saint Exupery - Chiaro di luna
Aguja Mermorz - Vol de nuit
Aguja Guillaumet – Amy (solitaria notturna)
Aguja Medialuna – Rubio y Azul

Riassumere in un breve racconto 3 mesi di viaggio non è facile, ho provato ad accompagnare uno scarno diario di viaggio con alcuni pensieri ed emozioni. Mi scuso con chi avrebbe voluto trovare informazioni più tecniche e dettagliate. Se stai pianificando un viaggio e ti servono info più precise, oppure se vorresti partire ma hai bisogno di qualche supporto, puoi scrivermi a giovanni@xmountain.it, sarò felice di aiutarti.

Giovanni Zaccaria ringrazia: Scarpa SpaClimbing Technology, Ortovox, Elbec

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01.01.2016
Gigi La Trottola, nuova via sul Mulaz in Dolomiti di Baù, Migliorini e Zaccaria
Il report di Alessandro Baù che, insieme a Claudio Migliorini e Giovanni Zaccaria quest'estate ha aperto la nuova via d'arrampicata Gigi La Trottola (IX-, 450m) sulla parete Ovest del Mulaz, Pale di San Martino, Dolomiti.
Cuore e muscoli: Monte Bianco a piedi e pedali
15.04.2015
Cuore e muscoli: Monte Bianco a piedi e pedali
Da Padova alla cima del Monte Bianco, un viaggio iniziato in bicicletta e culminato sulla vetta della montagna simbolo dell'alpinismo, una piccola grande avventura vissuta con la lentezza giusta per un'esperienza che, a distanza di tre estati, è ancora nella memoria dei giovani protagonisti: Giovanni Zaccaria, Claudio Gavagnin, Giuseppe Frizziero, Francesco Facco. Il racconto di Giovanni Zaccaria.
Solo noi e il vento. Avventure verticali oltre il circolo polare artico
26.09.2013
Solo noi e il vento. Avventure verticali oltre il circolo polare artico
Il report del bellissimo viaggio arrampicata lungo le vie del Nord, tra il mare e le pareti delle isole Lofoten (Norvegia). Di Giovanni Zaccaria ed Alice Lazzaro.

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