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Cime di Campo (Gruppo Ortles - Cevedale): la traversata Cime Orientale (3469 m), Cima Centrale (3480 m), Cima Occidentale (3468 m)
Fotografia di Eraldo Meraldi
Cime di Campo (Gruppo Ortles - Cevedale): Cime Orientale (3469 m), Cima Centrale (3480 m), Cima Occidentale (3468 m)
Fotografia di Eraldo Meraldi
Cime di Campo (Gruppo Ortles - Cevedale): salita per la Val di Campo
Fotografia di Eraldo Meraldi
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Cime di Campo, alpinismo isolato in Alta Valtellina

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Luogo isolato e bellissimo, al di fuori dei circolo delle classiche salite: la salita alle Cime di Campo, dette anticamente Cime del Cristallo, nel Gruppo Ortles - Cevedale. Di Eraldo Meraldi.

Le Cime di Campo dette anticamente Cime del Cristallo, sono le ultime elevazioni ad oriente della lunga catena del Cristallo: constano di tre vette di cui quella nord-ovest, unita per cresta al passo di Campo, è alta quasi come la sud-est; la centrale è la maggiore. Per ora ancora ben corazzate di ghiaccio sul versante nord precipitano verso la val Zebrù con imponenti pareti rocciose, solcate da profondi orridi canaloni racchiusi fra costole di roccia, formanti la selvaggia sponda settentrionale della valle e che destano stupore, specialmente nel tratto tra la Baita del Zebrù e quella di Pramighen. Tra la vetta orientale e lo sperone sud della Trafoier Eiswand si strozza la vedretta di Campo rompentesi verso valle ora purtroppo in continuo arretramento.

La prima ascensione della vetta maggiore e della N-O fu opera di F.F. Tuckett e H. E. Buxton con Chr. Michel e Fr. Biener l’1 agosto 1864, dal passo di Campo per la cresta N-E alla vetta N-O e per cresta alla centrale. La 1° ascensione italiana fu di Piero Pogliaghi con Luigi Bonetti dalla Vedretta di Campo nel 1881. Nel 1927 i temerari alpinisti Antonio Ballabio, Angelo e Romano Calegari effettuarono una grandiosa ascensione sulla imponente parete meridionale che porta alla cima SE sulla direttiva delle baite di Pecè in val Zebrù; una salita complessa per l’epoca e pericolosa per la continua caduta di sassi, su roccia quasi sempre friabile e con un dislivello complessivo di circa 1500 m.

Nel 1954 invece la cordata composta da Franco Fiocca, A.Fornaro e dal parroco don Biagio Muscetti invitato probabilmente all’ascensione come lasciapassare per i pericoli a cui andavano incontro, salì la maestosa parete sulla direttiva delle baite di Chitomas arrivando sulla cima centrale; superarono la parete in circa 8-9 ore dal fondovalle con oltre 1500 metri di dislivello su roccia da scadente a pessima con difficoltà fino al IV grado, una impresa notevole senza clamori di sorta.

Queste cime furono abbastanza frequentate fino ad oltre la metà del secolo scorso ed addirittura nel 1937 al passo di Tuckett a 3354 m s.l.m. venne costruito il rifugio Locatelli (ora diroccato) ad opera della sezione CAI di Bergamo; esso serviva principalmente come base d’appoggio nella allora molto frequentata traversata dal passo dello Stelvio al rifugio Quinto Alpini in alta val Zebrù. Nel 1975 a sostituire il detto rifugio inagibile è stato installato poco sopra il passo di Tukett, sulla cresta che porta all’anticima del Madaccio di Dentro, il bivacco Ninotta, il quale seppur un po’ malandato rende ancora il suo buon servizio.

Raggiungere le cime di Campo dalla val Zebrù sarà un’occasione unica ed irripetibile perché quando raggiungerete la vetta, un grandioso spettacolo si aprirà ai vostri occhi e non farete altro che ammirare il panorama rimanendo incantati e stupiti in rigoroso silenzio. Mai tanta bellezza alpina avrà riempito i vostri occhi e con qualche palpito ne accumulerete ancora di più quando l’occhio andrà a riposarsi sulla verde val Zebrù che da qui si domina in tutta la sua lunghezza.


SCHEDA: Cime di Campo, Alta Valtellina

"Alcune delle mie giornate solitarie più piacevoli che ho trascorso in montagna le ho passate salendo lungo la val di Campo in val Zebrù verso le cime sovrastanti. Forse perché è vicino a casa, forse perché qui si respira un’aria di immensa solitudine o semplicemente perché l’aspra bellezza del luogo affascina più d’ogni altra cosa.

Non esiste sentiero d’accesso se non nel primo tratto fino al limite del bosco, poi lungo l’irto vallone tracce di camosci o stambecchi fin dove crescono sparuti fili d’erba e isolati ciuffetti di ranuncoli glacialis che danno sempre quel tocco di gioia nelle desolate terre alte della montagna. Oltre, distese e ripide pietraie, intervallate da lisce placconate rocciose e disseminate a caso qua e là da qualche reperto bellico risalente alla prima guerra mondiale.

Qui non c’è inquinamento visivo anche guardando lontano e questo fa la differenza con altri luoghi apparentemente selvaggi; non è un posto per alpinisti da prestazione, è un posto per osservare, pensare, valutare, immaginare, riempire la mente di continua energia ed ogni passo verso l’alto risulta leggero e senza fatica. Consiglio a chi frequenterà questi luoghi di non proferire parola se non per seria necessità, sarà una bella esperienza che arricchirà certamente la capacità di pensare al di là degli esiti pratici; ancor meglio di vedere dentro la natura una nuova religiosità, una lezione magistrale (lectio magistralis) dove riconoscere noi stessi e forse trovare le risposte alle domande di sempre. Magari ci renderemo conto che la meravigliosa bellezza che la natura ci offre è perché è generosa, cerchiamo di ricambiarla perché ne vale la pena."

di Eraldo Meraldi

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