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Emanuele Andreozzi sul sesto tiro di Alchimia alla Cima de Gasperi in Civetta (Dolomiti)
Fotografia di Emanuele Andreozzi / Santiago Padros
Emanuele Andreozzi e l'ambiente mozzafiato della via Alchimia alla Cima de Gasperi in Civetta (Dolomiti)
Fotografia di Emanuele Andreozzi / Santiago Padros
Alchimia alla Cima de Gasperi in Civetta (Dolomiti)
Fotografia di Emanuele Andreozzi / Santiago Padros
Il tracciato di Alchimia alla Cima de Gasperi in Civetta (Dolomiti), aperta da Emanuele Andreozzi e Santiago Padrós il 30/05/2021
Fotografia di Emanuele Andreozzi / Santiago Padros

Alchimia alla Cima de Gasperi in Civetta per Emanuele Andreozzi e Santiago Padrós

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Il report di Emanuele Andreozzi che domenica 30 maggio 2021 insieme a Santiago Padrós ha aperto Alchimia, una nuova via di misto alla Cima de Gasperi in Civetta, Dolomiti.

A nemmeno una settimana dell'apertura della loro prima via insieme, Pazzione Primavernale alla Cima Tosa nelle Dolomiti di Brenta salita con Matteo Faletti, Emanuele Andreozzi e Santiago Padrós si sono legati nuovamente alle stesse corde per aprire in Civetta una nuova via di quasi 700 metri. Si tratta di Alchimia, una linea che sale la severa Cima de Gasperi, guardando la foto a sinistra del magnifico pilastro d'angolo della Su Alto per intenderci, su per una enorme goulotte che con difficoltà fino a AI 5+ e M6+ ha portato attraverso il cuore della mitica Nord-Ovest. Nella parte finale Alchimia incontra la via estiva aperta nel lontano 1934 dai triestini Giulio Benedetti e Renato Zanutti. Ecco il racconto di Andreozzi.

TROVANDO L'ALCHIMIA IN CIVETTA di Emanuele Andreozzi 

Nel pomeriggio di giovedì 27 maggio ricevo un messaggio da Santi con la foto di questa bellissima linea, nel quale mi chiede se sabato e domenica sono libero per andare a tentarla. Penso che non abbia neanche finito di scrivere il messaggio che io avevo già risposto di sì e contemporaneamente annullato ogni altro impegno. Troppo bella la linea e troppo grande la voglia di un’altra avventura in parete.

Questa volta era toccato a lui andare sotto parete a controllare le condizioni e quello di organizzare la logistica di salita e rientro. Mentre per la via sulla Cima Tosa il compito era toccato a me, questa volta dovevo "solo" andare li e scalare, a tutto il resto aveva pensato Santi.

Così sabato nel tardo pomeriggio stavamo risalendo il sentiero che da Capanna Trieste si dirige al Rifugio Vazzoler. L’aria era quella tipica che si respira in estate quando si va a scalare una via in Dolomiti. La vegetazione era di un verde brillante, la Torre Trieste e le altre cime apparivano asciutte e libere dalla neve ed il sudore colava immancabile sulla fronte per via di caldo e umidità. Solo le picche attaccate agli zaini tradivano le nostre reali intenzioni, ma in quel contesto stonavano decisamente.

Al locale invernale del Rifugio Vazzoler le ore di sonno erano state poche, alle due e un quarto di notte stavamo già varcando la porta per metterci in cammino. La dura neve morsa dai ramponi faceva quel piacevole rumore croccante, segno inconfondibile del buon rigelo notturno. Eravamo felici nel constatarlo, perché visto il caldo del giorno precedente, temevamo non facesse abbastanza freddo da rigelare.

Giunti sotto la direttiva dell’attacco, sopra di noi si stagliavano ottocento metri di parete, esattamente come per la Cima Tosa. Dunque c’erano abbastanza metri per vivere un’avventura altrettanto totale ed intensa ed impegnativa. Invece con nostra grande sorpresa, un canale incassato ci permise di alzarci facilmente per ben trecento metri di dislivello in parete. Ed ecco che in un baleno avevamo già il primo terzo di parete sotto di noi, senza aver ancora neppure tirato fuori la corda. Era un bel regalo di inizio giornata, ma eravamo comunque di fronte un terreno difficile e problematico che ci avrebbe richiesto il massimo nelle ore successive.

Lo spettacolo che il ghiaccio aveva creato in quel posto smaltando la parete era incredibile, ma anche severo. Toccava a Santi aprire le danze e salire da primo, ma non era per niente facile capire dove - e se – passare; alla fine scelse di provare lungo una ripida goulotte. Arrampicava in silenzio e dalla sosta non potevo vederlo, così solo quando fu il mio turno mi resi conto di quanto era stata difficile la sua scalata. Aveva salito un diedro strapiombante su ghiaccio dalla consistenza pessima, con protezioni su roccia buone ma distanti. Quel tiro era seriamente problematico. Dieci metri prima di arrivare in sosta Santi a sorpresa mi bloccò, mi disse che da quel punto sarebbe stato meglio se avessi traversato verso destra, perché proseguire dritti sopra la sosta era difficile ed illogico. Ancora ansimante e con un gran freddo alle mani, mi guardai attorno e concordai con lui senza il minimo dubbio. Una volta ricevuto il materiale dall’alto, iniziai a traversare. Il terreno migliorava, meno verticalità ed arrampicata più facile. Peccato che era maledettamente improteggibile, mentre mi spostavo in traverso, calcolavo ogni passo e ogni movimento, la progressione era lenta e snervante. Dopo un’eternità finalmente trovai un buon punto per far sosta. Santi dovette calarsi per dieci metri in doppia prima di iniziare a scalare per raggiungermi in sosta.

Ero un po’ preoccupato, perché stavamo progredendo molto lentamente ed il mio tiro in traverso non ci aveva fatto guadagnare neanche un metro di dislivello. "Se andiamo avanti così sarà veramente un bel casino" pensai. Fortunatamente, sembrava che sopra di noi le cose sarebbero presto migliorate. Prima però Santi dovette salire un altro tiro discretamente impegnativo, ma quantomeno ben proteggibile. Era un mix di difficoltà su ghiaccio per nulla solido e divertenti agganci per le picche su roccia. In sosta mentre lo assicuravo, avevo un freddo becco, così oltre al mio piumino, indossai anche quello di Santi e li tenni entrambi anche per arrampicare da secondo. Raggiunta la sosta, avevo davanti un tiro che si prospettava pura goduria: una perfetta goulotte che terminava in alto in un caminetto, anche esso completamente smaltato dal ghiaccio. Nel scalarlo ho goduto di ogni singolo passo su quel ghiaccio da favola, avrei voluto che non finisse mai.

Un tiro così, nell’incredibile ambiente della nord ovest del Civetta è il motivo per cui ci ficchiamo in questi posti tetri e freddi. Amiamo l’alpinismo, il ghiaccio, il freddo e questi incredibili regali della natura ricompensano ogni sofferenza. Altro che scalare ad Arco in magliettina! Però era il 30 maggio e dunque il panorama mostrava tutti i segni dell’imminente arrivo dell’estate, le verdeggianti valli sotto di noi contrastavano decisamente con il mondo ghiacciato in cui ci trovavamo.

Proseguimmo alternandoci al comando della cordata e l’arrampicata si manteneva sempre piacevole. Salimmo anche un’ulteriore tiro di Alpin Ice da cinque stelle, bello come il precedente, altri sessanta metri che avremo voluto non fossero mai finiti. L’entusiasmo era alle stelle, ma la stanchezza si faceva sentire per entrambi, così mentre Santi scalava il primo tiro dentro il grande camino, io nel frattempo in sosta accesi il fornelletto e sciolsi due litri di acqua. Era passata poco più di una settimana dall’apertura di Pazzione Primavernale alla Cima Tosa, dove insieme a Matteo, avevamo dato tutti noi stessi, dunque era logico che in quel momento stavamo pagando non solo la fatica della via sulla quale eravamo impegnati, ma anche e soprattutto l’accumulo totale del nostro alpinismo fatto negli ultimi dieci giorni.

Fummo proprio felici quando constatammo che la scalata dentro il grande camino non sarebbe stata troppo difficile, Santi quando era andato in esplorazione, neanche col binocolo era riuscito a capire cosa avremo trovato in quella sezione, potenzialmente potevano esserci difficoltà molto alte ed invece, si era rivelata la nostra giornata fortunata!

Al termine del camino fu necessario bucare un'impegnativa cornice di neve inconsistente, a quel punto per uscire dalla parete non ci restava altro che traversare per un paio di tiri su neve, fino a raggiungere una forcella. Durante questo traverso, sotto i nostri piedi si aprivano ottocento metri di vuoto, il che la rendeva davvero una traversata spettacolare. La neve però era una delle peggiori mai viste, dunque dovevamo mantenere la massima attenzione nel progredire e proteggerci sulla roccia.

Mentre assicuravo Santi sull’ultimo tiro, sentivo che stavo per addormentarmi in sosta, ma il freddo pungente mi teneva sveglio. Mi svegliai del tutto quando vidi Santi arrampicare gli ultimi metri agganciando con le picche la roccia instabile appena prima della forcella. Poi ad un tratto venne investito in pieno dal sole del versante opposto. Fantastico eravamo fuori! Quando lo raggiunsi alla forcella, erano solo le due e un quarto del pomeriggio, non avrei scommesso un centesimo che saremo usciti così presto. Wow! Avevamo scalato comunque per nove ore e mezza all’ombra della Nord-Ovest, eravamo entrambi provati ma con il cuore davvero pieno di felicità. Una calata in doppia ci depositò sulla neve e a quel punto non ci restava altro che ridiscendere a piedi prima verso il Rifugio Vazzoler e poi alle nostre macchine.

Nel pomeriggio, seduti ad un bar nel centro di Agordo, chiesi a Santi se per caso avesse guardato sul Buscaini se dove avevamo scalato, passa una qualche via estiva. "Non ho guardato" fu la sua risposta. Dunque a nessuno di noi due importava a priori se la nostra fosse una prima assoluta o meno, volevamo solo salire quella poesia di ghiaccio e vivere l’avventura in parete. L’esperienza di vivere un alpinismo così è tutto ciò che cerchiamo e che ci rende felici, non c’è altro che conti per noi.

Tra Alchimia e Passione Primavernale abbiamo arrampicato per quasi 1.700 metri in parete senza quasi lasciare traccia del nostro passaggio, solo due chiodi e due nuts sono rimasti su questa via alla Cima de Gasperi. In compenso la traccia che queste due avventure hanno lasciato dentro di me rimarrà scolpita per sempre.

Emanuele Andreozzi ringrazia: Elbec
Santi Padrós ringrazia: Trango World, AKU

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