Queen Swing: intervista a Laura Pineau dopo la straordinaria Triple Crown in Yosemite con Kate Kelleghan
Lo scorso giugno Laura Pineau e Kate Kelleghan si sono aggiudicate la storica prima femminile della leggendaria Triple Crown nello Yosemite, USA. La cordata è riuscita a concatenare El Capitan, Half Dome e Mt. Watkins in una straordinaria cavalcata di 23 ore, 36 minuti. Gli sforzi sono stati documentati magistralmente da Thibaut Marot nel film Queen Swing, attualmente nelle sale italiane all’interno del festival Montagna in Scena. Pineau, che tra l'altro sarà anche ospite del Melloblocco 2026 proprio con questo film, ha risposto alle seguenti cinque domande di Lorenzo Barcella.
Il film di Thibaut Marot è riuscito a trasmettere le fatiche fisiche e mentali legate alla Triple, ma anche l’incredibile connessione che si è venuta a creare tra te e Kate. Credo che l’intesa nella scalata sia un tratto precisamente femminile. Cosa ne pensi?
Quello che posso dire è che se guardo alle mie collaborazioni, le più significative sono state senza dubbio quelle che hanno coinvolto delle donne. Penso derivi dal fatto che non abbiamo paura di mostrarci vulnerabili tra di noi, e sappiamo anche che una comunicazione onesta non è mai un optional, è sopravvivenza (e, in alcuni casi, terapia).
Kate e io abbiamo avuto un sacco di discussioni durante quei sei mesi di allenamento. Non sempre divertenti sul momento, ma ne è valsa decisamente la pena.
Se non altro, hanno reso la nostra amicizia più forte e probabilmente ci hanno risparmiato un po' di silenzi passivo-aggressivi a 2.000 piedi da terra. Quel livello di onestà e di cura ci ha rese una squadra praticamente inarrestabile durante le 24 ore sulla Triple Crown.
Rispetto alle altre discipline, nello speed climbing sulle big wall il rapporto con la paura cambia drasticamente. Forse anche il rischio che si è disposti ad accettare. Come è mutato in te questo sentimento?
Penso che io e Kate fossimo molto allineate sul livello di rischio che eravamo disposte ad accettare per completare la Triple Crown in meno di 24 ore. Lo speed climbing è per sua natura rischioso ed entrambe abbiamo visto amici ferirsi seriamente, quindi non ci siamo buttate alla cieca pensando di essere invincibili (siamo climber, non supereroi...).
Abbiamo parlato molto dei nostri limiti e di ciò che assolutamente non eravamo disposte a sacrificare. A volte questo ha significato perdere un po' di tempo o piazzare qualche protezione extra. E onestamente va bene così, perché in fin dei conti l’obiettivo è quello di portare a termine la scalata.
Se mettiamo da parte la tecnica del Pakistani Death Loop, il campo elettrico sulla cima dell’Half Dome è riuscito ad angosciarmi sul serio. Lo scorso anno ero lassù con un’amica, ed era uno degli incubi più ricorrenti prima della scalata. Immagino che l’eccitazione e il vostro traguardo siano serviti a non angosciarsi troppo…
Durante quelle 23 ore e 36 minuti abbiamo attraversato due temporali estivi. Il primo, sul Watkins, è stato quasi sospettosamente gentile con noi: ci ha appena sfiorate, ed è stato come se l'universo ci stesse dicendo: "per questa volta vi lascio passare".
Il secondo temporale, sull'Half Dome, è stato tutta un'altra storia. In realtà non l'avevamo visto arrivare. A metterci in guardia è stato il fatto che gli operatori addetti alle riprese erano misteriosamente spariti dalla cima, il che non è mai un segno rassicurante. Quando la troupe sparisce, capisci che c'è qualcosa che non va.
A quel punto, però, abbiamo continuato a muoverci. Ho salito da capocordata gli ultimi cinque tiri, ma mentalmente ero già su. Battere in ritirata non era sicuramente tra le opzioni praticabili e, a onor del vero, non lo era nemmeno arrendersi. Mi sono detta: "pioggia o no, io questa la finisco". Per fortuna la pioggia non è arrivata, ed è probabilmente l'unico motivo per cui siamo rimaste sotto le 24 ore. A volte il risultato te lo guadagni, altre volte è semplicemente il meteo che decide di non rovinarti la giornata.
Il 2025 è stato lo "Yosemite year", come tu stessa lo hai definito. Oltre alla Triple e alla prima femminile su Wet Lycra Nightmare ho saputo che hai fatto anche la Yosemite Picnic. Ti piacciono le sfide estreme! Potresti parlarmi un po’ di quest’ultima avventura?
Sì, il 2025 è stato decisamente il mio "Yosemite year". La Yosemite Picnic Triathlon è senza dubbio una delle prove più dure che io abbia mai affrontato. Me ne parlò per la prima volta un amico: un'idea un po' folle concepita originariamente da Jason Hardrath e Ryan Tetz. Ho pensato subito: "sembra terribile... ci sto". Il percorso prevede 140 km in bici con 2.200 m di dislivello positivo, la doppia traversata a nuoto del lago Tenaya (3.200 m totali in acqua gelida), e infine la Tuolumne Triple Crown, ovvero 16 km tra arrampicata e corsa.
Io e Brian Ludovici l'abbiamo conclusa in 23 ore e 58 minuti, arrivando proprio al limite. La parte più difficile? Nuotare nel Tenaya Lake per la seconda volta alle 9 di sera, al buio. Alla fine avevo così freddo che fisicamente non riuscivo più a mettere la testa sott'acqua; per gli ultimi 20 minuti ho dovuto fare una sorta di patto con il lago. Quando sono uscita, tremavo come una foglia. L'unica cosa che mi ha fatto andare avanti in bici è stata la scadenza delle 24 ore. Inoltre, è stata la prima volta che ho avuto delle allucinazioni, il che... lo possiamo considerare un successo? Immagino sia così che capisci di aver davvero esaurito le risorse.
Prima di salutarci vorrei porti un’ultima domanda. Riguarda il tuo rapporto peculiare con la roccia: il granito e le sue fessure. Puoi rispondermi anche in maniera poetica se vuoi, dato che di questo si tratta…
Niente mi ispira di più di una fessura perfetta, qualcosa di così netto e preciso che sembra modellato apposta per noi. Quando sei alla base l’unica cosa che vuoi fare è saltarci sopra e iniziare a danzare verso l’alto.
Ma non è mai solo una questione di roccia. Si tratta delle persone con cui condividi tutto questo. Il legame che ho con i miei compagni di cordata conta tanto quanto quello che ho con il granito. Quando entrambi sono in sintonia, è lì che tutto si incastra alla perfezione, ed è lì che inizia la vera avventura.
Per quanto riguarda la scelta dei progetti, scelgo sempre qualcosa che possa spaventarmi un po'. Non abbastanza da fermarmi, ma quanto basta per farmi rimanere in guardia. Di solito, sai, è proprio lì che avviene la crescita... ed è lì che nascono le storie migliori.













































