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Stefano Ghisolfi
Fotografia di Immagine grafica © archive Alberto Tadiello
Stefano Ghisolfi / Sasha DiGiulian
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Sasha DiGiulian
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Coffee Break Interview: Stefano Ghisolfi / Sasha DiGiulian

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I protagonisti della sesta puntata del progetto Coffee Break Interview di Daniela Zangrando, per esplorare sogni, desideri e limiti dei protagonisti dell'arrampicata e dell'alpinismo, sono il climber italiano Stefano Ghisolfi e la climber statunitense Sasha DiGiulian.

STEFANO GHISOLFI

Daniela Zangrando: Il passo chiave*.
Stefano Ghisolfi: Il passo chiave molto spesso si trova nella nostra testa, non lungo la via. Certamente può esserci un passo più duro di un altro, ma si deve leggere in relazione a noi stessi e a come lo affrontiamo. Molto spesso è qualcosa di sopravvalutato e temuto più di quanto si dovrebbe: mi è capitato di iniziare una via terrorizzato da come avrei affrontato quel movimento, senza concentrarmi sulla sezione di partenza, che poi a dispetto si rivelava essere proprio il cardine per il superamento del passo chiave. A volte il segreto per passarlo sta nello scalare in modo perfetto la parte che lo precede, altre volte bisogna invece guardare le cose da un punto di vista diverso, e rimanere concentrati fino alla catena.

D.Z.: Cosa vuol dire spostare il limite?
S.G.: Significa migliorare se stessi, e per poterlo fare è necessario provare ogni volta a sfidare le proprie possibilità. Si scopre allora che se superare i limiti è forse impossibile, quello che si può fare è cambiare l’idea stessa del limite, alzandolo grazie all’allenamento, e cercando di dare sempre il massimo. Non appena ci si avvicina al limite, lui si solleva ancora un po’, ma allo stesso tempo quello che una volta sembrava impossibile diventa possibile.

D.Z.: I tuoi limiti, ora.
S.G.: È molto difficile conoscere i propri limiti. Mi capita di stupirmi perché penso di conoscerli a fondo e poi mi ritrovo a fare, anche solo da un tentativo all’altro, delle cose che poco prima non avrei neanche immaginato. Quello di cui sono sicuro, per quantificare, è che il mio limite non è il 9b. Ad oggi ho salito 4 vie di questa difficoltà, e ogni volta che sono arrivato in catena, oltre a urlare dalla gioia, nella mia testa è sempre passato il pensiero: «Posso fare di più, questo non è tutto quello che posso dare». Purtroppo non vuol dire che scalerò una via più dura di 9b, come un 9b+ o 9c, ... c’è molta differenza tra la possibilità di riuscita e la riuscita effettiva, e ci sono molte variabili che entrano in gioco. Ora sento di poter iniziare a provare una via di 9b+, ma quando dico che aver consapevolezza dei propri limiti è difficile non scherzo mica! Penso che solo dopo aver salito un 9b+ mi potrò rendere conto che quello non era il mio limite.

D.Z.: Se non dovessi più fare il climber, cosa faresti? Hai un piano altro, parallelo?
S.G.: L’arrampicata mi ha fatto conoscere un’altra passione, quella della fotografia. Quando viaggio, porto sempre con me la macchina fotografica e mi piace molto scattare foto sia di scalata che di altro. Penso che se non dovessi più fare lo scalatore mi dedicherei a questo, anche per rimanere vicino all’ambiente dell’arrampicata. Scattare una bella foto mi da molta soddisfazione, come salire una bella via, ... le due cose per me sono strettamente connesse.

D.Z.: Cosa ti piacerebbe cambiare del mondo dell'arrampicata? Di questo che a tutti gli effetti penso sia il tuo lavoro?
S.G.: In questo mondo ci sono alcune cose che non funzionano proprio. La libertà che c’è nell’arrampicata, ad esempio, può essere un’arma a doppio taglio: mi riferisco al fatto che chiunque può annunciare di aver salito una via che non ha fatto. Trasformerei questo, non il metodo, la pratica o la libertà, ma chi per avere visibilità (e forse sponsor) mente, mettendo in ridicolo se stesso e il mondo della scalata. Però non credo sia facile correggere una cosa del genere, ... bisognerebbe proprio cambiare le persone più che l’arrampicata.

D.Z.: Descrivimi il luogo. Quel posto che senti tuo. Dove puoi rifugiarti, pensare, distruggere, gridare.
S.G.: Non mi viene in mente un luogo, ma un mezzo. Il mio furgone è il posto che mi porto sempre dietro, dove mi sento a casa anche quando sono a centinaia di chilometri da casa, dove mi sento libero di viaggiare, ma anche di riposarmi. È una casa con le ruote che è simbolo di sicurezza e libertà! ... Però non grido nel furgone perché mi sentono dalla strada e mi prendono per pazzo, e cerco di non distruggere niente...

D.Z.: E per ultima cosa un sogno. Che meriti di essere chiamato tale.
S.G.: Ho un sogno, ma non è una medaglia alle Olimpiadi o una via in falesia. Sogno di diventare l’arrampicatore più forte del mondo, questo è il motore e la motivazione che mi spinge a migliorarmi sempre; le medaglie che ho vinto e le vie che ho salito sono solo una conseguenza. Poi è ovvio che è il sogno anche di molti altri, quindi direi che non è facile realizzarlo!


SASHA DIGIULIAN

Daniela Zangrando: Il passo chiave.
Sasha DiGiulian: La parte più difficile di una via. La scommessa!

D.Z.: Cosa vuol dire spostare il limite?
S.DG.: Esplorare quello che non sai se sarai capace di raggiungere, esponendoti e provando.

D.Z.: I tuoi limiti, ora.
S.DG.: Acquisire competenze nuove per riuscire a realizzare obiettivi progettuali più ampi, come diventare una trad climber migliore.

D.Z.: Se non dovessi più fare il climber, cosa faresti? Hai un piano altro, parallelo?
S.DG.: Mi piacerebbe lavorare nel giornalismo radiotelevisivo, e scrivere più spesso. Forse vorrei anche avviare un’azienda che si occupi di nutrizione e far qualcosa nel settore produttivo.

D.Z.: Cosa ti piacerebbe cambiare del mondo dell'arrampicata? Di questo che a tutti gli effetti penso sia il tuo lavoro?
S.DG.: Vorrei incoraggiare più donne ad addentrarsi nei canali dominati dagli uomini. Credo che il mio lavoro sia quello di ispirare gli altri a seguire le proprie passioni e ad essere la versione di se stessi di cui sono più fieri. Sento anche come una mia responsabilità quella di rendere le persone più consapevoli dell’importanza di proteggere il nostro pianeta.

D.Z.: Descrivimi il luogo. Quel posto che senti tuo. Dove puoi rifugiarti, pensare, distruggere, gridare.
S.DG.: Ovunque, fuori, ad arrampicare, dove ci siamo solo io e il mio compagno di cordata.

D.Z.: E per ultima cosa un sogno. Che meriti di essere chiamato tale.
S.DG.: Scalare in libera su El Capitan, arrampicare le grandi pareti di tutto il mondo, andare alla ricerca di nuove zone e ottenere tutto quello che sono capace di ottenere nell’arrampicata. Non ho intenzione di guardarmi alle spalle e chiedermi cosa sarebbe successo se avessi colto quell’opportunità o quell’altra. Voglio afferrarle tutte, e ne voglio scoprire di nuove.

* Il termine “crux” in inglese identifica sia “il passo chiave” in senso alpinistico che “la chiave” vista come punto cruciale, soluzione, elemento nodale della vita quotidiana. Gli intervistati sono stati lasciati liberi di intendere o fraintendere il termine a loro piacimento.

Un ringraziamento a Luke Tipple.

Daniela Zangrando 

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