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Mélissa Le Nevé
Fotografia di Immagine grafica © archive Alberto Tadiello
Coffee break interview Mélissa Le Nevé / Sergey Shaferov
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Sergey Shaferov
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Coffee Break Interview: Mélissa Le Nevé / Sergey Shaferov

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Quinta puntata del progetto Coffee Break Interview di Daniela Zangrando per esplorare sogni, desideri e limiti dei protagonisti dell'arrampicata e dell'alpinismo. I protagonisti sono la climber francese Mélissa Le Nevé e il climber bielorusso Sergey Shaferov

Daniela Zangrando: Il passo chiave*.
Mélissa Le Nevé:
È una parte mentale, il gioco che stai cercando. Ti mette in discussione in tutti i sensi, fisicamente, psicologicamente, tecnicamente. È un po’ come Cluedo. Sai che la soluzione non è poi così distante, ma devi sforzarti per trovare la chiave – allenamento specifico, unione di corpo e mente, rinvenimento di un minimo dettaglio che può cambiare tutto, etc. Io arrampico proprio per quel passo.

D.Z.: Cosa vuol dire spostare il limite?
M.L.N.:
"Spingersi oltre i limiti" è un’espressione che ho letto e scritto migliaia di volte negli ultimi dieci anni. È generalissima, ma allo stesso tempo è molto significativa. E assolutamente individuale. Una ricerca personale in cui vai a esplorare le tue possibilità, navigando con la consapevolezza che all’orizzonte c’è la parola fine, ma con la determinazione di non starla ad ascoltare.
In fin dei conti è una questione mentale. La capacità reale del tuo corpo viene spinta oltre proprio dal fatto che sei capace di credere in te stesso. Anche se può sembrare arrogante, c’è una voce in testa che continua a dirti: "Posso diventare quello che voglio".

D.Z.: I tuoi limiti, ora.
M.L.N.:
La mia mente.

D.Z.: Se non dovessi più fare il climber, cosa faresti? Hai un piano altro, parallelo?
M.L.N.:
Sto studiando naturopatia, una sorta di medicina alternativa che trae ispirazione dalla medicina antica di diverse culture del mondo, da quella cinese a quella ayurvedica (la più conosciuta). Riguarda la sollecitazione del tuo Chi, della tua energia, e si interessa del lavoro svolto in armonia con il corpo. Penso che mi piacerebbe costruire un progetto attorno a questo. Anche se non so ancora che forma potrebbe prendere.

D.Z.: Cosa ti piacerebbe cambiare del mondo dell'arrampicata? Di questo che a tutti gli effetti penso sia il tuo lavoro?
M.L.N.:
Probabilmente vorrei che, al di là della considerazione della pura prestazione, ci fosse un ri-apprendimento del senso della bellezza e dell’etica. Ma credo ci sia un problema di fondo nella società attuale, che sta nel suo disegnarsi in base alla quantità invece che alla qualità. Immagino che a un certo punto si arriverà al limite.

D.Z.: Descrivimi il luogo. Quel posto che senti tuo. Dove puoi rifugiarti, pensare, distruggere, gridare.
M.L.N.:
È molto verde in estate, molto arancione in inverno. Un sacco di alberi, un sacco di rocce. Per ora è sicuramente un rifugio. La foresta può essere un posto profondo e silenzioso, ma a volte è proprio tutto il contrario. Le persone a cui tengo vengono a giocare lì attorno. Per il momento, Bleau è casa mia.

D.Z.: E per ultima cosa un sogno. Che meriti di essere chiamato tale.
M.L.N.:
Ha a che fare con le linee, con la bellezza, con degli attimi, con le persone. L’unione di tutti questi elementi, che puoi solo provare a pezzi, ricordare, forse anche creare, riempie la vita di autentica felicità.


SERGEY SHAFEROV
Daniela Zangrando: Il passo chiave.
Sergey Shaferov:
È qualcosa che sento come fuori dalla norma. Richiede una fatica disumana per essere superato. Riesce raramente o magari una sola volta, ma occupa la maggior parte della mente, tutti i giorni, come un’ossessione. Fa sognare.

D.Z.: Cosa vuol dire spostare il limite?
S.S.:
Significa fare una cosa importante, andare oltre a un punto che sembrava fisso e fermo per sempre. Spostare il limite rende felici, soddisfatti, e dà la motivazione per spingersi ancora avanti.

D.Z.: I tuoi limiti, ora.
S.S.:
A livello di grado, il 9a/a+. Non penso che farò tanto più di così. Ma i limiti più grossi che ho al momento sono il tempo, la distanza, e il riposo.

D.Z.: Se non dovessi più fare il climber, cosa faresti? Hai un piano altro, parallelo?
S.S.:
No, non ne ho uno preciso. Ma so che mi piace camminare in montagna e fare snowboard con la tavola fuori pista. E so soprattutto che adoro la natura, in generale.

D.Z.: Cosa ti piacerebbe cambiare del mondo dell'arrampicata? Di questo che a tutti gli effetti penso sia il tuo lavoro
S.S.:
Mi spiace quando vedo che l’arrampicata diventa troppo competitiva, quando perde il gusto che le è proprio dello stare in compagnia, del creare amicizie, del mettere al primo posto il cuore. Così si rischia che rimangano solo tensioni, gradi di difficoltà e tempi di recupero… nient’altro.

D.Z.: Descrivimi il luogo. Quel posto che senti tuo. Dove puoi rifugiarti, pensare, distruggere, gridare.
S.S.:
Anche se ho cominciato ad arrampicare spesso in Italia, ho passato e passo ancora tantissimo tempo sulle montagne del Caucaso, in Crimea, e in una magnifica falesia a nord di San Pietroburgo. Sono posti che mi hanno lasciato tanti ricordi speciali. Ci torno sempre volentieri e resto lì a lungo, anche con la mia famiglia.
L’importante, perché un luogo diventi "il mio luogo", è che sia abbastanza selvaggio, che abbia degli spazi liberi e dia a tutti la possibilità di esplorare, pulire, chiodare, liberare, …

D.Z.: E per ultima cosa un sogno. Che meriti di essere chiamato tale.
S.S.:
È un sogno molto semplice. Vorrei solo avere le montagne vicine, per poter svolgere la mia attività senza essere costretto a lunghi viaggi, che mi fanno perdere ore e giorni.

* Il termine "crux" in inglese identifica sia "il passo chiave" in senso alpinistico che "la chiave" vista come punto cruciale, soluzione, elemento nodale della vita quotidiana.
Gli intervistati sono stati lasciati liberi di intendere o fraintendere il termine a loro piacimento.


di Daniela Zangrando 

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